Sulla strada

“Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero – lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio (…). Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma.”
J. Kerouac

Potrebbe dirsi una singolare rivisitazione del celebre romanzo di Kerouac la foto che rimbalza sui media da oggi: ritrae due donne e una bambina che dormono per terra, sull’asfalto di un parcheggio, nel pieno centro cittadino.
Invece non abbiamo a che fare con un diario della Beat generation.

Non si tratta del racconto di persone che intraprendono un viaggio in autostop per fuggire a regole e convenzioni, che cercano l’ebbrezza delle sensazioni estreme, che rifiutano di adattarsi alla società.
È l’esatto il contrario.
Si tratta di persone che hanno viaggiato su mezzi di fortuna, che fuggono da fame e guerra affrontando situazioni estreme e che, tuttavia, la nostra società rifiuta.

Guardandola, possiamo scegliere.
Se guardare scorrere la strada e la realtà senza affrontarne gli aspetti morali, un po’ come fa Kerouac, o pensare che noi, il nostro Paese, la nostra Europa, ricchi di una storia lunga di diritti conquistati, non possa fallire ora, davanti a questa foto e, semplicemente, respingerla.

Il giudizio che ne diamo, passando sulla strada, è la proiezione della meta che raggiungeremo: una roccaforte che si si barrica nell’odio e si disgrega nell’abbandono dei propri principi o una civiltà, che ancora sa affermarsi, costruire, accogliere.

Emnuela Marini
Fisac/Cgil Banca d’Italia

 




Usereste l’immagine di una scimmia per combattere il razzismo?

La Lega Calcio ha usato una immagine che raffigura il volto di 3 scimmie per la sua campagna contro il razzismo negli stadi.

La scelta ha sollevato una valanga di critiche, sia in Italia sia sui media internazionali.

Volendo interpretare la scelta in modo benevolo, si può immaginare (con molta immaginazione) che l’intento fosse dire ai razzisti da stadio, come ha sostenuto l’autore: “smettetela di fare i razzisti, siamo tutti uguali, siamo tutti scimmie”.

E, pur volendo adottare questa interpretazione benevola, già sembra di sentire l’ultrà razzista di turno dire: “se siamo tutti scimmie, che male faccio a chiamare un nero scimmia, a lanciargli delle banane, a fargli buuuu quando tocca la palla? Tanto anche lui è una scimmia…”

Il calcio italiano è alle prese con un problema persistente: una serie di giocatori è stata nuovamente vittima di abusi razzisti negli stadi del Paese, gruppi di ultrà hanno difeso il loro presunto diritto di maltrattare chiunque scelgano e alcuni club hanno negato che il razzismo sia persino un problema.

Quindi la Lega Serie A, l’organizzazione che sovrintende alla massima serie di calcio del Paese, ha risposto lanciando una serie di iniziative contro il razzismo. Quasi immediatamente, una di queste – una serie di immagini di scimmie con i colori dei club – è stata criticata come razzista. “In un paese in cui le autorità non riescono a gestire il razzismo settimana dopo settimana #SerieA ha lanciato una campagna che sembra uno scherzo da malati”, ha dichiarato la rete antidiscriminazione europea  Football Against Racism. “Queste immagini sono un oltraggio, saranno controproducenti e continueranno la disumanizzazione delle persone di origine africana.”

Le tre immagini realizzate dal pittore Simone Fugazzotto, che saranno appese all’ingresso del quartier generale della Serie A a Milano, raffigurano tre scimmie, ognuna decorata con colori diversi. Fugazzotto – che usa regolarmente immagini di scimmie nel suo lavoro – ha scritto su Instagram di aver avuto l’idea per le immagini dopo una partita allo stadio di San Siro di Milano tra Inter e Napoli. Durante quella partita, dei fan interisti avevano diretto versi da scimmia contro il difensore senegalese del Napoli Kalidou Koulibaly.

Avevo una tale rabbia che ho avuto un’idea“, ha scritto Fugazzotto. “Perché non smettere di censurare la parola scimmia nel calcio, ma girare il concetto e dire invece che alla fine siamo tutti scimmie?”

