La Flat tax è dannosa e viola la Carta senza la lotta all’evasione

Ma davvero la flat tax è una cattiva idea perché a proporla è la Lega?

Cominciamo col dire che il cosiddetto “contratto di governo” prevede una “flat tax caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali”. Il sistema dovrebbe articolarsi secondo “due aliquote fisse al 15% e al 20% per persone fisiche, partite Iva, imprese e famiglie”, facendo salva una no tax area per i bassi redditi e una deduzione fissa per le famiglie.

Due aliquote e non una sola, che davvero contrasterebbe con la Costituzione, secondo cui “il sistema tributario è informato a criteri di progressività” e “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” (art. 53). Se bastino due aliquote (e in particolare al 15% e al 20%) a soddisfare il criterio progressivo, la Costituzione non lo dice, ma specifica che la finalità della tassazione è coprire le spese pubbliche, intendendo ovviamente per tali, in primissima istanza, quelle intese a soddisfare i diritti costituzionali dei cittadini (per esempio la scuola pubblica statale, la sanità pubblica, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, la ricerca scientifica e la promozione della cultura).

Tali diritti fondamentali, incluso il diritto al lavoro (art. 4), sono essenziali per realizzare il fine supremo della Carta, la “pari dignità sociale” dei cittadini, cioè la loro uguaglianza sostanziale (art. 3). Concorrere alle spese pubbliche pagando le tasse è pertanto uno dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” prescritti dall’articolo 2.

Noi italiani paghiamo troppe tasse? Un recentissimo rapporto Ocse consente un agevole confronto con altri Paesi. Se ne può trarre una tabella di massima, eloquente anche se limitata a Francia, Germania e Usa (vedi figura).

Come si vede, c’è molta varietà: gli scaglioni di reddito tassabile sono sei negli Usa, cinque in Italia, quattro in Francia, tre in Germania. Il reddito minimo de-tassato (no tax area) è più basso in Italia, e inoltre da noi è più alta l’aliquota sui redditi più bassi: 23% contro il 12% degli Usa e il 14% di Francia e Germania. Molto diversa è la soglia di reddito considerata più alta: in Italia basta superare i 75.000 euro per raggiungere l’aliquota più alta (43%), in Francia e Germania l’aliquota massima è 45% per i redditi oltre i 156.000 euro (Francia) o i 260.000 euro (Germania). Per non dire degli Usa, dove solo i redditi superiori a 500.000 raggiungono l’aliquota massima, relativamente modesta (37 %).

Per fare un solo, sommario esempio pratico, un reddito di 60.000 euro annui è tassato assai diversamente nei vari Paesi, più o meno così: l’esborso sarebbe di 19.300 euro in Italia; 13.600 in Francia; 9.800 in Germania; e 8.000 dollari negli Usa.

Se poi si tiene conto delle detrazioni da familiari a carico (assai maggiori, per esempio, in Francia), questa differenza è ancor più marcata. Come mai, allora, il fisco francese incassa molto più di quello italiano? Semplice: perché l’evasione in Francia è sempre inferiore al 15% sul gettito fiscale complessivo, mentre in Italia veleggia intorno al 30%.

È vero, una forte diminuzione delle imposte avrebbe effetti positivi come l’accresciuta capacità di spesa e d’investimento. Ma per compensare il diminuito gettito fiscale non ci sono che due strade: o ridurre drasticamente la spesa pubblica, e dunque privare i cittadini di servizi e diritti (dalla scuola alla sanità), oppure combattere duramente e subito l’evasione fiscale, come del resto proclamava il “contratto di governo” parlando, anche se un po’ confusamente, di “recupero dell’elusione, dell’evasione e del fenomeno del mancato pagamento delle imposte”.

Secondo il recentissimo rapporto di Tax Research LPP(Gran Bretagna), l’evasione fiscale in Italia sarebbe fra 124,5 e 132,1 miliardi di euro l’anno, portando il nostro Paese al primo posto in Europa e fra i primi al mondo. Così è da decenni, e nessun governo, di nessun colore politico, ha provato a porvi rimedio. Perciò di flat tax non si dovrebbe parlare nemmeno per scherzo, se non dopo aver lanciato serie ed efficaci misure per il recupero delle tasse dovute e non pagate. Perciò la campagna che il Fatto sta conducendo per la lotta all’evasione fiscale è meritevole e necessaria. Sostenere, come alcuni fanno, che la flat tax porterebbe per propria virtù alla fine dell’evasione è stolto e irresponsabile: un tal risultato è altamente improbabile e richiederebbe comunque anni e anni di fortissima riduzione della spesa pubblica (o aumenti di altre imposte), con gravissime conseguenze politiche e sociali.

La Lega di Salvini eccelle negli slogan, ma non sa fermarsi a pensare. Anche la flat tax è uno slogan ripetuto ossessivamente, come se davvero si potesse fare senza affrontare con decisione il bivio fra il crollo della spesa pubblica, e dunque dei diritti, e la lotta all’evasione. Ma agitare slogan anziché proporre ragionamenti e progetti è un’abitudine condivisa, su altri fronti, anche dal M5S.

Giustissimo, ad esempio, sarebbe (sarà ?) fermare le “grandi opere” inutili: ma di fronte all’argomento-principe dei pro-Tav, dar lavoro alle persone e alle imprese, perché non lanciare una strategia alternativa? Perché non argomentare, in concreto, che si devono dedicare risorse, manodopera, capitali e saperi alla primissima Grande Opera di cui l’Italia ha bisogno, la messa in sicurezza del territorio, il più fragile d’Europa per sismicità, franosità, carenza di manutenzione e di cura delle coste, dei corsi d’acqua, delle valli?

