Accordo Intesa-Bper per la cessione di 532 sportelli di Ubi Banca

All’istituto modenese 532 sportelli. Obiettivo della manovra, convincere l’antitrust a superare le sue riserve sulla concentrazione e ottenere così il via libera all’ops sulla banca lombarda, che intanto potrebbe accelerare.


 

Accordo tra Intesa Sanpaolo e Bper per spartirsi le filiali di Ubi Banca. Il cda della banca modenese ha approvato la decisione di acquisire 532 filiali nell’ambito dell’ops di Intesa su Ubi, incrementando così il proprio impegno (anche se meno del previsto) rispetto agli accordi precedenti per l’acquisizione di 400-500 sportelli.

Accordo Intesa-Bper su filiali Ubi Banca

Bper nei giorni scorsi aveva avviato trattative con Intesa Sanpaolo per l’acquisto di altre filiali. Si era ipotizzato però un accordo più ampio, fino ad almeno 600 sportelli, e il titolo era precipitato in Borsa. Per l’operazione infatti è stato predisposto un aumento di capitale fino a 1 miliardo, ma l’ad Alessandro Vandelli contava di utilizzarne poco più della metà, mentre ora l’asticella potrebbe salire a 600-700 milioni.

Obiettivo della manovra, convincere l’antitrust a superare le sue riserve sulla concentrazione e ottenere così il via libera all’ops sulla banca lombarda.

L’antitrust infatti ha preventivamente bocciato l’intera operazione, citando fra i nodi da sciogliere la “sostanziale indeterminatezza” del ramo d’azienda oggetto di cessione, “incertezze” sull’esecuzione dell’accordo nel caso di adesioni all’offerta tra il 50 e il 66,7%, e “sostanziale inefficacia” dell’accordo “rispetto alle criticità” concorrenziali in Calabria, Marche e Abruzzo.

L’authority ha dato tempo fino al15 giugno per depositare memorie e documenti in vista dell’audizione finale fissata con le parti per il 18 giugno.

L’accordo integrativo

Il ramo oggetto di cessione sarà composto da depositi e raccolta indiretta da clientela stimati rispettivamente in circa 29 miliardi di euro e 31 miliardi e da crediti netti stimati in circa 26 miliardi.

Oltre il 70% delle masse afferenti al ramo sono relative a clientela basata nelle regioni settentrionali del Paese.

L’accordo integrativo prevede che gli impieghi addizionali stimati, pari a circa 4,5 miliardi, saranno costituiti esclusivamente da impieghi in bonis. Bper nel comunicato stima un Cet1 ratio Fully Loaded consolidato pro-forma al 12,5% alla fine del 2020.

Inoltre è stato rideterminato il meccanismo di calcolo per il corrispettivo del ramo d’azienda rilevato, pari a 0,55 volte il valore del Common Equity Tier 1 dello stesso e al 78% del “multiplo implicito” riconosciuto da Intesa Sanpaolo per il Common Equity Tier 1 di Ubi Banca.

L’Ops accelera

L’antitrust non dovrebbe emettere il suo verdetto prima della seconda metà di luglio, ma Intesa Sanpaolo conta ugualmente di accelerare i tempi dell’offerta. Sempre in data odierna infatti è attesa la decisione dell’Ivass sul passaggio delle relative attività assicurative a Unipol, partecipata dalla stessa Bper.

La Consob avrebbe poi 5 giorni per approvare il prospetto informativo dell’offerta, che potrebbe così iniziare in luglio per concludersi entro settembre, salvo parere contrario dell’antitrust.

Il via libera alla concentrazione sarebbe incluso nel documento d’offerta come condizione di efficacia della proposta. Difficilmente Ubi, che ha già duramente contrastato l’ops, soprattutto attraverso i maggiori soci sindacati, resterà a guardare.

 

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Dl Liquidità, istruttoria Antitrust su 4 banche e moral suasion su altre 12

Nel mirino Unicredit, IntesaSanPaolo, Banca Sella e Findomestic e altre 12 banche: “Assenza di informazioni sulla tempistica per avere accesso alle varie misure di sostegno dettate in favore di microimprese e consumatori e altre criticità”. L’intervento, spiega l’Autorità, è stata dettato dalla “convinzione che solo condotte trasparenti, con informazioni complete e chiare, e prive di ostacoli ingiustificati, possono assicurare ai consumatori e imprese il sostegno economico indispensabile per affrontare l’attuale emergenza