Dato il contesto, tuttavia, l’utilizzo di tali immagini sembra essere un errore sorprendente. Diversi giocatori della massima serie sono stati vittime di versi di scimmie negli stadi italiani anche in questa stagione: tra gli altri, Romelu Lukaku è stato maltrattato mentre giocava per l’Inter a Cagliari, il terzino sinistro brasiliano della Fiorentina Dalbert ha subito canti simili sul campo dell’Atalanta e Ronaldo Vieira della Sampdoria è stato preso di mira dai tifosi della Roma mentre giocava nello stadio di casa. Mario Balotelli, vilipeso come gli altri, durante una partita a Verona ha preso la palla e l’ha calciata tra la folla. Poi gli altri giocatori e gli ufficiali di gara hanno convinto l’attaccante a rimanere in campo.

La risposta delle società calcistiche e delle autorità è stata questa: il Cagliari non è stato penalizzato per l’incidente di Lukaku e inizialmente i funzionari del Verona si sono rifiutati di riconoscere che fosse successo qualcosa che spiegasse la rabbia di Balotelli. In tutti i casi, gli ultrà (razzisti) delle squadre hanno negato che i loro fossero comportamenti razzisti, per la serie “non siamo noi razzisti, è lui che è nero”.

Il Corriere dello Sport ha avuto la bella idea di annunciare una partita tra Inter e Roma che si giocava il venerdì usando le immagini di due calciatori neri,  Lukaku e Smalling e il titolo “Black Friday”. Quando anche i due giocatori hanno criticato la decisione, il giornale ha detto di essere vittima di un “linciaggio”.

De Siervo, a.d. della Lega di serie A, ha inizialmente respinto l’osservazione che l’uso di immagini di scimmie per convincere a evitare cori razzisti potrebbe contribuire al problema, piuttosto che risolverlo. “I dipinti di Simone riflettono appieno i valori del fair play e della tolleranza, quindi rimarranno nella nostra sede”, ha detto.

Successivamente, sotto il montare delle critiche, ha trasmesso una dichiarazione che rappresenta una parziale retromarcia: «Ci scusiamo con tutti coloro che si sono sentiti offesi per l’opera realizzata da Simone Fugazzotto. Nonostante l’artista avesse spiegato che il senso della sua creazione fosse proprio un messaggio contro il razzismo, l’opera è apparsa però a molti discutibile. Ciò che non può essere oggetto di discussione è la forte e costante condanna da parte della Lega Serie A contro ogni forma di discriminazione e razzismo, fenomeni che siamo impegnati a sradicare dal nostro campionato. La Lega Serie A sta lavorando alla campagna ufficiale antirazzismo, che non può essere identificata con l’opera di Fugazzotto, e che sarà presentata entro fine febbraio».

 

Fonte: People for Planet 




FISAC Banca d’Italia: dalla parte di Liliana

Alla notizia della scorta assegnata a Liliana Segre dopo le minacce subite negli ultimi tempi, la domanda stupita che si è sentita più spesso è “Cosa stiamo diventando? Cosa siamo diventati?”.

Quale che sia la risposta, forse sarebbe saggio chiedersi anche “quando” lo siamo diventati. Forse è stato quando abbiamo dichiarato gli stadi di calcio “zone franche” in cui chiunque può ululare insulti a ebrei, zingari, neri: tanto nessun provvedimento efficace viene preso.

O forse è stato quando Gad Lerner è stato gravemente insultato e minacciato, chiamato con disprezzo “ebreo” mentre faceva il suo lavoro di giornalista al raduno leghista di Pontida. Oppure è stato quando abbiamo lasciato che i social network diventassero il terreno perfetto per aggressioni sessiste, auguri di stupro e di morte alle donne che si “espongono” con posizioni politiche scomode.

Abbiamo lasciato che i portatori di odio spostassero l’asticella sempre più in alto, fino all’impensabile: prendersela con una signora coi capelli bianchi sopravvissuta al campo di concentramento più famoso della Storia. Una donna che, probabilmente, pensava di aver già pagato alla vita un prezzo molto alto, ma che, condividendo i propri ricordi personali, ha contribuito a tenere in vita una memoria collettiva altrimenti destinata ad affievolirsi.

Ma è con la proposta di istituire una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza che la senatrice Segre incarna sì la vittima, ma che reagisce e questo, per alcuni, non va affatto bene.

I gruppi parlamentari di destra si astengono dal voto sulla proposta di Commissione, lamentando – con involontario tragicomico senso dell’umorismo – tentativi di censura.

Il resto – gli insulti, le minacce – è cronaca di questi giorni; e la necessità di mettere sotto scorta una signora di novant’anni sopravvissuta ad Auschwitz non fa che certificare il mesto fallimento culturale della nostra società.

