La verità sulle foibe


L’analisi, come sempre lucidissima, del professor Alessandro Barbero in occasione della ricorrenza del Giorno del Ricordo delle foibe


Cosa sono le foibe?

Alla fine della guerra, sui confini orientali d’Italia, l’esercito partigiano jugoslavo comunista, avanzando in un territorio che da molti anni era occupato degli Italiani e dove quindi abitava un gran numero d’Italiani (Dalmazia, Istria, fino a Trieste), fa fuggire davanti a sé la popolazione italiana terrorizzata e uccide effettivamente migliaia di Italiani civili, gettando poi i cadaveri in queste forre del terreno che ci sono sono da quelle parti. Le foibe, appunto.
Un eccidio di molte migliaia di civili.

I partigiani jugoslavi comunisti stanno dalla parte dei vincitori, combattono dalla parte “giusta” quindi per molto tempo di questa cosa non è che non se ne parli – se ne parla eccome – ma a livello ufficiale nessuno si sognerebbe che sia una cosa di cui si debba fare un giorno del ricordo, per esempio. Perché è uno dei tanti casi in cui i vincitori, che avevano ragione e stavano dalla parte giusta, hanno fatto delle porcate.
Cosa che succede normalmente, perché nella realtà non è che ci sono i buoni e i cattivi come nei film americani. La realtà è più complicata di così e i vincitori, che stanno dalla parte giusta, fanno un sacco di porcate: buttano la bomba atomica su Hiroshima  e poi, come se non bastasse, ne hanno ancora un’altra e buttano anche quella e distruggono un’altra città.
E ciò non impedisce affatto di dire che “meno male che han vinto loro” perché avevano ragione loro, in base ai nostri valori di oggi.

Poi cosa succede? Succede che quella parte dell’Italia che per tanto tempo ha vissuto male il 25 aprile, la celebrazione della Resistenza, perché “erano famiglie come la mia” dove ci si era schierati dall’altra parte, sempre più sentono di avere più spazio e che il pendolo si è spostato e chi la pensa così ha sempre più importanza, e a un certo punto un Governo che – non lo può dire – ma è fatto da gente che in realtà si sentiva più dalla parte dei fascisti che non dei Partigiani, decide che bisogna equilibrare il 25 aprile.
C’è questa grande festa che piace a quelli della sinistra? E allora facciamo anche un altro giorno del ricordo per ricordare invece un’altra cosa dall’altra parte.

E nasce il giorno delle foibe.

Non ci son state le foibe? Certo che ci sono state.
E’ stata un’atrocità? Certo che è stata un’atrocità.
Non bisogna parlarne? Certo che bisogna parlarne, La storia si occupa di tutto e va a vedere tutto. E la storia fatta bene viene fatta senza preoccuparsi di dire “ah, ma quella schifezza lì l’han fatta i miei amici, quindi non ne parlo”. La storia fatta bene vuol dire precisamente: “io vado a vedere tutto, perché voglio sapere tutto. Perché a me interessa la verità di quello che è successo“.

Questo nei Paesi dove la storia è libera, naturalmente. In una dittatura, una delle prime cose che la dittatura censura è la ricerca storica. Una delle prime cose che in una dittatura si va a vedere è: “cosa dicono i libri di storia che si studiano a scuola? Riscriviamoli. Quella cosa lì non ci piace che venga detta. Togliamola”
Nelle dittature è normale; dei libri di chimica non frega niente a nessuno. La chimica è una cosa oggettiva e quindi non vengono censurati. I libri di storia sì, perché come capite ci sono tante cose che si può decidere di dire o non dire, sono molto importanti e le mettiamo al centro oppure “ci sono state però ragazzi, ne son successe tante di cose…”
Le foibe sono appunto uno di quei casi in cui se uno lo vuole dire… cioè, uno lo deve sapere ovviamente. E gli storici le hanno sempre studiate.

Dopodiché si tratta di dire: “Dobbiamo mettere al centro del discorso pubblico quell’episodio lì, perché è emblematico, è da quello che si capisce davvero cos’era quell’epoca e cioè che i partigiani comunisti erano molto cattivi e che gli Italiani sono stati ingiustamente perseguitati e sterminati”?

Oppure dobbiamo discutere di quella cosa lì per vederne tutti gli aspetti? Se discuti di quella cosa lì per vederne tutti gli aspetti scopri – aldilà del fatto che è successo quello sterminio in un mondo dove la gente crepava tutti i giorni, continuamente, dappertutto, dove le città venivano bombardate, la gente bruciata viva dai bombardamenti, la gente moriva nei lager, morivano i soldati in combattimento a migliaia tutti i giorni e questo già ti rimette un po’,  come dire, le cose in prospettiva –  scopri che se i comunisti jugoslavi erano così incazzati con gli Italiani è perché gli Italiani quei territori lì li avevano occupati nel 1918 dopo aver vinto la Prima Guerra Mondiale, e avevano cominciato a bastonare gli abitanti slavi, a proibirgli di parlare nella loro lingua, a decidere che quei paesi lì dovevano diventare italiani e dimenticarsi di essere stati slavi, e così via, e che dopo vent’anni di divieti, di bastonate e di abusi la popolazione slava locale odiava gli Italiani. E a quel punto, come succede, li odiava tutti: non è che stava a dire quello lì è buono, quello lì è cattivo, quello lì è fascista, quell’altro no: odiava gli Italiani.
E questo non vuol dire che chi prendeva le famiglie, gli sparava alla nuca e li buttava nei crepacci non debba rispondere davanti alla sua coscienza di quello che ha fatto. Però vuol dire che noi sappiamo un po’ di più di quel che è successo  e del perché è successo.
Quella è la storia.

Creare invece un giorno della memoria per controbilanciare l’altro, quello è l’uso della memoria che fa la politica.
Tutto quello che a me interessa è che abbiate gli strumenti per distinguere le due cose. Poi ognuno si schiera e può anche dire: “A me quell’uso politico della memoria mi sta bene, anch’io penso che i comunisti erano degli schifosi bastardi e mi va bene che si celebrino le loro vittime”.
Però bisogna saper distinguere.

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