In arrivo il POS unico per i Buoni Pasto elettronici

I buoni pasto elettronici, che sostituiscono la mensa aziendale, potranno essere utilizzati in bar, ristoranti e supermercati senza più temere di vedersi negata la transazione perché l’esercente è sprovvisto dell’apposito Pos.
Nel dl Semplificazioni, approvato in via definitiva dal Parlamento la scorsa settimana, è stato infatti inserito un emendamento che introduce il “Pos unico”, cioè un terminale che accetta bancomat, carte di credito ed e-ticket emessi dalle varie società per alleggerire gli oneri degli esercenti e facilitare così l’utilizzo dei buoni pasto. Una novità che rientra nel “piano cashless” previsto dal governo per ridurre l’uso del contante e far emergere l’economia sommersa del nero.

Ma se la battaglia è vinta, la guerra è tutt’altro che conclusa: non si hanno ancora notizie sul decreto attuativo del ministero dello Sviluppo Economico che, di concerto con l’Anac, dovrà regolamentarne i dettagli operativi. E va ancora discussa la partita sul lato operativo: capire, insomma, come si risolverà la questione della convenzione e delle commissioni.
Di solito, supermercati e ristoranti si trovano a gestire fino a 4 Pos. “Con l’attuale sistema – denuncia la Fipe, la federazione degli esercenti – si hanno il 25% di spese ogni 1.500 euro di fatturato solo per installazione, commissioni e contratti di affitto dei vari lettori elettronici”. Un gruzzolo, che con l’introduzione del Pos unico, i gestori non vorranno perdere con il rischio di un aumento generalizzato dei contratti di convenzione.

Un meccanismo infernale che caratterizza da sempre i “buoni”, dove sono sempre gli stessi pochi soggetti a trionfare: i giganti stranieri e lo Stato (*). I primi che si aggiudicano bandi miliardari a suon di ribassi (fino al 30%) e Consip (la centrale acquisti della Pubblica amministrazione) che fa risparmiare all’erario milioni di euro, ma a discapito dei 3 milioni di lavoratori, di cui 1 milione di dipendenti pubblici. Sempre più spesso, con il passaggio quasi obbligato dal buono cartaceo a quello elettronico – dopo l’introduzione da gennaio delle nuove soglie di esenzione (da 7 a 8 euro) – si sono ritrovati in tasca una tesserina praticamente inutilizzibile visto che la maggior parte degli esercenti non vuole pagare i costi di noleggio per l’ennesimo Pos.

Ma da questo limite al Pos unico ce ne passa.

 

Articolo di Patrizia De Rubertis sul Fatto Quotidiano del 21/9/2020

 

(*) Per completezza aggiungiamo anche le aziende private (tra cui quelle del nostro settore) che l’autrice dell’articolo non ha considerato.

 




Sulla strada

“Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero – lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio (…). Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma.”
J. Kerouac

Potrebbe dirsi una singolare rivisitazione del celebre romanzo di Kerouac la foto che rimbalza sui media da oggi: ritrae due donne e una bambina che dormono per terra, sull’asfalto di un parcheggio, nel pieno centro cittadino.
Invece non abbiamo a che fare con un diario della Beat generation.

Non si tratta del racconto di persone che intraprendono un viaggio in autostop per fuggire a regole e convenzioni, che cercano l’ebbrezza delle sensazioni estreme, che rifiutano di adattarsi alla società.
È l’esatto il contrario.
Si tratta di persone che hanno viaggiato su mezzi di fortuna, che fuggono da fame e guerra affrontando situazioni estreme e che, tuttavia, la nostra società rifiuta.

Guardandola, possiamo scegliere.
Se guardare scorrere la strada e la realtà senza affrontarne gli aspetti morali, un po’ come fa Kerouac, o pensare che noi, il nostro Paese, la nostra Europa, ricchi di una storia lunga di diritti conquistati, non possa fallire ora, davanti a questa foto e, semplicemente, respingerla.

Il giudizio che ne diamo, passando sulla strada, è la proiezione della meta che raggiungeremo: una roccaforte che si si barrica nell’odio e si disgrega nell’abbandono dei propri principi o una civiltà, che ancora sa affermarsi, costruire, accogliere.

Emnuela Marini
Fisac/Cgil Banca d’Italia

 




Addio al Superticket sanitario: ecco cosa cambia

Finalmente è arrivato l’addio al tanto maldigerito Superticket sanitario: scopriamo cosa cambia a partire da oggi.



L’
abolizione è diventata legge il 23 dicembre e vale circa 165 milioni di euro nel 2020 e 490 per gli anni successivi. Ed entra in vigore a partire da oggi.

A ricordarlo è anche il Ministro Roberto Speranza, direttamente dalla sua pagina Facebook:

Da oggi 1 settembre 2020 nessuno in Italia pagherà più il superticket.

È una battaglia vinta. Perché la salute viene prima di tutto. Oggi è davvero un buongiorno.

Addio al Superticket sanitario: ecco cosa cambia

Ma cosa cambia nello specifico a partire da oggi?

Da oggi, 1° Settembre in pratica non si pagherà più la quota aggiuntiva di 10 euro su visite mediche specialistiche e gli esami clinici.

L’ammontare stabilito si pagava sulle ricette per visite ed esami e viene applicato a macchia di leopardo in Italia.

Molte regioni infatti lo avevano già abolito, la prima a farlo era stata l’Emilia Romagna, nel luglio 2018, per redditi fino ai 100.000 euro lordi.

Ma ora la nuova misura uniformerà i provvedimenti regionali ed è valida per tutti i cittadini, a prescindere dal reddito.

Con questa novità si cancella pertanto un tassa che ha pesato soprattutto su chi ha meno possibilità di curarsi.

Resta, invece, per chi non è esonerato in base al reddito, il costo del ticket in sé, variabile a seconda delle prestazioni sanitarie e pari a circa 30-35 euro.