Roma, 8 novembre 2019

 

La Segreteria Nazionale Fisac-Cgil Banca d’Italia




Nessuno lascia la sua casa

Una poesia che è un pugno nello stomaco.

Da leggere assolutamente, soprattutto per coloro che, mentre pregano per il figlio che si è trasferito all’estero alla ricerca di un lavoro dignitoso, gioiscono per ogni gommone che affonda nel Mediterraneo.

 

CASA

Nessuno lascia la propria casa
a meno che casa sua non siano le mandibole di uno squalo;
verso il confine ci corri
solo quando vedi tutta la città correre,
i tuoi vicini che corrono più veloci di te,
il fiato insanguinato nelle loro gole.

Il tuo ex-compagno di classe,
che ti ha baciato fino a farti girare la testa dietro alla fabbrica di lattine,
ora tiene nella mano una pistola più grande del suo corpo;
lasci casa tua quando è proprio lei a non permetterti più di starci.

Nessuno lascia casa sua a meno che non sia proprio lei a scacciarlo;
fuoco sotto ai piedi,
sangue che ti bolle nella pancia.
Non avresti mai pensato di farlo
fin quando la lama non ti marchia di minacce incandescenti il collo,
e nonostante tutto continui a portare l’inno nazionale sotto il respiro;
soltanto dopo aver strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto,
singhiozzando ad ogni boccone di carta,
ti è risultato chiaro il fatto che non ci saresti più tornata.

Dovete capire
che nessuno mette i suoi figli su una barca,
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra.
Nessuno va a bruciarsi i palmi
sotto ai treni,
sotto i vagoni,
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
nutrendosi di giornali a meno che le miglia percorse
non significhino più di un qualsiasi viaggio.
Nessuno striscia sotto ai recinti;
nessuno vuole essere picchiato,
commiserato.
Nessuno se li sceglie i campi profughi
o le perquisizioni a nudo che ti lasciano
il corpo pieno di dolori,
o il carcere,
perché il carcere è più sicuro di una città che arde
e un secondino nella notte
è meglio di un carico di uomini che assomigliano a tuo padre.

Nessuno ce la può fare,
nessuno lo può sopportare,
nessuna pelle può resistere a tanto.

Andatevene a casa neri,
rifugiati,
sporchi immigrati,
richiedenti asilo
che prosciugano il nostro paese,
negri con le mani aperte:
hanno un odore strano,
selvaggio,
hanno distrutto il loro paese e ora
vogliono distruggere il nostro.

Le parole,
gli sguardi storti,
come fai a scrollarteli di dosso?
Forse perché il colpo è meno duro che un arto divelto
o le parole sono più tenere
che quattordici uomini tra le cosce
o gli insulti sono più facili da mandare giù
che le macerie,
che le ossa,
che il corpo di tuo figlio
fatto a pezzi.

A casa ci voglio tornare,
ma casa mia sono le mandibole di uno squalo,
casa mia è la canna di un fucile
e a nessuno verrebbe di lasciare la propria casa,
a meno che non sia stata lei a inseguirti fino all’ultima sponda.
A meno che casa tua non ti abbia detto
affretta il passo,
lasciati i panni dietro,
striscia nel deserto,
sguazza negli oceani,
annega,
salvati,
fatti fame,
chiedi l’elemosina,
dimentica la tua dignità:
la tua sopravvivenza è più importante.

Nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce sudaticcia
Che ti mormora nell’orecchio
Vattene,
scappatene da me adesso:
non so cosa io sia diventata,
ma so che qualsiasi altro posto
è più sicuro che qui.

Warsan Shire

 

Warsan Shire è una giovanissima poetessa britannica di origine somala. Se il nome non vi è nuovo è perché molto si è parlato di lei e della sua scrittura in occasione dell’uscita dell’album Lemonade di Beyoncé, alla quale Shire ha partecipato come autrice di alcuni dei testi. I suoi libri e le sue poesie hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali e sono diventati stendardi in difesa dei diritti degli immigrati. Warsan Shire parla di immigrazione da immigrata e da sempre nelle interviste esprime la volontà di dare voce a chi voce non ha, a chi viene imbavagliato da una retorica razzista che vuole dividere gli esseri umani per appagare la divorante fame di consensi popolari e potere.

