Invalidità Civile: per la Corte Costituzionale l’importo è troppo basso

La Consulta ha esaminato una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’appello di Torino, fornendo una risposta che avrà molta importanza dal lato normativo e giuridico.

Il caso che ha dato origine alla decisione – spiega l’Ufficio stampa della Consulta in attesa del deposito della pronuncia – riguarda una persona affetta da tetraplegia spastica neonatale, incapace di svolgere i più elementari atti quotidiani della vita e di comunicare con l’esterno.

Invalidità Civile: per la Corte Costituzionale somme insufficienti

Infatti per la Corte Costituzionale la cifra di 285,66 euro al mese è troppo bassa per garantire i mezzi necessari per vivere agli invalidi totali.

È perciò violato il diritto al mantenimento che la Costituzione (articolo 38) garantisce agli inabili.

Attualmente agli invalidi civili totali spetta un assegno mensile di 285,66€ (2019) a condizione di possedere un reddito personale non superiore a 16.814,34€ annui (non conta il reddito del coniuge). Al raggiungimento dell’età anagrafica di 60 anni l’articolo 38 della legge 448/2001riconosce una maggiorazione della prestazione sino a 649,45€ mensili a condizione di possedere un reddito personale non superiore a 8.442,85€ ed un reddito coniugale – se trattasi di invalido coniugato – non superiore a 14.396,72€ annui.

Quindi d’ora in poi non più € 285,66 euro mensili previsti dalla legge 118 del 1971. Infatti oggi si può avere l’incremento ad € 516,46 sin  dal 18esimo anno di età senza aspettare il raggiungimento  dell’età di sessantasei e sette mesi.

Tuttavia non rilevano i redditi del coniuge nè quelli esenti dall’irpef. Per la maggiorazione rilevano, invece

  • non solo quelli del coniuge
  • ma anche i redditi di qualsiasi natura

compresi i redditi esenti da imposta, ad eccezione

  • del reddito della casa di abitazione
  • delle pensioni di guerra
  • e delle indennità di accompagnamento.

La Sentenza è storica: ma non avrà effetto retroattivo. Dovrà applicarsi proprio a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza sulla Gazzetta Ufficiale. con le relative motivazioni.

Resta ferma la possibilità per il legislatore di rimodulare la disciplina delle misure assistenziali vigenti, purché idonee a garantire agli invalidi civili totali l’effettività dei diritti loro riconosciuti dalla Costituzione.

 

Fonte: www.lentepubblica.it

 




Permessi legge 104/92: alcuni chiarimenti importanti

Riportiamo un quesito, con relativa risposta, che può fornire indicazioni molto importanti.

Vivo a pochi chilometri dalla città in cui abita mia madre e ho da lei la residenza temporanea. Usufruisco della legge 104 perché mia madre è invalida, per cui sto con lei, dalla mattina fino al tardo pomeriggio e poi torno a casa mia per dormire. Mia madre è assistita anche da una badante. Posso continuare a fare così o per la legge 104 devo stare con mia madre 24 ore su 24?

Permessi legge 104: la risposta

A proposito della problematica riguardante il lavoratore beneficiario del congedo straordinario retribuito e la possibilità di assentarsi dall’abitazione per una parte della giornata, per interessi non legati alla cura del disabile, è necessario ricordare che la giurisprudenza di legittimità, sul punto, è piuttosto severa. La Corte di Cassazione (sent. n. 8784/2015), infatti, ha riconosciuto la legittimità del licenziamento disciplinare nei confronti del lavoratore che abbia utilizzato anche solo una parte delle ore di permesso per soddisfare interessi esclusivamente personali.

La norma originaria e principale in materia di permessi lavorativi retribuiti è la Legge quadro sull’handicap (Legge 5 febbraio 1992, n. 104) che all’articolo 33 prevede agevolazioni lavorative per i familiari che assistono persone con handicap e per gli stessi lavoratori con disabilità e che consistono in tre giorni di permesso mensile o, in alcuni casi, in due ore di permesso giornaliero.

Principalmente ad occuparsi dei permessi lavorativi previsti dall’articolo 33 della Legge 104/1992, sono stati gli enti previdenziali (INPS e INPDAP, solo per citare i principali) emanando circolari ora applicative ora esplicative. Non sempre le indicazioni fornite dai diversi enti sono fra loro omogenee.

Le condizioni e la documentazione necessaria per accedere ai permessi lavorativi sono diverse a seconda che a richiederli siano i genitori, i familiari o gli stessi lavoratori con handicap grave. Inoltre vi sono molti aspetti applicativi che si diversificano a seconda delle situazioni.

 

Fonte: www.lentepubblica.it




INPS: medici premiati se tagliano prestazioni e invalidità

Incentivi sotto forma di integrazioni del salario ai medici INPS che tagliano le prestazioni dell’Istituto: è l'”aberrante” effetto che si palesa a seguito della determinazione presidenziale n. 24 del 13/03/2018, ovvero il c.d. “Piano della Performance 20182020” (quindi già in vigore), con cui l’INPS ha individuato per i suoi dipendenti gli obiettivi da raggiungere per accedere ad alcune forme integrative/aggiuntive di salario.

 

MEDICI INPS: PIÙ TAGLI LE PRESTAZIONI, PIÙ GUADAGNI

Quanto più si revocano le prestazioni di invalidità civile e quanto più vengono annullate le prestazioni dirette per malattia che l’ente fornisce, tanto più guadagneranno i medici a fine anno“.
Sarebbe questo, in estrema sintesi, il messaggio che l’Istituto avrebbe inviato ai propri medici, ha sottolineato Vittorio Agnoletto in un post sul suo blog, ospitato da ilfattoquotidiano.it.