L’impossibilità di accedere al Servizio sanitario per i cittadini «è una sconfitta dello Stato. Al contrario, la scelta fatta dal Consiglio dei ministri è una vittoria per lo Stato, nel nome dell’articolo 32 della Costituzione», commentò il ministro al momento dell’approvazione.

Fonte: www.lentepubblica.it




Responsabili e irresponsabili

C’è un aspetto nell’organizzazione delle banche che in pochi hanno colto, ma del quale è fondamentale prendere coscienza per capire ciò che succede nella quotidianità di chi lavora nelle filiali.


La nostra vita è governata da regole che ne disciplinano ogni singolo aspetto. Questo è ancor più vero per il lavoro in banca: contratti, normative interne, antiriciclaggio, antiterrorismo, antiusura. Codice civile, codice penale, trasparenza, contrasto all’evasione fiscale. E poi circolari, ordini di servizio, email… un numero enorme di disposizioni da seguire, sostanzialmente impossibili da conoscere nel loro complesso ma la cui inosservanza può comportare conseguenze che vanno dal provvedimento disciplinare, al risarcimento del danno, al licenziamento, alla denuncia alla Magistratura.

Eppure, pare che ci siano persone per le quali le norme sembrano non valere.

Molti di noi avranno probabilmente avuto a che fare con dei capi che si comportano in palese violazione di norme e contratti, e che sembrano volerci spingere più o meno apertamente ad aggirare leggi o disposizioni di varia natura. Com’è possibile tutto ciò?

C’è un aspetto nell’organizzazione delle banche che in pochi hanno colto, ma del quale è fondamentale prendere coscienza per capire ciò che succede nella quotidianità di chi lavora nelle filiali.

Esiste una divisione netta che differenzia i dipendenti bancari in due gruppi: quello dei responsabili (cioè coloro che pagano per ogni singolo errore) e quello degli irresponsabili (cioè quelli che, qualunque cosa facciano, non pagano mai).
E’ una divisione che opera in senso verticale.
La responsabilità è piena per chi opera in filiale, dall’operatore di sportello fino al Titolare, la figura più esposta in assoluto. Si azzera magicamente appena si passa al gradino superiore, occupato di norma da Quadri Direttivi con ruolo chiave o da Dirigenti.

E qui possiamo cogliere un primo paradosso: la responsabilità è inversamente proporzionale alla retribuzione. Il cassiere che sbaglia e a fine serata si vede mancare una banconota non può far altro che mettersi le mani in tasca e reintegrare la differenza. Il Dirigente che prende decisioni sbagliate, arrecando anche danni alla sua Banca, si ritroverà, nella peggiore delle ipotesi, assegnato ad altro incarico.

Perché questa differenza incide in modo così forte sulla vita dei bancari?

Riflettiamo su quelli che sono i ruoli all’interno dell’organizzazione aziendale. La corsa forsennata al raggiungimento degli obiettivi ha fatto sì che, nel corso degli anni, le Banche si dotassero di strutture sempre più articolate aventi una sola funzione: pressare, pressare, pressare.
E allora, ecco che le Direzioni Generali pressano i Responsabili Territoriali, che pressano gli Area Manager, che pressano gli Assistenti commerciali, che pressano i Titolari di fIliale, che pressano i referenti, che pressano i singoli operatori. Un sistema che, non senza una certa dose di umorismo, viene definito come “supporto alla vendita”. In realtà non esiste alcun supporto: solo pressioni.

E qui diventa fondamentale la differenza tra “responsabili” e “irresponsabili”. Molti Dirigenti hanno come unico compito quello di non dare pace a chi opera in prima linea; in cambio, le Aziende prevedono premi che non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli dei comuni Lavoratori. Per questo diventa concreto il rischio che, di fronte alla prospettiva di perdere incentivi che possono raggiungere o superare il reddito annuale di un impiegato, qualcuno finisca col cedere alla tentazione di ignorare le regole, viste solo come un fastidio che rischia di non far percepire le ricche prebende.

Questo spiega perché, seppur in modo ovviamente non ufficiale e mai per iscritto, alle filiali arrivino indicazioni più o meno palesi che le spingono a violare le norme.
Molti di noi hanno sentito indicazioni del tipo: “Va bene l’adeguatezza, va bene Mifid, ma il budget lo devi fare, quindi chissenefrega se vendi la polizza decennale ad un’ottantenne?
O magari “Può darsi che questo prodotto non sia adatto per tutti, ma tu mica devi spiegarlo fino in fondo! Basta che ti fai firmare i contratti”.
Oppure “OK, dovete fare l’adeguata verifica, ma intanto pensate ad aprire i conti, poi i documenti li porteranno“.
O, peggio ancora “Le commissioni addebitatele, poi se il cliente dovesse lamentarsi potete sempre dirgli che c’è stato un errore e rimborsargliele“.

L’elenco potrebbe proseguire all’infinito; a rendere particolarmente grave ognuna di queste affermazioni c’è la certezza pressoché assoluta, da parte di chi le fa, di non pagare conseguenze grazie alla loro “irresponsabilità”, sapendo che eventuali sanzioni, anche di natura penale, saranno esclusivamente in carico a chi ha effettuato l’operazione.

Facciamo un esempio concreto. Può capitare di sentire un nostro superiore affermare che: “Se il cliente non fa la polizza dovete rifiutargli il prestito“. In effetti lo abbiamo sentito dire tante volte, al punto che qualche Lavoratore potrebbe finire per considerarla quasi una regola non scritta: eppure, chi si prestasse a quello che è a tutti gli effetti un ricatto, senza forse neanche rendersene conto starebbe commettendo un reato, una forma di estorsione. Eppure c’è chi lo fa lo stesso, senza neanche chiedersi: “Cosa potrà mai succedere?”

Per esempio questo, come avevamo già riportato in un precedente articolo:

“Associazione a delinquere”: bancari denunciati per aver costretto i clienti a sottoscrivere polizze.