Fonte: http://losbuffo.com

 




La politica della paura

Pubblichiamo un articolo molto interessante e ben documentato del Prof. Fabio Sabatini dell’Università “La Sapienza” di Roma.

 

Le domande a cui vorrei rispondere con questo articolo sono:

  1. L’immigrazione causa un aumento del crimine?
  2. C’è differenza tra immigrazione regolare e clandestina?
  3. Perché il pubblico ha paura dell’immigrazione?
  4. Qual è l’impatto della paura sulla spesa pubblica?

 

Milo Bianchi (Université Toulouse 1), Paolo Buonanno (Università di Bergamo) e Paolo Pinotti (Bocconi) hanno studiato il rapporto tra immigrazione e criminalità in Italia.

Lo studio, pubblicato sul Journal of the European Economic Association, si può scaricare qui.

La stime degli autori mostrano che nelle province italiane ad un aumento dell’1% degli immigrati corrisponde un aumento del numero di reati rispetto alla popolazione totale dello 0,1%.

Ma questa relazione è dovuta a una coincidenza, perché gli immigrati si concentrano nelle aree che, per altre ragioni, sono già caratterizzate da alti tassi di criminalità. Per esempio, gli immigrati tendono ad abitare in zone degradate ad alta concentrazione criminale, perché lì le case costano meno.

Se, con tecniche appropriate, si isola la variazione del numero di reati causata dalla variazione del numero di immigrati, si scopre che l’immigrazione non ha alcun effetto sulla criminalità. Il risultato vale sia per il totale degli immigrati sia per le singole nazionalità.

 

Ma gli immigrati sono tutti uguali?

Paolo Pinotti ha studiato la propensione a delinquere degli immigrati regolari e dei clandestini in Italia in uno studio pubblicato sull’American Economic Review (scaricabile gratuitamente qui).

Ogni anno l’Italia mette a disposizione un certo numero di permessi di soggiorno per diversi tipi di candidati, definiti in base al tipo di lavoro, alla nazionalità e alla provincia di residenza. Le domande devono essere presentate online dai datori di lavoro a partire dalle 8 del mattino in determinati “click days”.

Il razionamento dei permessi e la frequenza delle domande nelle prime ore dei click days sono tali che a molte migliaia di persone viene negato il permesso soltanto perché il datore di lavoro ha esitato pochi secondi a sottoporre la domanda.

La chiusura dei termini per la domanda non è nota a priori, dipende dalla frequenza delle domande e si verifica in genere circa 30 minuti dopo l’inizio dei click days.

Le stime mostrano che, nell’anno successivo al click day, il tasso di criminalità degli immigrati che hanno ottenuto il permesso di soggiorno si riduce del 55%. Significa che gli immigrati regolari tendono a delinquere meno, probabilmente perché non ne hanno motivo e hanno molto da perdere.

Questo risultato è molto consolidato in letteratura. Si vedano per esempio Mastrobuoni e Pinotti (2015) e Freedman e altri (2018) citati in fondo a questo post.

In questo caso la ricerca mette a nudo uno degli obiettivi nascosti dei decreti sicurezza. Le condizioni disperate in cui versano i clandestini aumentano la propensione a delinquere, fornendo nuovi reati da usare a favore della narrazione autoritaria.

 

Ma allora perché il pubblico ha tanta paura dell’immigrazione?

Mathieu Couttenier (Université de Lyon) e colleghi hanno studiato l’effetto della copertura mediatica dei reati commessi da immigrati sul supporto ai partiti populisti in Svizzera.

Gli autori mostrano che:

1) i crimini commessi da immigrati hanno una probabilità doppia di essere riportati dai quotidiani svizzeri, a parità di caratteristiche del reato.

2) Leggere tali notizie aumenta la probabilità di supportare i partiti populisti.

Lo studio, pubblicato nella collana del CEPR di Londra, si può scaricare qui.

Risultati simili sono stati trovati da Nicola Mastrorocco (Trinity College) e Luigi Minale (Universidad Carlos III Madrid) per l’Italia, che in uno studio pubblicato sul Journal of Public Economics mostrano che:

1) tra il 2007 e il 2013 le reti Mediaset hanno dato una copertura sproporzionata ai reati commessi da immigrati.

2) Guardare meno i canali Mediaset causa una riduzione della paura dei reati commessi da immigrati.

 

Che effetto ha la paura sulla spesa pubblica?