In pratica, a pagina 61 dell’allegato tecnico alla menzionata determinazione presidenziale firmata dal presidente INPS Tito Boeri, al paragrafo “Obiettivi produttivi ed economico finanziari dei professionisti e medici” sono ricompresi, come si legge al comma 3.1.1., “i seguenti obiettivi per il cui raggiungimento professionisti legali e medici svolgono un ruolo decisivo”.

Si tratta, per i medici in servizio presso l’INPS di:

  • Vmc (visite mediche di controllo);
  • Annullamento prestazioni dirette malattia;
  • Revoche prestazioni invalidità civile;
  • Azioni surrogatorie.

 

INCENTIVI PER LA REVOCA DELLE PRESTAZIONI: LE CONSEGUENZE

Una simile previsione potrebbe comportare conseguenze facilmente immaginabili: ad esempio, stante gli obiettivi posti al medico per ottenere incentivi o premi, il cittadino che si vede revocare o negare un beneficio (ad esempio l’invalidità civile) potrebbe legittimamente dubitare che il dottore abbia agito secondo “scienza e coscienza” come dovrebbe fare secondo il giuramento professionale, e ipotizzare, invece, che questi abbia inteso perseguire un interesse economico personale.

Alla sfiducia dei cittadini nei confronti dell’amministrazione pubblica, si contrappone anche quella dei dottori che, invece, agiscono secondo il proprio dovere professionale: anche questi si vedrebbero penalizzati nel vedersi riconoscere premi decisamente inferiori rispetto ai colleghi che agiscono per i propri interessi per ottenere guadagni accessori.

D’altronde, i circa 900 i medici che operano presso l’INPS da esterni, quindi con partita IVA, e che costituiscono la maggioranza di coloro che compongono le Commissioni e sul cui operato il dirigente medico strutturato esprime un parere a fine anno, sono consci che le loro decisioni contribuiranno a determinare il premio economico del loro diretto superiore.

 

LE POLEMICHE CONTRO GLI INCENTIVI AI MEDICI INPS

L’allarme è stato lanciato in prima battuta da ANMI (Associazione nazionale medici Inps) che nel comunicato n. 12 dello scorso 18 settembre 2018, ha contestato questi obiettivi, ritenendo che “alcuni siano incompatibili con le norme deontologiche (revoca di prestazioni di invalidità civile) e altri non ricompresi nell’ambito delle attività svolte dal medico dipendente (VMC annullamento delle prestazioni dirette di malattia) o correlati all’occorrenza di eventi traumatici che prescindono del tutto dall’impegno professionale del medico INPS (surroghe)”.

Sulla vicenda, sempre tramite le pagine del Fatto Quotidiano, è intervenuto anche il presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli: “Non siamo i medici dello Stato ma del cittadino. Questo incentivo, se confermato, è un’aberrazione per la professione medica e segna il tradimento di principi costituzionali. Chiunque debba valutare, sappia che siamo contrari”.

Dopo l’intervento dell’Ordine dei Medici e delle associazioni a tutela dei disabili, anche lo stesso ministro della Salute Giulia Grillo ha chiesto all’INPS di chiarire questa metodologia, anche a suo parere “contraria alla deontologia della professione medica”.

Secca la replica del Presidente dell’INPS, Tito Boeri, che parla di una questione “fondata sul nulla” e sostiene che si tratterebbe di un incentivo “introdotto in virtù di una sentenza del Consiglio di Stato che prevede l’introduzione di un sistema incentivante” volto alla “riduzione del debito pubblico e al risparmio”.

Inoltre, ha soggiunto Boeri, “Sono obiettivi aggregati dell’istituto a livello regionale, il singolo medico non ha effetti revocando invalidità. Il medico risponde sulla deontologia alla giustizia civile e penale, oltre che alla propria coscienza”.

 

SINDACATI CONTRO INPS: “RIVEDERE IL PIANO, LEDE I PRINCIPI A CUI L’ATTIVITA’ MEDICA DEVE ISPIRARSI”

Tuttavia, questo intervento non ha affatto placato le polemiceh: contro la delibera che ha fissato tra i criteri di valutazione per la retribuzione di risultato dei medici la riduzione delle prestazioni di malattia le revoche dell’invalidità civile, sono insorti nei giorni scorsi anche i sindacati.

Nel documento a firma congiunta, le tre sigle confederali FP CGIL, CISL FB e UILPA hanno bollato l’erogazione di simili premi di risultato ai medici come lesiva dei principi di libertà e di indipendenza della professione medica”.

Inoltre, le associazioni hanno sottolineato il rischio dell’incentivarsi di “comportamenti contrari a quei principi di rispetto della vita, della salute fisica e psichica, della libertà e della dignità della persona cui l’attività professionale medica deve costantemente ispirarsi”. Da qui la netta richiesta di rivisitare immediatamente l’Allegato Tecnico al Piano Performance.

Secondo USB (Unione Sindacale di Base), invece, i premi di risultato legati agli obiettivi di contenimento della spesa sono il frutto di “una politica odiosa attuata sulle spalle della parte più debole del paese” e, pertanto, ha richiesto l’immediata cancellazione degli obiettivi produttivi ed economici dei medici INPS elencati nel Piano della Performance.

 

Fonte: www.studiocataldi.it