Quando succedono fatti del genere, la prima reazione dei vertici dell’Istituto (cioè degli “Irresponsabili”) è scaricare ogni colpa sui dipendenti. Per questo dobbiamo ricordarci sempre che ogni operazione fatta in modo scorretto è come un passo su un campo minato: può darsi che ci vada bene e non incontriamo nessuna mina, ma prima o poi salteremo in aria e nessuno verrà a soccorrerci.

 

Gli “irresponsabili” sanno di non rischiare. E se ne vantano

L’aspetto più grave della differenziazione tra “responsabili” e “irresponsabili” sta nel senso di onnipotenza che finisce per pervadere questi ultimi. Per alcuni di loro, moderni “Marchesi del Grillo”, il rispetto delle norme è roba da sfigati, da incapaci, da nemici del progresso e dei budget. Il Direttore di FIliale che obietta il timore di rilievi da parte dell’Ispettorato diventa un pavido, uno che non merita il ruolo che ricopre.
Sembra una logica folle, assurda, da rifiutare senza riserve: e invece è un modo di pensare che si sta diffondendo sempre più nelle filiali degli Istituti di Credito.

Diciamocelo con chiarezza: quando un nostro collega afferma di non poter porre in essere un’operazione perché ritiene che non sia in linea con le regole, capita che in filiale non trovi solidarietà, ma finisca con l’essere isolato. Lui è il piantagrane, quello che vuole impedire ai colleghi di prendere il premio di risultato (come già detto, briciole rispetto alle somme percepite dagli “Irresponsabili”). E quel che è peggio, questo modo di pensare è più diffuso tra i colleghi giovani. Come dire che il futuro della banche rischia di essere popolato da soldatini autolesionisti, carne da macello da sacrificare a piacimento da parte di chi li ha plasmati come voleva: esattamente ciò gli serve per mantenere i propri ricchi emolumenti.

Come ci si difende?

I Sindacati hanno ottenuto un primo, importantissimo passo avanti con la sottoscrizione dell’ Accordo sulle Politiche Commerciali, stipulato nel 2017 e trasportato integralmente nel CCNL 2019. La novità dell’accordo consiste nell’amissione, anche da parte delle Banche, che determinati comportamenti sono sbagliati, con il conseguente divieto di porli in essere. Il grosso limite dell’accordo è che non prevede sanzioni, quindi si è rivelato di difficile applicazione.

L’accordo prevede tra l’altro il divieto di richiedere report “fai da te” e il divieto di comunicazioni commerciali fuori orario o nei weekend: norme che vengono quotidianamente disattese. Prevede inoltre il divieto di pubblicare classifiche: eppure abbiamo visto dirigenti particolarmente spregiudicati (o totalmente ignoranti delle normative) arrivare a pubblicare classifiche con i nomi dei singoli referenti, comportamenti sanzionabili anche in sede penale.
Perché continuano a succedere fatti del genere se sono espressamente vietati?

Ancora una volta la risposta è semplice: molti Dirigenti fanno queste cose perché sanno di poterle fare, perché sanno di essere “Irresponsabili”. Perché sanno di poter contare sull’atteggiamento ambiguo delle Banche, che se pubblicamente annunciano la lotta alle pratiche commerciali scorrette, in realtà finiscono con il premiare e gratificare proprio i Dirigenti più spavaldi e vessatori, a scapito dei loro colleghi più corretti: una vera selezione naturale al contrario.
Alla fine l’accordo ha causato un altro paradosso: segnalare la scorrettezza di un Dirigente o di un Referente Commerciale lo porterà, in qualche caso, a ricevere un buffetto dall’Azienda, ma molte volte significherà attribuirgli una nota di merito agli occhi dei vertici aziendali.

Il più importante strumento di difesa che abbiamo è la consapevolezza. Per questo ognuno di noi ha il dovere di conoscere le norme, di sapere ciò che è giusto o sbagliato, e semplicemente non fare tutto ciò che può metterlo nei guai.

Ognuno di noi può farsi un’idea dei suoi superiori dal modo in cui si comportano: quelli che continuano a chiedere report manuali, che si ostinano ad inviare comunicazioni fuori orario, che chiedono di ricattare i clienti o chiudere un occhio davanti alle normative sono personaggi che disprezzano le regole e dei quali dobbiamo diffidare.

Un ottimo test sull’etica dei nostri Capi abbiamo potuto farlo durante il periodo di lockdown per il coronavirus. E’ evidente che la limitazione dell’operatività e delle presenze abbia rappresentato un danno per le Aziende. Ma è altrettanto evidente che questi provvedimenti abbiano evitato dei contagi, e in ultima analisi salvato delle vite. E questa non poteva che essere la priorità: le operazioni che non abbiamo posto in essere nei mesi scorsi potranno essere recuperate in futuro, la perdita di una sola vita umana in più sarebbe irrecuperabile. In questa ottica s’inquadrava il sacrosanto stop alle campagne commerciali: non si poteva pensare di contattare i clienti e chiedergli di venire in banca, se si è convinti che la priorità sia salvaguardare la salute e la vita di lavoratori e clienti.

Eppure tanti lavoratori hanno riferito di segnali d’insofferenza arrivati da vari capi e capetti, evidentemente preoccupati di veder sfumare i loro ricchi premi annuali. Personaggi che, in sfregio agli accordi ed alle “disposizioni ufficiali” delle Aziende, hanno inviato solleciti per portare avanti le campagne commerciali, anche in piena quarantena.
Se qualcuno si è comportato in questo modo, adesso sappiamo che si tratta di persone per le quali noi, il nostro lavoro, la nostra salute, contiamo molto meno di un budget da raggiungere. Ricordiamocelo, perché in futuro dovremo diffidare di tutto ciò che ci diranno.