Vincenzo Bove (University of Warwick), Leandro Elia (Università Politecnica delle Marche) e Massimiliano Ferraresi (Commissione Europea) hanno studiato l’impatto dell’immigrazione sulla composizione della spesa pubblica nei comuni italiani. Lo studio si può scaricare gratuitamente qui.

Gli autori confermano che la presenza degli immigrati non ha alcuna relazione statisticamente significativa con l’aumento dei reati. Tuttavia, c’è una relazione positiva e statisticamente significativa tra immigrazione e spesa per misure di polizia.

In media, la spesa destinata alla sicurezza aumenta di 0,12-0,30 punti percentuali per ogni punto di aumento della quota degli immigrati sulla popolazione totale. Si tratta di un effetto notevole, se consideriamo che i comuni spendono in media il 4,3% del loro budget per la sicurezza.

Nonostante i dati Istat mostrino chiaramente che i reati sono in calo – da parte sia dei nativi sia degli immigrati – chi ha degli immigrati per vicini di casa ha una probabilità più elevata di credere che la criminalità sia un’emergenza nazionale causata dall’immigrazione.

Ma da dove vengono presi i soldi per finanziare le misure di polizia? Gli autori mostrano che sono sottratti ad altre voci molto importanti per l’economia, quali la cultura, il turismo e lo sviluppo locale.

Per concludere: la paura degli immigrati è poco fondata e per lo più guidata da propaganda e differenze culturali, ma è molto costosa.

Riferimenti bibliografici

Bianchi, M., Buonanno, P., Pinotti, P. (2012). Do immigrants cause crime? Journal of the European Economic Association 10(6): 1318-1347.

Bove, V, L Elia and M Ferraresi (2019). Immigration, fear of crime and public spending on security. CAGE WP 424.

Couttenier, M., Hatte, S., Thoenig, M., Vlachos, S. (2019). The Logic of Fear – Populism and Media Coverage of Immigrant Crimes. CEPR DP13496.

Freedman, M., Owens, E., Bohn, S. (2018). Immigration, Employment Opportunities, and Criminal Behavior. American Economic Journal: Economic Policy 10(2): 117-151.

Mastrobuoni, G., Pinotti, P. (2015). Legal Status and the Criminal Activity of Immigrants. American Economic Journal: Applied Economics 7(2): 175-206.

Mastrorocco, N., Minale, L. (2018). News Media and Crime Perceptions: Evidence from a Natural Experiment. Journal of Public Economics 165: 230-255.

Pinotti, P. (2017). Clicking on heaven’s door: The effect of immigrant legalization on crime. The American Economic Review 107(1): 138-168.

 

Autore: Fabio Sabatini – Professore Associato di Economia e Dottore di Ricerca in Studi Statistici e Socio-Economici presso l’Università “La Sapienza” di Roma

dello stesso autore:

Cosa sta succedendo in Italia?

Com’è stata creata la balla delle ONG criminali




Una Auschwitz a 120 miglia dalle coste italiane

Quello che segue è un filmato duro da vedere, ma necessario perché rende difficile ignorare la realtà.

Si tratta di un estratto da un’intervista al prof. Massimo Del Bene, che all’Ospedale San Gerardo di Monza ricostruisce le mani distrutte dagli aguzzini dei lager libici ad esseri umani colpevoli solo di inseguire la speranza di una vita dignitosa.

Lo scopo di tutto questo? Costringere i familiari a privarsi dei loro esigui risparmi per pagare un riscatto che faccia finire le torture e consenta agli sventurati di imbarcarsi verso il miraggio di un futuro migliore.

E tutto questo avviene con il sostegno economico del nostro Governo, che si preoccupa solo di limitare le partenze, ma poi non vuole vedere quello che succede. Insomma, è il nostro modo di aiutarli a casa loro.

Agghiaccianti le dichiarazioni del dott. Del Bene (un destino nel nome):

Abbiamo una Aushwitz a 120 miglia dalle coste italiane. E quando si dice “Li riportiamo indietro” è come se uno che scappa da Aushwitz tu lo prendi e lo riporti indietro”.

E’ il Medioevo che entra nella nostra civiltà”




Solidarietà a Sadio Camara: restiamo umani

La Cgil della provincia dell’Aquila esprime solidarietà al giovane Sadio Camara, vittima di una brutale aggressione tra Sulmona e Pettorano sul Gizio ed ora ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Pescara.