In un’Italia più simile a quella che vorremmo, una sana alleanza di governo potrebbe cercare una strada analizzando i dati e progettando il futuro. Sì a una revisione delle aliquote, purché calibrata sul recupero dell’evasione fiscale. No alle grandi opere inutili, purché sostituite dalla Grande Opera di salvataggio del suolo italiano. Speranze vane? È probabile: perché forse quel che cementa il litigiosissimo matrimonio d’interesse degli alleati di governo non è il loro “contratto” ma lo scontro fra opposti slogan lanciati spesso alla cieca. Non la condivisione di ragionamenti e di progetti, ma un perpetuo sbandieramento di parole.

 

Articolo di Salvatore Settis sul Fatto Quotidiano del 4/7/2019




Il Governo e la Banca d’Italia: quella piazza parla anche a noi

Il 9 febbraio CGIL CISL e UIL hanno riempito le vie e le piazze di Roma con una grande manifestazione nazionale. Si è trattato della prima iniziale risposta alle misure e, soprattutto, alle chiacchiere del Governo.

A questo continuo comunicare a vuoto attraverso i media si collega la necessità di trovare un nemico a cui dare la colpa per i problemi del Paese: gli immigrati, i sindacati, i giudici, le ONG, la Francia… e adesso è la volta del Direttorio della Banca d’Italia.

In una situazione in cui l’economia italiana galleggia a mala pena, le turbolenze internazionali (dazi, scontro Stati Uniti-Europa) arrivano a peggiorare tutto. Gli ultimi dati economici confermano che l’Italia è tornata in recessione. Una nuova crisi rischierebbe di risultare catastrofica per il Paese, compreso il suo sistema bancario. Pur sapendo che le chiacchiere nulla possono per fermare questa dinamica, il Governo continua invece ad ammassare presunti colpevoli da additare alla rabbia di una popolazione sofferente e impoverita da decenni di politiche economiche sbagliate.

Come OO.SS. abbiamo fortemente criticato queste politiche da qualunque governo venissero proposte. Abbiamo più volte spiegato che l’austerity non avrebbe risolto nulla e avrebbe disgregato il tessuto sociale e politico dell’Unione Europea. Eventi quali la Brexit e la nascita di alcuni governi ideologicamente sovranisti sono anche l’effetto di queste politiche sbagliate.

La sconclusionata aggressione del Governo odierno alla Banca d’Italia e ai suoi vertici ricorda sia la mozione di sfiducia nei confronti del Governatore voluta dal PD nell’ottobre del 2017, sia le più dolorose vicende del marzo 1979, quando la loggia massonica segreta P2 diede l’ordine al giudice Alibrandi di punire il vertice della Banca per l’autonomia dimostrata in alcuni casi di frodi bancarie (banche di Sindona, Italcasse, ecc.).

All’epoca il meglio del Paese, dall’accademia ai sindacati, accorse a difesa della Banca perché era chiaro che l’attacco mirava a distruggere non solo uomini retti ma un ostacolo al dilagare della corruzione e del malaffare. I più prestigiosi economisti, guidati da Federico Caffè, firmarono un appello in difesa di Baffi e Sarcinelli. È difficile che la reazione all’attacco dell’Istituzione Banca d’Italia da parte del Governo sia paragonabile a quella dell’epoca.

La Banca attuale, dobbiamo dircelo, non gode dello stesso prestigio.

In parte, ciò è dovuto ad aspetti che vanno molto oltre l’Istituto, basti pensare alla nascita dell’euro, all’Unione Bancaria, ecc., ma in parte dipende anche dalle scelte del nostro vertice, che non abbiamo mancato più volte di rimarcare. Peraltro c’è da dire che sinora non hanno incriminato nessuno, ma non si sa mai, se restassero a corto di nemici…

È comunque ovvio l’intento che muove il Governo: zittire le critiche, demolire l’autonomia delle Istituzioni (dalla scuola alla magistratura alla Banca d’Italia). Quando i membri dell’esecutivo parlano di vicende bancarie e finanziarie esprimono un’approssimazione sconcertante. Del resto, si tratta di una approssimazione da un lato di lungo corso, basti pensare alla per fortuna rapida avventura dei leghisti come gestori di una banca (Credieuronord, fallita praticamente subito), dall’altro fondata su idee balzane e complottiste tutte da dimostrare.

In questa situazione complessa, dove le scelte gestionali del vertice hanno portato a un allontanamento e a una profonda disillusione di molti colleghi verso l’Istituto, la CGIL, la CISL e la UIL si pongono a difesa a tutto campo del bene primario dell’indipendenza della Banca, consapevoli che, al di là degli uomini che oggi la guidano, questo attacco mira a una riduzione della competenza e delle capacità d’azione dell’Istituto, con ricadute anche sui lavoratori che vi operano con professionalità e dedizione.

Il Governo usa le vicende dei risparmiatori veneti per far dimenticare la propria estrema difficoltà a gestire la crisi economica e a far mutare direzione alle politiche dell’Unione Europea. La nostra risposta dovrà essere articolata, protratta e complessiva. Non si tratta solo del destino del vertice di Via Nazionale ma del futuro del Paese.

Emerge una considerazione che è nel DNA della Fisac, della First e della Uilca ma, a volte, è dimenticata nella gestione quotidiana in Banca: il destino dei lavoratori della Banca d’Italia non è molto distante da quello di tutti gli altri. Non siamo una torre d’avorio, ma al massimo il primo vagone di un treno che va nella stessa direzione.

Occorre una risposta di ampio respiro che, anche sindacalmente, vada ben oltre le mura della Banca.

La battaglia è appena cominciata.

Roma, 11 febbraio 2019

 

LE SEGRETERIE NAZIONALI

FIRST/CISL          FISAC/CGIL          UILCA

 

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