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Il libero mercato secondo le banche

Le persone che lavorano in banca sono sempre di meno, e diminuiranno ancora: evidentemente le aziende le ritengono non necessarie ad attività con un altissimo grado di automazione.

E ovviamente, sono sempre di meno le filiali. E’ un tema del quale ci siamo occupati in diverse occasioni, sottolineando come le chiusure non siano uguali in tutto il territorio nazionale: le banche tendono a concentrarle nelle zone in cui ritengono di avere minori prospettive di guadagno. Questo sta comportando differenze enormi e crescenti nella possibilità di accesso al credito tra le varie regioni, con ovvia penalizzazione del Centro-Sud rispetto al Nord Italia.

Per farsi un’idea del fenomeno è sufficiente guardare questa cartina. Rappresenta la concessione di credito pro-capite ai residenti delle varie regioni italiane. Con l’eccezione del Lazio, dovuta al fatto che molte grandi aziende hanno sede nella Capitale, è assolutamente evidente come il colore delle regioni tenda a divenire sempre più chiaro man mano che si scende verso sud, fino ad un omogeneo giallo paglierino per tutte le regioni del Mezzogiorno.

 

 

L’immagine è tratta dal rapporto Gen/2021: Economia e credito delle Regioni Italiane prodotto dall’istituto di ricerca IRSF-LAB. L’intero rapporto è scaricabile a questo link.

 

Quest’immagine dice una cosa ben precisa: per le regioni in difficoltà economica non esiste possibilità di riscatto, andranno anzi verso un ulteriore impoverimento visto che sarà sempre più difficile riuscire a finanziare nuove attività che possano rimpiazzare quelle che chiudono. E le banche hanno pesanti responsabilità in tal senso.

Se c’è una tesi che non si può assolutamente sostenere è che le banche siano aziende in crisi. I bilanci relativi al primo semestre del 2021 parlano di aziende molto floride, spesso con risultati ai massimi storici, per le quali evidentemente c’è un solo motivo per tagliare dipendenti e filiali: guadagnano tanto, tantissimo (quasi 6 miliardi per i primi 6 gruppi) ma non gli basta e vogliono di più, ancora di più.
Gli istituti creditizi minimizzano l’abbandono di buona parte del Paese continuando a millantare fantomatici legami con territori che in realtà stanno contribuendo ad impoverire, e in quanto aziende private rivendicano il diritto di massimizzare i loro profitti.

Ma è proprio così?

Ci sarebbe l’art. 47 della Costituzione che impone allo Stato il controllo dell’esercizio del credito che, se applicato, porrebbe delle concrete limitazioni alla libertà di manovra dei CdA delle Banche. Ma l’articolo viene ignorato perché le banche, ma soprattutto i politici, hanno una strana concezione del “Libero Mercato”.

 

IL CASO UNICREDIT – MPS

Quanto sta accadendo in questi giorni è assolutamente emblematico. Dopo aver speso circa 20 miliardi di soldi pubblici per tenere in vita il Monte Paschi di Siena, lo Stato decide che basta così e cerca un’acquirente. Proviamo ad immaginare un ipotetico dialogo tra i vertici di Unicredit e i rappresentanti del Governo:

Buongiorno, abbiamo saputo che cercate un acquirente per il Monte Paschi. Ok, lo prendiamo noi.
Ottimo, allora prepariamo i documenti e…
Un attimo. Lo prendiamo, ma non tutto tutto. I crediti problematici ve li tenete. Non pretenderete mica di deteriorare i nostri indici patrimoniali?
E va bene. In fondo lo abbiamo fatto per tutti i precedenti salvataggi. Si tratterà di accollarsi le perdite, ma a questo punto qualche miliardo in più cosa volete che sia? Quindi siamo d’accordo?
E no. Anche senza crediti problematici a noi il Centro-Sud non interessa. Anche quello ve lo tenete voi.
Noi? E che ci facciamo?
Affari vostri. Trovate un altro acquirente.
Non sta andando come avremmo voluto. Però non abbiamo alternative, quindi… OK! Affare fatto?
Non ancora. Dobbiamo parlare di soldi. Non vorrete che ci prendiamo una banca  importante come il Monte Paschi gratis? Non sarebbe giusto!
Certo che no, non sarebbe giusto. Quindi…
Quindi dovete pagarci!
Cosa? noi dobbiamo pagare voi?
Certo. Diciamo che un 5 o 6 miliardi di crediti d’imposta dovrebbero bastare.