In chiusura del discorso, la cosa più importante da fare è segnalare tutto ciò che accade ai propri Rappresentanti Sindacali. Perché possono far arrivare all’Azienda le nostra segnalazioni in modo del tutto anonimo. Perché è vero che non ci sono sanzioni per gli “Irresponsabili”, ma l’esperienza insegna che continuare a segnalare ripetutamente i medesimi comportamenti scorretti posti in essere sempre dagli stessi soggetti, alla fine costringe l’Azienda a intervenire.
Ancora l’esperienza insegna che il senso di onnipotenza che deriva dalla consapevolezza di essere “irresponsabili” porta prima o poi i Dirigenti più spregiudicati a farla più grossa del solito, finendo col mettere per iscritto disposizioni palesemente illecite o a violare in modo troppo spudorato le norme. E allora la possibilità d’intervento diventa concreta, ricorrendo a tutti gli strumenti che le leggi ci mettono a disposizione.

Per questo diventa essenziale lo scambio d’informazioni tra lavoratori e Rappresentanti sindacail.
Ricordandoci sempre che prestarci a lavorare in modo scorretto ci espone a rischi enormi. E ricordando anche che, quando si viene a conoscenza di comportamenti illeciti, la scelta di girarsi dall’altra parte e fare finta di niente ci rende automaticamente complici.




Confinamento a casa e smart working negato

Ci risparmino la loro ipocrisia per i colleghi costretti a rimanere casa. Si è detto che erano in “smartworking” o “lavoro agile” in italiano…

In realtà è stato ed è semplicemente lavoro a casa: senza orari, senza contatti con gli altri colleghi, in molti casi con l’incertezza di una sede di lavoro chiusa fino a nuovo ordine, occasione per alcune aziende per accelerare nei loro processi di ristrutturazione e riordino dei “loro bilanci”, con chiusure di agenzie o cessione di interi stabili.
Nel settore finanziario, e nelle banche in particolare, quasi tutta l’attività lavorativa delle direzioni centrali si è spostata nelle case dei lavoratori e delle lavoratrici con tutte le spese elettriche e di connessione a loro carico e senza nemmeno il riconoscimento del buono pasto.

Nella rete commerciale sono invece state forti le resistenze delle parti datoriali a considerare il lavoro da casa come una soluzione per mettere in sicurezza lavoratrici e lavoratori, tutelando anche chi doveva gestire i propri figli con le scuole e gli asili chiusi. La loro priorità era ed è, piuttosto, tenere aperte le filiali bancarie per garantire il contatto con il pubblico, spesso senza adeguati strumenti di protezione, ottenuti poi in buona parte solo con l’ostinata azione delle OO.SS e degli RLS.

Soltanto con gradualità, e grazie a diversi interventi sindacali, si è riusciti quindi a ridurre la presenza delle persone nella rete commerciale, predisponendo turnazioni tra colleghi e accessi contingentati su appuntamento per la clientela. Ma le contraddizioni rimangono, in quanto l’attuale smart working viene disposto unilateralmente dall’azienda con il serio rischio di discriminazioni e vere e proprie ingiustizie verso i soggetti più deboli e fragili.

Nella rete commerciale il lavoro da casa è stato, quindi, autorizzato e organizzato di volta in volta con molte difficoltà e – nonostante l’esperienza vissuta – in molti casi resta ancora disconosciuto. E questo nonostante il Decreto Rilancio ne preveda l’attuazione in casi particolari di difficoltà familiari o personali. Ci chiediamo quindi quanto queste difficoltà siano espressione di ostacoli oggettivi e quanto contino invece le “resistenze culturali”, o meglio, gli interessi commerciali che, secondo alcuni benpensanti, dovrebbero sempre prevalere su tutto e tutti.

 

Fonte: “La voce dei Lavoratori e delle Lavoratrici del Gruppo CREVAL – n.7”

 

 




Lezione giapponese: così gli Yes Men affossano le aziende

Il Giappone offre spesso lezioni di macroeconomia, come anticipatore di eventi e trend come bolle economiche, il loro scoppio, la deflazione, i tassi zero e così via. Anche sul piano del management tutti sanno che il Sol Levante ha molto da insegnare, per lo più in positivo. Ma i due più gravi scandali recenti nella Corporate Japan fanno riflettere sul versante negativo delle pratiche aziendali Made in Japan e sollevano un problema generale per la gestione delle imprese.
Una icona del settore manifatturiero come Toshiba ha rischiato il collasso e ha dovuto varare una pesantissima ristrutturazione, cedendo gioielli di famiglia come il settore medicale, in seguito alla scoperta di bilanci “abbelliti” per almeno sette anni. La casa automobilistica Mitsubishi Motors è andata in crisi per la vicenda dei test truccati sui consumi e per fortuna ha trovato un salvatore in Nissan.

In entrambi i casi è emerso che la radice del problema sta nei rapporti perversi tra top management, dirigenti di medio livello e tecnici. In sintesi: il top management stabilisce obiettivi irrealistici, la fascia media non osa sollevare obiezioni e, nell’ansia di non deludere i piani alti, preme sui tecnici (contabili in un caso, operativi nell’altro) perchè accettino di dichiarare il falso garantendo loro una copertura interna. Alla Toshiba si trattava di target ufficiali sulla crescita dei profitti operativi, anche per settori e regioni. Alla Mitsubishi Motors il Performance Testing Department è stato messo sotto pressione da almeno un dirigente centrale perché manipolasse i dati sull’efficienza dei motori per conseguire l’obiettivo – stabilito ancora più in alto loco – di incrementare entro un periodo fisso i chilometri che il motore debba percorrere con un litro di benzina.

Ancora una volta, l’enfasi culturale sul «non perdere la faccia», a tutti i livelli, ha portato a comportamenti dissennati che hanno messo in pericolo l’esistenza stessa delle aziende. È una vecchia storia che non riguarda solo il mondo delle imprese: dopotutto, al di là delle differenze di risorse con gli Usa e al di là dell’atomica, non poteva vincere la guerra un Paese dove la Marina tace per molti mesi all’Esercito e allo stesso primo ministro la gravissima sconfitta di Midway per non perdere la faccia…

Non «poter dire di no» sconfina nel non «dover dire di no» e poi nel non «voler dire di no», con tragici risultati.