La macchina dei prestiti delle banche alle imprese, garantiti dallo Stato, marcia oramai più veloce ma alcuni istituti di credito sono ancora indietro, a volte per ragioni non loro, e la Banca d’Italia interviene per chiedere le cause e spronarli ad accelerare inviando una lettera agliistituti in ritardo nell’erogazione di liquidità. Contemporaneamente scende in campo anche l’Antitrust, che avvia 4 istruttori e 12 moral suasion nei confronti di 16 istituti e società finanziarie per “condotte relative alla sospensione dei mutui-prestiti e all’erogazione di nuovi finanziamenti: il faro dell’autorità punta in particolare a chiarire le “problematiche emerse sull’assenza di informazioni relative alla tempistica per aver accesso alle varie misure di sostegno per microimprese e consumatori”, previsti dai decreti Cura Italia e Liquidità, varati dal governo per fronteggiare l’emergenza economica innescata dalla pandemia di coronavirus.

Le quattro istruttorie guardano UnicreditIntesaSanPaoloBanca Sella e Findomestic per problematiche emerse “sia sull’assenza di informazioni sulla tempistica per avere accesso alle varie misure di sostegno dettate in favore di microimprese e consumatori, che di chiare indicazioni sugli oneri derivanti dalla sospensione del rimborso dei finanziamenti concessi alle imprese, in termini di aumento degli interessi complessivi rispetto al totale originariamente dovuto quale effetto dell’allungamento dei piani di ammortamento”. Inoltre, sottolinea l’Autorità, “le banche avrebbero posto indebite condizioni all’accesso a tali misure” come “l’apertura di un conto corrente o possedere specifici requisiti non previsti dalla normativa. E ancora “avrebbero cercato di dirottare i richiedenti verso forme di accesso al credito diverse e potenzialmente più onerose” rispetto a quelle previste nel decreto Liquidità.

Nei confronti di Bnl, Banco BpmUbi Banca, Crédit agricoleCredem, MpsBanco popolare di Sondrio, CrevalBcc Pisa, Agos DucatoCompass e Fiditalia, invece l’Antitrust ha avviato una attività di moral suasion, avendo riscontrato “le medesime carenze di tipo informativo sulla tempistica di risposta” e sulle “effettive condizioni economiche di accesso alla sospensione dei rimborsi dei finanziamenti”.

L’Autorità, quindi, “riscontrando una serie di criticità, da parte dell’utenza, ad ottenere il dilazionamento delle esposizioni debitorie rispetto alle banche e alle società finanziarie, e per avere accesso alla liquidità e al credito”, come sarebbe invece previsto dai decreti Cura Italia e Liquidità, ha ritenuto di dover intervenire “nella convinzione che solo condotte trasparenti, con informazioni complete e chiare, e prive di ostacoli ingiustificati, possono assicurare ai consumatori e imprese il sostegno economico indispensabile per affrontare l’attuale emergenza”.

 

 

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Intesa-Ubi, l’Antitrust mette in stand-by l’operazione.

L’Antitrust rileva che l’accordo per la cessione a Bper di una serie di attività al dettaglio non può essere preso in considerazione perché non è chiaro quali siano gli asset che sarebbero ceduti.


Nell’attesa di avere chiarimenti sulla cessione di asset a Bper, l’Antitrust mette in stand-by l’acquisizione di Ubi da parte di Intesa Sanpaolo. In una nota l’Authority guidata da Roberto Rustichelli precisa che “non è stata assunta alcuna decisione” in merito alla “compatibilità” della concentrazione tra Intesa e Ubi Banca “con le regole della concorrenza”.
Allo stato”, spiega ancora l’Authority, “è stata trasmessa alle imprese interessate la sola Comunicazione delle Risultanze Istruttorie, che rappresenta la valutazione preliminare degli uffici dell’Autorità in ordine alle possibili criticità concorrenziali dell’operazione di concentrazione”.

Una comunicazione, quest’ultima, con cui l’Ente precisa la propria posizione dopo le indiscrezioni che riportavano stralci della Comunicazione delle Risultanze Istruttorie. Nel documento, inviato nei giorni scorsi, l’Authority afferma che alla luce delle criticità emerse l’operazione non è «allo stato degli atti suscettibile di essere autorizzata».

Dopo l’avvio del procedimento, e la Comunicazione alle parti delle risultanze dell’istruttoria, il documento ora dovrà essere oggetto di controdeduzioni e chiarimenti da parte dei soggetti coinvolti. Peraltro va segnalato che nella sua valutazione dell’offerta pubblica di scambio lanciata da Intesa Sanpaolo su Ubi Banca, l’autorità Antitrust non ha preso in considerazione la prevista cessione di 400-500 sportelli a Bper perché «in base alle informazioni fornite da Intesa Sanpaolo, non è stato in alcun modo possibile enucleare il ramo di azienda Ubi oggetto di cessione a Bper, senza che permanessero significative incertezze in merito al suo perimetro».