Scusate il tono parodistico, ma è il modo migliore per rendere l’idea di una trattativa surreale. E che davvero non si capisce come possa rientrare nel concetto di “Libero mercato”.
Non è un caso isolato: sono state per molti versi simili le operazioni di “salvataggio” di cui in passato hanno beneficiato importanti gruppi bancari. Ricordiamo le più importanti: Intesa per Popolare di Vicenza e Veneto Banca, UBI (e quindi poi, indirettamente, ancora Intesa) per Banca Marche, Carichieti ed Etruria, BPER per Cariferrara.

I grandi gruppi bancari sono accomunati da progetti ambiziosi, fatti di chiusure di filiali ed abbandono dei territori meno appetibili, di tagli occupazionali e contestuale crescita dei compensi ai top manager. E ritengono di essere nel pieno diritto di farlo, dichiarando di dover rispondere solo agli azionisti ed alla ricerca del profitto, che evidentemente pensano possa crescere all’infinito in barba a tutte le leggi dell’economia.

Davvero tutto questo si può considerare normale?
Davvero si può parlare di libero mercato quando le perdite sono a carico dello Stato (cioè le paghiamo tutti noi) e gli utili sono ad esclusivo vantaggio di azionisti che sembrano non accontentarsi mai?
Non sarebbe doveroso imporre alle banche che hanno usufruito di pesanti erogazioni statali dei vincoli che impediscano la desertificazione di oltre metà del paese?

Sono evidenti le responsabilità della Politica, che si sottrae scientemente ad un suo dovere costituzionalmente previsto. Ma sappiamo che tra banche e politica non c’è il rapporto che ci si aspetterebbe tra controllore e controllato, quanto piuttosto un continuo scambio con reciproci benefici. E per rendercene conto, un esempio molto valido possiamo trarlo ancora dalla recente vicenda Unicredit- Monte Paschi.

Nel 2008, l’allora Ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan nazionalizzò MPS, con una spesa (pubblica) di 8 miliardi, affermando di averla salvata. In realtà, nel corso degli anni ulteriori iniezioni di denaro pubblico si sono rese necessarie per tenere a galla il Monte Paschi.
Nel 2020 Padoan ha traslocato dalla politica alla presidenza di Unicredit, passando così dal ruolo di salvatore di MPS a sostenere che in realtà il Monte Paschi non vale niente, convincendo (impresa non così difficile) lo Stato a scucire altri soldi pubblici.

C’è poco da aggiungere, se non che ancor oggi la miglior definizione di “Libero Mercato” è quella attribuita ad Ernesto Che Guevara.

Il capitalismo? Libera volpe in libero pollaio

Forse la frase non è davvero sua, ma descrive esattamente quello che le banche intendono quando parlano di “Libero mercato”.

 




MPS verso Unicredit: spezzatino e costi per lo Stato fino a 8 mld

Alla fine UniCredit ha rotto gli indugi e avviato una trattativa “in esclusiva” con il ministero dell’Economia per rilevare la polpa del Monte dei Paschi di Siena. Ieri, a sorpresa, il consiglio d’amministrazione della banca, convocato per approvare i conti trimestrali, ha dato l’ok anche all’ingresso in data room per esaminare i conti della banca senese in vista di un’eventuale acquisizione.
Il negoziato tra il Tesoro, primo azionista del Monte, e i vertici di UniCredit dura da tempo e si è intensificato da aprile dopo l’arrivo di Andrea Orcel alla guida del gruppo milanese e sotto la presidenza di Pier Carlo Padoan. L’ex ministro dell’Economia ha fatto sapere di essersi “astenuto” in Cda sul tema. Una mossa formale che però non oscura un dato che fa impallidire il concetto di porte girevoli: Padoan è l’uomo che al Tesoro nel 2017 ha nazionalizzato Mps a caro prezzo e ora presiede la banca che tratta con il Tesoro imponendogli una svendita a “costo zero” e con pulizia dei conti a carico dello Stato. L’operazione, infatti, si concretizzerà solo se “avrà impatto neutrale sul capitale di UniCredit”, si legge in una nota diffusa dal gruppo. “Tutti i crediti deteriorati di Mps saranno lasciati indietro – ha spiegato Orcel – come anche i rischi legali.