Una volta iniziata la discesa su chine simili, le manipolazioni continuano negli anni fino a scoppiare con fragore. Sane gestioni aziendali hanno chiaramente bisogno di un «Giappone che sa dire di no», come da parafrasi del titolo del bestseller di Morita e Ishihara (riferito ai rapporti con il grande fratello Stati Uniti). Toshiba e Mitsubishi Motors offrono dunque una grande lezione di management aziendale: gli «yes men» possono portare alla catastrofe societaria per mancanza di coraggio nel dire la verità e nel prestarsi a fingere di soddisfare pretese che ritengono chiaramente impossibili.

 

Fonte: www.ilsole24ore.it




Nazismo, Fascismo e Comunismo: la differenza spiegata in parole semplici

Lo storico Alessandro Barbero spiega, in modo semplice e convincente, le differenze tra Nazismo, Fascismo e Comunismo.
Puoi scegliere in che modo seguire la sua spiegazione: leggendo il testo o guardando il video linkato alla fine dell’articolo.


Il Nazismo è una cosa che è stata inventata in Germania negli anni ‘20 e vent’anni dopo è finita: nel 1945 i capi nazisti sono morti tutti. Chiunque era stato nazista si è affrettato a buttare via il distintivo e a giurare che lui, per carità: “Sì, mi ero iscritto al partito per obbligo, però mai stato nazista in vita mia!” E il Nazismo lì è finito.
Poi voi direte “Ci sono ancora gli Skinheads in Germania Est che si ispirano a queste cose” (non ci stanno simpatici, magari): ma non è qualcosa di profondamente radicato e significativo. Il Nazismo, di per sé, è il Regime nazista: una roba che è stata messa su in Germania, che aveva lo scopo di rendere potente la Germania e sterminare gli Ebrei, scopo dichiarato fin dall’inizio. È stato quello. Tanto che, se voi trovate oggi uno che dice: “Io sono nazista”, è inutile chiedergli: “Ma Hitler ti sta simpatico?” Perché se uno è nazista, Hitler gli sta simpatico.
Il Nazismo aveva come simbolo la croce uncinata, la svastica; e la svastica vuol dire quello. Se uno oggi si volesse mettere una svastica all’occhiello, vuol dire: “Io sono per la dittatura, il militarismo, lo sterminio degli Ebrei, la grande Germania e così via”. Vuol dire quello.

E il Fascismo?
Il Fascismo è nato nel ‘19 e nel ‘45 è morto. È durato poco più di vent’anni anche lui. È morto il Fascismo ma non sono spariti i Fascisti. L’Italia era piena di fascisti ed è tutt’ora piena di fascisti, perché il regime ha governato il Paese per lungo tempo, con un consenso diffuso anche se non generalizzato, ha fatto delle cose che una parte del Paese voleva. Nella memoria delle famiglie italiane moltissime famiglie hanno memoria di nonni antifascisti, operai finiti in galera, partigiani. Moltissime altre famiglie, invece, hanno memoria di nonni fascisti che hanno raccontato ai loro figli che nell’Italia fascista si viveva benissimo, non c’era nessun problema e non si capisce perché oggi si deve…. è così, questo è un dato di fatto. Però Il Fascismo in quanto tale, come fenomeno storico, dura dal ‘19 al ‘45. Dopo c’è il Neofascismo che è un’altra cosa. E infatti, se voi trovate qualcuno  (lo trovate di sicuro, anche qui nel quartiere penso sia pieno di persone che dicono “Ah, io sono fascista in realtà”) è inutile chiedergli: “E Mussolini ti sta simpatico?” Perché se uno è fascista, essere fascista vuol dire identificarsi col regime di Mussolini. Quello è. E il fascio littorio è il simbolo di quel regime, di quei valori. Quali sono i valori? Beh, l’Italia dev’essere forte, potente, unita, non bisogna litigare,  non ci devono essere partiti (che litigano fra loro), non ci devono essere giornali che scrivono cose scandalose. Dev’essere un Paese unito, forte, gerarchico. Non bisogna eleggere i Sindaci: decide il Governo chi dev’essere il Sindaco di Roma. Bisogna marciare tutti quanti per le strade, tutti inquadrati, e così l’Italia sarà forte, potente e rispettata. È una roba che piaceva a un sacco di gente. E a me, se qualcuno mi dice: “ Questa roba mi piace” mi sta anche bene. Ha tutto il diritto di dirlo, naturalmente. Però il Fascismo è quello.