Sadio è un difensore dei diritti dei migranti, un attivista per i diritti civili e sociali, sostenitore delle battaglie della Cgil e animatore di tante iniziative. Noto è il suo impegno nell’associazione Ubuntu Onlus.

Sono in corso le indagini per l’individuazione dei responsabili, ma tutto lascia intendere che la matrice sia razzista, in un contesto politico e sociale che, fomentando l’odio e la violenza, ha oltrepassato i limiti della convivenza civile e pacifica.

L’episodio, di una gravità inaccettabile, deve riportare alla luce ed in primo piano il tema dell’immigrazione nel nostro territorio; un tema da affrontare con razionalità, ma anche con umanità e solidarietà. Di ciò va assunta piena consapevolezza.

L’attuale momento storico deve considerare l’accoglienza come un valore assoluto, respingendo  ogni episodio di violenza  e xenofobia.

La Cgil annuncia nelle prossime ore iniziative pubbliche di mobilitazione, e chiederà un incontro con le istituzioni preposte (Prefettura e Questura), allo scopo di sensibilizzare la società civile ad una maggiore riflessione su quanto accaduto.

 

Comunicato stampa CGIL Provinciale L’Aquila




Lavoratrici CGIL aggredite a Modena da seguaci di Salvini

L’Italia del 2019 è il Paese in cui “la difesa è sempre legittima”, non ci sono più sbarchi di clandestini, e da qualche mese è entrato in vigore il Decreto Sicurezza.
Stando a tutto ciò che ci aveva raccontato il Ministro dell’Interno dovrebbe essere un Paese felice, nel quale non esiste più nessun motivo di incertezza o preoccupazione.

La realtà è molto diversa: in Italia, nel 2019, può succedere ad esempio che una bambina di 4 anni venga colpita da un proiettile mentre passeggia tranquilla con la nonna.
Può succedere questo insieme a tantissimi altri fatti orribili, perché il Ministro non ha fatto nulla per migliorare la sicurezza degli Italiani.
Eppure Salvini ha fatto tanto, pure troppo: ha stuzzicato per mesi i peggiori istinti della parte più becera della popolazione, creando un diffuso clima di odio che adesso comincia a dae i suoi frutti.

Quello che riportiamo è il racconto di un fatto gravissimo, avvenuto lo scorso 3 maggio dopo il comizio di Matteo Salvini a Modena. Un gruppo di salviniani si è avvicinato ad uno striscione esposto da ragazze del Nidil Cgil e le ha aggredite fisicamente. Qui la testimonianza di Claudio Riso della Cgil di Modena.

Al termine del comizio un gruppo di ragazzi che lavorano nel sistema modenese dell’accoglienza ha fatto un flash mob in piazza Matteotti.
Hanno aperto uno striscione, quello che vedete in foto.
Non hanno urlato, non hanno fischiato, non hanno offeso. Ma anche se avessero voluto farlo non ne avrebbero avuto il tempo: giusto pochi istanti e il signore che si intravede sulla destra della foto e un altro gruppo di militanti, leghisti o non so cos’altro, si sono avventati sulle ragazze che reggevano lo striscione, glielo hanno strappato di mano e, non contenti, hanno anche fatto volare qualche sberla.

Tutto in pochissimi istanti, poi un cordone della Digos ha evitato il peggio.

Quando il ministro dell’Interno parla di violenti beh, credo che debba farlo guardando in casa sua.
Ma in quella piazza non c’erano solo militanti leghisti: in pizza Matteotti oggi c’era la peggiore destra modenese. C’erano quelli che un tot di anni fa tentarono di aprire una sede di Forza Nuova in Rua Pioppa; ce n’era un altro che ricordo dai tempi dell’università, di Forza Nuova pure lui.
Insomma, quelli che allora se ne stavano in sordina, oggi sponsorizzano un leader del governo in carica, si sentono i padroni della piazza e danno man forte a quelli che vanno a menare un gruppo di ragazze che apre uno striscione.

Tutto bene? Ma neanche per un cazzo.
Perché se chi siede nelle istituzioni, se chi ricopre le più alte cariche dello Stato si accompagna, senza pudori e anzi con un certo orgoglio, a questa gente, forse la nostra democrazia non è poi così al sicuro.