Quella che si profila è un’operazione complessa e che costerà cara allo Stato. UniCredit rileverà solo un “perimetro selezionato di Mps”, che, a quanto filtra, subirà uno spezzatino: le attività al Sud (a partire dall’ex Banca del Salento) dovrebbero finire al MedioCredito Centrale, l’istituto controllato dalla pubblica Invitalia che poco più di un anno fa ha salvato la Popolare di Bari, mentre gli sportelli toscani (e verosimilmente il marchio) rimarranno per un periodo in vita in via autonoma, per evitare l’implosione della classe politica locale, Pd in testa. Il resto dovrebbe finire a UniCredit, che, come detto, non spenderà un euro e non vuole nessun rischio.
Al di là dei tecnicismi, tra pulizia dei crediti deteriorati (4 miliardi lordi, 2,1 al netto delle coperture a bilancio), destinati a essere rilevati dalla pubblica Amco, accollo dei rischi legali (oggi ridotti a 6,2 miliardi) e il bonus fiscale previsto dal governo per le fusioni bancarie finalizzate entro giugno 2022 (3 miliardi), il conto finale per lo Stato potrebbe sfiorare gli 8-10 miliardi. La stessa cifra, tra garanzie ed esborso diretto dello Stato, ottenuta da Intesa Sanpaolo nel 2016 per rilevare le Popolari venete in dissesto. Anche allora, manco a dirlo, Padoan sedeva al Tesoro.

 

Articolo di Carlo Di Foggia su “Il Fatto Quotidiano” del 30/7/2021

 

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MPS: l’ora della responsabilità




Mps: Quesito su presunta violazione obblighi susseguenti agli aiuti di Stato

Di seguito riportiamo il testo del quesito posto dalle Segreterie Nazionali di Coordinamento MPS al Ministro dell’Economia ed alla Commissione Europea.

Siena, 18 dicembre 2017

                                        Ill.mo Sig. Ministro dell’Economia e delle Finanze
                                        Dott. Pier Carlo PADOAN caposegreteria.ministro@mef.gov.it
                                        Alla Commissione europea – Direzione generale della Concorrenza
                                        Dott.ssa Margrethe Vestager margrethe-vestager-contact@ec.europa.eu

Oggetto: Quesito su presunta violazione obblighi susseguenti agli aiuti di Stato

Nei giorni scorsi il CdA di MPS, ad appena due giorni dalla sua decadenza, ha deliberato la promozione di n° 49 nuovi Dirigenti e l’erogazione di premi a circa mille Dipendenti.
Tali decisioni appaiono del tutto immotivate sia dal punto di vista operativo/organizzativo sia per il conseguente notevole incremento dei costi che rischia di allontanare pericolosamente il raggiungimento degli obiettivi (Commitment) fissati dalla Commissione Europea della Concorrenza per Banca MPS.

Al di là della netta opposizione sindacale ad una iniziativa in palese contrasto rispetto ai vigenti accordi aziendali, sui quali ci riserviamo di intervenire con ogni strumento costituzionalmente previsto, vorremmo sapere se le decisioni assunte dal CdA di MPS siano compatibili, o meno, rispetto alle normative europee in caso di autorizzazione ai cosiddetti “aiuti di Stato”.

In caso di violazione delle norme, o degli impegni assunti in fase di sottoscrizione tra il Governo Italiano e la Commissione europea dell’accordo del 1° giugno 2017 per la ricapitalizzazione precauzionale della banca in linea con le regole degli aiuti di Stato, siamo a richiederVi di intervenire per sanzionare chi si è reso responsabile di tali decisioni.

Cordiali saluti

Le Segreterie di Coordinamento

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