Ma il Comunismo?
Ammettiamo pure che sia finito anche lui, perché nel mondo di oggi non lo si vede come una forza organizzata e attiva e neanche come un ideale preciso condiviso, come una cultura diffusa. Ammettiamolo pure. Ammettiamo che sia finito il Comunismo, che i Cinesi non siano comunisti, è tutta un’altra cosa (e lì sarebbe lunga), ma ammettiamo che sia finito.
È nato all’inizio dell’800 il Comunismo. Nel 1848 esce un librino firmato da Marx e Engels che comincia con le parole “Uno spettro si aggira per l’Europa”. E cioè i padroni, i ricchi hanno i brividi perché si sono accorti che i loro operai non si accontentano più di lavorare ed essere sfruttati ma si stanno organizzando e vogliono qualcosa. Vogliono cambiare il mondo.
Comincia nella prima metà dell’800 e dura fino a ieri. Centocinquant’anni. Il Comunismo è esistito in tutti i Paesi, nel senso che in tutti i Paesi del mondo ci sono state persone che dicevano “Io sono comunista, voglio il Comunismo”; ci sono state organizzazioni e partiti comunisti. Nella grande maggioranza dei Paesi non sono mai andati al potere, sono sempre stati perseguitati. Essere comunista voleva dire rischiare la galera o molto peggio. Perché ci sono tanti Paesi dove essere comunista a un certo punto voleva dire: ti sbattono al muro se ti trovano.
Dopodiché i partiti comunisti sono andati al potere in molti Paesi, per primo in Russia nel 1917 e poi, dopo la seconda guerra mondiale, nel ‘45 in tanti altri Paesi. E non c’è nessun dubbio che al governo siano stati disastrosi. Non c’è nessun dubbio sul fatto che i Comunisti, dovunque sono andati al governo, hanno messo in piedi dei regimi fallimentari.
In Unione Sovietica è stato messo in piedi un regime omicida e assassino che ha dato tante cose – molta più eguaglianza che sotto il capitalismo – ma anche molta retorica vuota, molta propaganda insopportabile e molta violenza omicida. Stalin incarna un comunismo al potere che nei suoi anni, in quei vent’anni in cui Stalin è stato al potere in Unione Sovietica, ha fatto più morti di quelli che ha fatto Hitler. Certo!
Dopodiché, il Comunismo è quello?
Vallo un po’ a dire a uno che lottava per organizzare gli operai e farli scioperare nell’Italia appena unita di Vittorio Emanuele II che il Comunismo sono i campi di concentramento. Vallo un po’ a dire a quelli che si son fatti ammazzare in tanti Paesi lottando contro il colonialismo per esempio, e pensando che il Comunismo era una cosa meravigliosa.
Erano degli illusi? Può darsi benissimo. Però essere comunista, per la stragrande maggioranza della gente che per 150 anni è stata comunista, ha voluto dire: “Noi sogniamo un mondo migliore”. E cioè non un mondo dove marciamo tutti inquadrati e invadiamo l’Etiopia o la Polonia, beninteso: un’altra cosa. Un mondo dove sono tutti fratelli, tutti uguali.
Era un’utopia, erano degli illusi? È probabile. Quando hanno avuto la possibilità di applicarlo hanno fatto dei disastri! Verissimo. Dopodiché, la differenza mi pare evidente rispetto al Fascismo e al Nazismo. E se uno ignora questa differenza ignora la verità. Perché  la verità è che tu non puoi dire “Essere comunista è come essere nazista, la falce e martello è come la svastica”. Sono due cose diverse.

Guarda il video

 




Perché i migranti scappano da casa loro?

La povertà in Nigeria, il terrorismo in Mali, le guerre che lacerano il paese nel Sudan. E ancora, i migranti «invisibili» dalla Tunisia e la repressione in Afghanistan. Dietro alla fuga di milioni di cittadini ci sono motivi che ignoriamo. O non riusciamo ancora a capire


Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo il 18 aprile 2015. A raccontare la storia di questo piccolo naufrago è stata Cristina Cattaneo, medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare.

Ci sono domande che ci facciamo poco. Ad esempio perchè quel ragazzino venisse dal Mali. Perché sui barconi che arrivano (sempre meno per la verità) non ci siano mai ragazzini (o uomini o donne) della Namibia, del Rwanda, del Botswana o anche della poverissima Sierra Leone. Ma ci sono spesso cittadini del Sudan, della Nigeria, dell’Eritrea, del Mali. Se ci facessimo queste domande scopriremmo che dai paesi in cui convivono pacificamente gruppi etnici e religiosi diversi (come in Sierra Leone) dove c’è un’economia vivace e governi stabili e poco corrotti (come in Bostwana) e nessuna crisi idrica o ambientale (come in Rwanda) nessuno vuole andarsene.

Nessuno lascia casa se sta bene a casa sua. Nessun quattordicenne si mette nella giacca una pagella e affronta il deserto, le carceri libiche, il rischio concreto di affogare se sta bene a casa sua. Allora perché alcuni scappano? Il continente africano è composto da 54 paesi. Molti non li sentiamo mai nominare perchè da quei paesi nessuno arriva sotto casa nostra. Altri paesi attraversano crisi profonde umanitarie, politiche, economiche, climatiche o nella sfera dei diritti umani. Ed è da questi e per queste ragioni che si creano i flussi migratori.

Le mille contraddizioni della Nigeria
Se c’è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è certamente la Nigeria. Con i suoi 190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego.
Il secondo profilo è costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano che l‘Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile.
Il terzo profilo è quello composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l’ecosistema e per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso parliamo di rifugiati ambientali, costretti all’esilio a causa della devastazione subita dal territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l’emarginazione sociale.
Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di raggiungere l’Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai 50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni, cioè da quando l’attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo, sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5 milioni di sfollati.

Somalia, Eritrea, Gambia, in fuga da dittatura e fanatismo
In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c’è stata per anni anche la Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l’estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto si che una grande fetta della classe media del paese sia fuggita all’estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la Somalia è un’ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia. A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi.

Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere da quasi vent’anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Repubblica Centrafricana e Sudan, quando la guerra spacca a metà il paese
Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda all’ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a maggioranza musulmana Sèlèka.Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono all’ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24 muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso ad acqua potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018 gli sfollati erano 1,2 milione. Tutti numeri che diventano in fretta migranti.

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell’area è il Sudan. Nel 2018 un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra. Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent’anni dal 1983 al 2005 che ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non c’è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano.

Il Mali è il nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in Italia. La povertà, l’instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo. Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione – il 77% – vive con meno di due dollari al giorno.

Il “colpo di grazia” della crisi ambientale
Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l’Europa. Forse anche il quattordicenne con la pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini sotto i cinque anni a N’Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell’Oim, la ripresa dell’emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un’intera generazione frustrata e senza prospettive. Malgrado l’incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così si infrange per i tunisini il sogno italiano.