Operazione al momento non autorizzabile

Realistico, dunque, che Intesa voglia precisare con maggiore dettaglio il perimetro di attività oggetto di cessione. Dal documento emerge anche che lo scorso primo giugno Intesa ha chiesto tempo fino al 10 giugno per «fornire la specificazione del ramo di azienda» che sarà ceduto a Bper. Istanza che tuttavia l’Antitrust ha rigettato il 3 giugno. Le parti avranno ora tempo di presentare memorie e documentazioni entro il 15 giugno. Il 18 giugno è invece prevista l’audizione finale di tutti i soggetti coinvolti.
La decisione finale attesa nella seconda metà di luglio

Dopo l’audizione collegiale il procedimento entrerà nella fase decisoria, rispetto alla quale le risultanze istruttorie non precludono alcun esito. Una volta acquisito il parere non vincolante dell’Ivass, per il quale c’è un termine massimo di 30 giorni, il collegio dovrà chiudere entro i 60 giorni lavorativi dall’avvio dell’istruttoria il procedimento, per cui una decisione è attesa nella seconda metà di luglio. L’Antitrust può approvare l’operazione, rigettarla nella sua interezza o approvarla chiedendo però dei correttivi. “E’ ragionevole attendersi che Intesa presenti le proprie controdeduzioni e/o eventuali piani alternativi di cessione in modo da garantirsi il rispetto delle condizioni richieste rimuovendo un ostacolo che non consente la partenza dell`Ops sul mercato”, ha scritto oggi Equita Sim in un suo report.

Concentrazione in molti mercati

Nelle conclusioni delle «risultanze istruttorie» l’Antitrust, come riportato da Radiocor, rileva che la concentrazione è in grado di ridurre «in maniera sostanziale e durevole la concorrenza» su una serie di mercati «in ragione dell’elevata quota di mercato e livello di concentrazione raggiunta, accompagnati da una distanza significativa dal secondo operatore di ciascuna area e in considerazione della capacità ‘disciplinante’ di Ubi nei confronti delle maggiori banche».

L’Antitrust ha identificato «639 aree critiche nel mercato della raccolta bancaria, 782 negli impieghi alle famiglie consumatrici e 218 negli impieghi alle famiglie produttrici-piccole imprese, nelle quali l’operazione in esame conduce alla costituzione o al rafforzamento di una posizione dominante». Le “aree” citate sono lo cosiddette “catchment area”, vale a dire i bacini di utenza dei 1.064 sportelli Ubi, la cui ampiezza è stata determinata, secondo la prassi Antitrust, «considerando un tempo di percorrenza massimo di 30 minuti in auto, calcolato sulla base della mobilità della domanda dei clienti bancari». L’autorità sottolinea inoltre che il numero totale di aree problematiche è naturalmente inferiore alla somma delle cifre riportate, dato che in molti casi la stessa area può essere critica in due o più mercati. Sono state identificate come critiche le aree in cui la banca nata dall’aggregazione avrebbe, tra le altre cose, «una quota di mercato congiunta maggiore o uguale al 35%» e «un distanziamento dal secondo operatore, in termini di quota di mercato, non inferiore a 10 punti percentuali».

I dubbi sulla cessione di filiali a Bper

L’Antitrust ritiene inoltre che «non possa essere preso in considerazione, quale intervento volto a risolvere le criticità concorrenziali dell’operazione in specifici mercati e aree territoriali, il contenuto dell’accordo sottoscritto» da Intesa e Bper, che prevede la cessione a quest’ultima di un pacchetto di 400-500 filiali. Ciò, scrive l’Antitrust, per tre ragioni: in primo luogo per la «sostanziale indeterminatezza del perimetro del ramo di azienda di Ubi, oggetto di cessione in favore di Bper»; in secondo luogo per le «incertezze in merito all’effettiva attuazione di tale accordo» qualora Intesa detenga a valle dell’offerta pubblica di scambio «il mero controllo al 50% più 1 azione del capitale sociale di Ubi»; infine per la «sostanziale inefficacia di tale accordo rispetto alle criticità in altre aree del territorio italiano, diverse dalle province del nord-ovest, su cui parimenti le quote post merger» di Intesa e Ubi «risultano di indubbia rilevanza, con specifico riferimento ad alcune CA (catchment area, mercati locali circoscritti ai bacini d’utenza, ndr) della regione Calabria e della regione Marche, nonché dell’Abruzzo».