 

Fonte: www.fortebraccionews

 

 




Il ministro con la divisa

Il ministro dell’Interno del mio Paese indossa la divisa. Non tutta insieme. Una giacca, un caschetto. Se la mette quando fa i comizi o le passeggiate tra la folla. Qualcuno per lui dice: “preparate i telefonini”.

Lui comunica attraverso la sua pagina Facebook. In quello spazio parla direttamente agli italiani e in molti lo seguono. Ha più di tre milioni e mezzo di follower. Un politico che comunica come il mio compagno di calcetto entra nella mia vita come se fosse un amico.

In una foto che ha postato recentemente lo si vede con una t-shirt nera con su stampata una scritta a caratteri enormi: “La difesa è sempre legittima”.
È un’altra delle sue tecniche di comunicazione. Si mette addosso una felpa o una maglietta con una scritta. Basta la foto. La scritta parla per lui. Quasi sempre è infilata sopra la camicia. Usata come una bandiera. Poi aggiunge tre righe di commento. Spesso c’è una faccina. Manda baci, saluti e chiede ai follower: “Che ne dite, amici?”.

Il giorno di Pasqua ha postato due immagini sbarazzine. In una si fa il selfie con un somaro: “Guardate chi ho incontrato!”. Nell’altra si ritrae con una montagna di polenta. Nelle stesse ore il suo responsabile della comunicazione ha postato una foto sorprendente per il giorno della Resurrezione di Cristo. Il ministro dell’Interno del mio paese è ritratto con un’arma da guerra e poche righe: “Siamo armati e dotati di elmetto!“.

Undici anni fa Umberto Bossi minacciò di scatenare i suoi uomini. “Abbiamo 300mila martiri – disse – i fucili sono sempre caldi”. In quel lontano aprile si chiuse il secondo governo Prodi, tornò Berlusconi e non scoppiò una guerra civile. Non credo che scoppi la prossima settimana. Ma in questi anni è cambiato il linguaggio, dei media e il nostro. Un linguaggio che non tutti sanno gestire e che per qualcuno può diventare un delicatissimo detonatore.

Poco più di un anno fa un italiano di 28 anni ha sparato a sei immigrati di origine sub-sahariana. È stato arrestato davanti al monumento dei caduti di Macerata mentre faceva il saluto romano e gridava “viva l’Italia” con il tricolore sulle spalle.

Anche il ministro dell’Interno del mio paese ha condannato quell’azione. Il ministro è un uomo saggio e peserà ogni parola per il bene del mio paese.

 

Articolo di Ascanio Celestini su “Il Manifesto” del 23 aprile 2019




Immigrazione: i numeri smentiscono le bugie sull’invasione

Insicurezza e razzismo in Italia si intrecciano sempre più colpevolmente, alimentate da percezioni irreali e dal ballificio xenofobo.

  1. L’Italia ospita circa 6 milioni di immigrati (Osservatorio sulle migrazioni, ultimo rapporto del 31 gennaio), 9 su 10 vi risiedono da più di cinque anni. La stragrande maggioranza ha il permesso di lavoro o è qui per ricongiungimento familiare: il 56% è di origine europea; il 35 arriva da Paesi dell’Ue; il 17 da Africa e Medio Oriente; il 14 dall’Asia; il 13 da Oceania e Americhe. Le cifre smantellano la teoria dell’invasione africana e musulmana.
  2. Le ragioni delle migrazioni sono note: guerre, siccità, dittature, miseria, speranza. Per la Commission on Migration and Health (sponsor la rivista Lancet), ogni 1% di migranti corrisponde al +2% del Pil. I migranti sono una risorsa. L’inopinata stretta sui permessi di soggiorno li trasforma in irregolari, quindi più ricattabili da mafie e da disonesti datori di lavoro.
  3. In percentuale, l’Italia ha meno immigrati di Estonia, Svezia, Croazia, Lituania, Lussemburgo, Austria, Spagna, Olanda, Germania, Francia, Belgio, Grecia, Malta e altre nazioni.
  4. La Svezia ha accolto il 135% (!) dei migranti rispetto alla quota prevista ma l’estrema destra fomenta odio e violenza contro “l’invasione straniera” (23,4 immigrati ogni mille abitanti, in Italia 2,4): nei fatti, resta un baluardo della solidarietà.

Ultima Grande Bugia: quella che i migranti ricevano più di quanto non contribuiscano. Smentita dai dati ministeriali.

 

Articolo di Leonardo Coen sul “Fatto Quotidiano del  7/2/2019