I paesi di provenienza non-africani: Pakistan e Bangladesh
Ci sono poi due nazionalità, non africane, che sono sempre più presenti negli sbarchi e fra gli arrivi via terra: Pakistan e Bangladesh.
Il Pakistan è il secondo paese per provenienza in Italia nel 2019 dopo la Tunisia (dati Viminale). Nel 2018 secondo Eurostat la principale nazionalità dei richiedenti protezione internazionale in Italia è stata quella pakistana (15 per cento del totale), seguita da quella nigeriana (10 per cento) e da quella bangladese (8 per cento). Anche qui bisognerebbe cercare di capire perché partono. I migranti che arrivano dal Bangladesh per lo più fuggono dalla povertà. Molti dei bangladesi che stanno arrivando sulle coste italiane negli ultimi mesi lavoravano nelle imprese di costruzione, negli alberghi e nella ristorazione in Libia. Prima della caduta di Muammar Gheddafi la Libia era un paese d’elezione per i bangladesi che volevano lavorare qualche anno all’estero per mettere da parte un po’ di soldi.

Tuttavia negli ultimi mesi la situazione sta peggiorando per questo gruppo di immigrati: i gruppi criminali li rapiscono, li rinchiudono in luoghi isolati dove li picchiano e li torturano. Quindi scappano in Italia.
La situazione in Pakistan è piuttosto complicata. È un paese musulmano moderno, che fa parte delle Nazioni Unite e del Commonwealth, è una potenza nucleare a tutti gli effetti e uno stato solido finanziariamente parlando perché la Cina fa grandi investimenti. Eppure la disoccupazione è un problema enorme tanto quanto gli investimenti. Così come la paura degli attentati che colpiscono la popolazione civile perchè il paese ha serissimi e gravi conflitti ai suoi confini. Ad Ovest c’è il confine meridionale dell’Afghanistan, in mano ai talebani che hanno da tempo cominciato a penetrare anche oltre il confine pakistano, assieme a altri gruppi terroristici come Al Qaida e Isis.

E proprio dall’Afghanistan c’è il costante flusso di profughi in fuga dall’Afghanistan meridionale in mano ai talebani. Il governo di Islamabad è in crisi sulla gestione dell’accoglienza anche considerando il fatto che il Pakistan è il quinto stato più popolato del mondo. Per arrivare nel nostro paese i profughi pakistani sono costretti a viaggi durissimi via terra che passa dall’Iran e la Turchia, dove si imbarcano. E poi c’è la strada che passa attraverso i Balcani: Bulgaria e Servia, poi la Bosnia ed infine la Croazia dalla quale riescono ad arrivare in Italia. Chissà quanti di questi ragazzini hanno la pagella cucita nella giacca.

 

Fonte: www.ilsole24ore.it

 

 




L’azienda mi mette in cassa integrazione e mi costringe a lavorare

Quelle che seguono sono testimonianze di lavoratrici e lavoratori costretti a lavorare a nero pure essendo stati posti in CIG a seguito dell’emergenza Covid.

Pur non avendo raccolto testimonianze dirette, possiamo ragionevolmente supporre che il fenomeno riguardi anche il nostro settore, in particolare nel comparto dell’appalto assicurativo, dove la possibilità di ricorrere allo smart working ha reso più facile sfruttare il lavoro nero,  non essendo necessaria la presenza in agenzia dei lavoratori.
Truffe del genere si erano già verificate in città nell’immediato post sisma: purtroppo è estremamente difficile perseguirle visto lo stato di assoluta ricattabilità in cui vivono i lavoratori del comparto.


La minaccia/1. “Questa è la proposta che mi ha fatto il mio datore di lavoro: tu lavori da casa a tempo pieno e io ti do la differenza in nero tra la cassa integrazione e il tuo stipendio. Io ho risposto di no e, forse, ne pagherò le conseguenze, ma purtroppo alcuni miei colleghi hanno accettato”.
F. B.

La minaccia/2. “La mia azienda ci fa lavorare in nero le giornate festive al costo delle ordinarie (senza il supplemento del 28%) in regime di cassa integrazione. O ci accontentiamo oppure ci verranno pagate alla fine della cassa integrazione, cioè non si sa ancora quando”.
L.

Alla luce del sole. “Un importante resort siciliano ha riaperto a metà maggio. Sono ripartite tutte le attività e tutti i dipendenti hanno ripreso a lavorare. Peccato che siano ancora in Cassa integrazione”.
G. A.

Da Nord a Sud. “Io con i miei 100 colleghi, distribuiti su 3 diversi sedi (Lombardia, Toscana e Sicilia), siamo stati messi in cassa integrazione, ma abbiamo sempre tutti lavorato in smart working”.
S.

Senza interruzione. “Lavoro in un hotel lombardo e sono un addetto alla reception. Ho lavorato tutto il periodo del lockdown senza ricevere un soldo dai titolari, ma solo dalla Cig. L’hotel non segue le più elementari disposizioni contro il coronavirus”.
R. C.

L’inganno sui banchi. “Sono un insegnante dipendente di una scuola paritaria. Nei mesi di lockdown, noi insegnanti (siamo tutti dipendenti a tempo determinato) ci siamo adoperati per fare le lezioni online. L’azienda si è dimostrata totalmente assente ed è sempre stata informata di ogni situazione manifestando il proprio benestare ed esprimendo anche la propria gratitudine per il lavoro svolto. A fine marzo ci comunicano che per tutelare noi dipendenti veniamo messi in cassa integrazione e che l’azienda avrebbe pagato soltanto una percentuale del nostro orario settimanale. In maniera verbale ci viene detto che per noi non sarebbe cambiato nulla: ‘Avrete il vostro stipendio. Non perderete un euro, lasciando quindi intendere che l’istituto ci avrebbe pagato la differenza tra il normale stipendio e la cassa integrazione. Non è stato così. In tre mesi (marzo, aprile e maggio) ho perso più di 500 euro al mese. Purtroppo lo abbiamo scoperto solo a fine giugno, quando ormai l’anno scolastico era finito e noi avevamo regolarmente continuato a insegnare. Invece le rette imposte dalla scuola alle famiglie (da 3 mila a 5 mila euro annui a studente) è stata interamente versata dai genitori”.
R. C.