Per Ubi operazione punta a eliminare concorrente

Ubi Banca «ha sostenuto che l’operazione notificata», vale a dire l’ops lanciata da Intesa Sanpaolo, «eliminerebbe dal mercato non solo un operatore capace già oggi di esercitare una significativa pressione concorrenziale, ma anche l’unico competitor tra quelli di medie dimensioni capace di avviare un percorso di consolidamento nel mercato bancario nazionale in modo indipendente e, dunque, di creare nel breve/medio periodo un terzo polo alternativo a Intesa e UniCredit».

Secondo Ubi «che questo sia il reale fine dell’operazione» sarebbe provato anche dalla decisione di Intesa di procedere con «un’ops ostile, scegliendo un percorso proceduralmente molto più complesso» rispetto a un negoziato. Una modalità «atipica per il settore bancario». «In un mercato nel quale vi sono molti operatori che sarebbero disponibili a valutare ipotesi di integrazione – conclude Ubi, secondo quanto riportato dall’Antitrust – tale modo di procedere cela la volontà di eliminare un operatore temibile e conferma l’assoluto valore competitivo di Ubi».

Nel quadro delle audizioni all’Antitrust, emergono poi schermaglie tra i due gruppi, e in particolare in merito all’ipotesi, evocata da Ubi, che la banca guidata da Victor Massiah faccia da pivot per la creazione di un terzo polo bancario in Italia. Nella Comunicazione delle risultanze istruttorie dell’Antitrust, Ubi ha spiegato «di aver valutato, a livello progettuale, la possibilità di procedere a forme di aggregazione con altri istituti bancari di medie dimensioni (segnatamente Mps, Bper, Bpm), e in particolare con Bper, con la quale risultato agli atti tavoli tecnici con Bper e Unipol». Sul tema la stessa Bper ha chiarito che «nell’autunno 2019 hanno avuto luogo alcuni contatti esplorativi», ma l’interlocuzione si è interrotta alla fine dell’anno per scelta di Ubi, che ha comunicato «di volersi focalizzare su altre priorità, quali l’elaborazione del proprio piano industriale poi presentato in febbraio». Intesa, da parte sua, rileva quindi che «non risultano elementi di fatto da cui possa desumersi che Ubi stesse effettivamente procedendo ad aggregazioni con altri operatori, né tantomeno che tali aggregazioni le avebbero consentito di raggiungere le dimensioni di Intesa Sanpaolo e UniCredit».

Intesa: Ubi non aveva altri interlocutori

L’istituto guidato dall’a.d. Carlo Messina ricorda infatti che in passato le acquisizioni di Ubi hanno riguardato solo «piccole realtà locali in condizioni molto particolari», cioè le cosiddette good banks di Banca Marche, Etruria e Carichieti, e che il piano industriale presentato da Ubi il 17 febbraio, «vale a dire lo stesso giorno dell’annuncio dell’ops», è «stato concepito in ottica “stand alone”». «Pertanto – conclude Intesa – le dichiarazioni di Ubi secondo cui la società avrebbe avuto contatti preliminari con altre banche appaiono manifestamente inidonee a supportare il requisito della “ragionevole certezza” e della sussistenza di evidenze specifiche e convergenti di uno scenario controfattuale, ma confermano semmai come Ubi, all’epoca dell’ops, non avesse individuato uno specifico interlocutore con cui realizzare un’operazione di integrazione».

Intesa: senza Bper valuta operazione diversa da nostra ops

Infine, dal documento emerge come Intesa segnali all’Antritust come, escludendo dalle sue valutazioni la prevista cessione di sportelli a Bper, l’Authority stia valutando un’operazione diversa da quella presentata dalla stessa Intesa, che ha tra le sue condizioni di efficacia quella di ottenere una «autorizzazione incondizionata» dall’autorità. Lo ha sottolineato la stessa Intesa all’Antitrust, secondo quanto riportato da quest’ultima nella Comunicazione delle risultanze istruttorie. «Ad avviso di Intesa Sanpaolo – si legge nel documento – l’Autorità starebbe valutando nella presente istruttoria un’operazione differente rispetto a quanto notificato dalla stessa Intesa Sanpaolo, con conseguenze rilevanti anche sull’ops, posto che l’operazione è subordinata all’autorizzazione incondizionata dell’Autorità».
A quanto si legge nel documento, inoltre, lo scorso primo giugno Intesa aveva chiesto tempo fino al 10 del mese per «specificare il ramo di azienda» da vendere a Bper. Una richiesta, respinta dall’Antitrust il 3 giugno, che secondo quanto risulta a Radiocor metteva sul piatto anche una possibile revisione del perimetro oggetto di cessione, secondo criteri di massima cautela e peggiorativi per Intesa, con una conseguente modifica degli accordi con Bper, per garantire di ridurre le quote di mercato al di sotto della soglia del 35% in tutte le province italiane.