Evasione fiscale e nero. “Lavoro nel settore dei trasporti. Durante il lockdown ho avuto a che fare con tante imprese che sono rimaste aperte. Io andavo a caricare da loro, ma mi facevano una bolla provvisoria per poter viaggiare. Poi, quando arrivavo a destinazione, strappavano i documenti per dichiarare di essere fermi. Così non hanno mai fatturato”.
M.

La truffa dell’Iban. “Nell’azienda artigiana dove lavoro hanno chiesto la Cig per noi dipendenti, ma invece di dare il nostro Iban hanno dato quello dell’azienda. Quando sono arrivati i soldi degli ultimi 20 giorni di marzo, l’azienda si è trattenuta la Cig dei dipendenti per 20/25 giorni prima di darcela”.
P. P.

La ritorsione. “Nell’hotel dove lavoro a orario pieno, la titolare ci paga lo stipendio metà lei e metà grazie alla Cassa integrazione. Io ho un contratto per la sostituzione di una dipendente che è in malattia. Un paio di dipendenti si sono lamentati dicendo che se lei paga solo metà stipendio, loro vogliono fare metà orario: li ha lasciati a casa”.
S. C.

Surreale. “Ho lavorato e lavoro regolarmente pur essendo in Cig fino al 31 agosto. I soldi mi sono stati anticipati dall’azienda e la differenza tra la quota dell’Inps e il mio stipendio mi è stata data dal datore di lavoro, tranne che per un mese dove da loro non ho preso nulla”.

 

Pubblicate su Il Fatto Quotidiano del 7/8/2020

 

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Il cancro dei contratti pirata

In Italia sono circa 400. Parla Ivana Galli (Cgil): “Abbassano gli stipendi e riducono le agibilità sindacali. Ci rimettono i più deboli, ma è un danno generale per tutto il sistema. Serve una legge sulla rappresentanza”

Secondo i dati più recenti forniti dal Cnel in Italia risultano presenti 854 contratti di lavoro. Tra questi circa 400 sono contratti pirata, in aumento costante proprio negli ultimi anni. Ne abbiamo discusso con il segretario confederale della Cgil, Ivana Galli.

Prima di tutto cos’è un contratto pirata?

È un contratto che riproduce la struttura di quelli firmati da Cgil, Cisl e Uil, ma con un salario più basso. Si tratta di accordi firmati da aziende e sigle sindacali spesso costituite ad hoc, che fanno dumping e concorrenza sleale al ribasso, in particolare sulla parte normativa e sul salario accessorio. Da una parte riducono le agibilità sindacali, dall’altra pagano di meno i lavoratori: visto che l’Inps applica le stesse aliquote previste per i contratti nazionali sulla parte fissa, l’esercizio della pirateria avviene sulla quota accessoria della retribuzione. Poi, sempre nell’ambito di questi contratti, c’è il tema della costituzione dei fondi bilaterali, che certamente non migliora il sistema della bilateralità, anzi.

E i più colpiti sono sempre i lavoratori.

Certo. Un contratto pirata di fatto abbassa le tutele di chi lavora in un settore o in un’azienda, attraverso l’erosione dei diritti siglati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative. Per questo si chiamano pirata: perché scippano la qualità dei diritti. Ma attenzione, non sono solo i lavoratori a rimetterci.

Chi altro viene danneggiato?

Tutto il sistema. L’abbassamento di diritti e salari consente alle aziende scorrette una competizione al ribasso, che vede penalizzate quelle che rispettano il lavoro, in una forma di dumping verso gli imprenditori che rispettano norme ed applicano i contratti giusti. Il colpo più duro viene inferto alle categorie fragili: i giovani, coloro che nelle zone ad alto tasso di disoccupazione sono costretti ad accettare condizioni di lavoro al ribasso. Ma si tratta di un danno generale: ci perdono le aziende virtuose, come detto, e allo stesso tempo la riduzione della qualità della vita crea l’emersione di nuova rabbia e malcontento sociale. È l’esatto opposto di quello che serve per aiutare la ripartenza del Paese nel periodo post-Covid: se bisogna aumentare i salari e dare certezze alle persone, la pirateria va esattamente nella direzione opposta.

Qual è la ricetta giusta per combattere i contratti pirata?

Serve una legge sulla rappresentanza. La disintermediazione degli ultimi quindici anni ha indebolito i corpi intermedi e favorito una proliferazione di associazioni, che a loro volta si sono frantumate in tante sigle. E poi ci sono sigle costituite ad hoc per firmare contratti scorretti. Un fenomeno trasversale che investe tutti i settori: la pirateria può riguardare un’azienda, un comparto o una regione. Attualmente ogni impresa può applicare il contratto che ritiene più vantaggioso, la norma lo consente: per questo la definizione di una legge sulla rappresentanza è sempre più urgente e non rimandabile.

In questo senso come si sono mosse le parti sociali?

Il 10 gennaio del 2014 fu firmato il Testo unico sulla rappresentanza, che comprende quasi 200 sigle sindacali. Un accordo che, naturalmente, riguarda solo le organizzazioni che hanno aderito. Ora chiediamo una legge che prenda a riferimento i contenuti di quelle intese, per costruire delle regole e stabilire chi può firmare un contratto che si applica a tutti. I lavoratori devono avere la certezza di essere rappresentati correttamente. E non si tratta di certificare l’esistenza dei sindacati, al contrario: chi si assume l’onere di firmare un contratto deve essere qualificato e avere i numeri per farlo. Basti pensare che nell’arco di otto anni il numero dei contratti rilevati dal Cnel è cresciuto in modo esponenziale proprio per colpa della pirateria, si fanno continuamente accordi ritagliati ad hoc. I contratti pirata sono un cancro come il lavoro nero. Una sciagura che fa male a tutti. Per questo occorre fare un’azione comune con Cisl e Uil per arrivare ad ottenere la legge.

 

dal sito www.collettiva.it
articolo di Emanuele Di Nicola 

 

 

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