Fonte: www.ilsole24ore.it

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Come da attese, e nei termini dei 60 giorni previsti, Francoforte ha dato in serata dunque disco verde all’operazione che vede la fusione tra la prima e la quarta banca italiana, che è vincolata all’acquisizione del 50% più dei voti di Ubi.


Mentre la Vigilanza Bce dice sì all’acquisizione di Ubi da parte di Intesa Sanpaolo, Ca’ de Sass esclude che la pandemia possa impattare negativamente su Ubi, Intesa o sull’offerta di scambio in sé.
Intesa aveva annunciato l’Offerta pubblica di scambio su Ubi lo scorso 17 febbraio ed entro il 6 marzo, giorno in cui ha comunicato il deposito in Consob del documento di offerta, aveva presentato a tutte le autorità competenti «le comunicazioni e le domande volte a ottenere le autorizzazioni».

Come da attese, e nei termini dei 60 giorni previsti, Francoforte ha dato in serata dunque disco verde all’operazione che vede la fusione tra la prima e la quarta banca italiana, che è vincolata all’acquisizione del 50% più dei voti di Ubi. La banca guidata da Carlo Messina incassa così un importante punto a favore nella battaglia che la vede opposta a Ubi: l’ex popolare, i cui grandi soci si dicono contrari all’offerta, ha infatti avviato nelle scorse settimane un ricorso al Tribunale di Milano per chiedere la verifica dell’efficacia dell’Ops, nella convinzione che la mancata rinuncia da parte di Intesa alla condizione Mac – attivata dal Covid-19 – l’abbia fatta decadere.

E proprio su questo punto, Intesa chiarisce che non includerà tra le condizioni di efficacia dell’Ops la pandemia e i suoi effetti. «A seguito dell’autorizzazione ricevuta da parte della Banca Centrale Europea» la banca ritiene che «pur non disponendo tuttora di informazioni in merito ai possibili effetti pregiudizievoli della pandemia da COVID-19 su UBI Banca», che «ragionevolmente dalla pandemia non derivino effetti tali da modificare negativamente l’attività di UBI Banca e/o la situazione finanziaria, patrimoniale, economica o reddituale sua e/o delle società del gruppo UBI, oltre ad analoghi effetti per l’Offerta e per Intesa Sanpaolo». Di conseguenza, Intesa Sanpaolo «non includerà tra le condizioni di efficacia dell’Offerta la pandemia da COVID-19 e i suoi effetti» come indicati al punto (v) del paragrafo 1.5 della comunicazione pubblicata dalla Banca il 17 febbraio 2020.

Nel contempo è in corso un’istruttoria da parte dell’Antitrust per verificare il rispetto dei limiti alle concentrazioni, procedimento che è destinato a spostare a settembre l’avvio dell’Ops originariamente fissato per luglio. Infine, a valle delle autorizzazioni delle Authority prudenziali (oltre a Bce, anche Ivass) si esprimerà Consob, che dovrà dare il suo via libera al prospetto.

 

Fonte: www.ilsole24ore.it




Covid: metà dei prestiti in 4 regioni del Nord. E il Sud rischia l’usura

Quella dei prestiti garantiti dallo Stato resta una battaglia estenuante che si gioca sul filo dei numeri. A più di un mese dall’avvio della macchina, da una parte ci sono i dati annunciati dalla task force bancaria che si incensa per le quasi 400mila richieste di finanziamento arrivate al Fondo centrale di garanzia che gestisce i mini prestiti da 25mila (presto saliranno a 30mila) e 800mila euro, che però fino a oggi sono arrivati solo a metà degli imprenditori. Dall’altra parte ci sono i numeri che arrivano dal territorio, elaborati dal sindacato Fabi, che mostrano una spaccatura tra Nord e Sud: il 50,7% dei prestiti garantiti che è appannaggio di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. Quattro Regioni dove, però, è attivo solo il 38% di partite Iva e pmi. Mentre il resto d’Italia, dove opera il 62% di questi professionisti, deve spartirsi l’altra metà dei soldi.

Alcune banche – spiega il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoniper loro convenienze stanno penalizzando determinati territori favorendone altri. Così si allarga il rischio usura: chi non ottiene finanziamenti in banca finisce molto probabilmente in mano alla criminalità organizzata”. Un allarme lanciato negli scorsi giorni dal premier Giuseppe Conte, quando dal “mettetevi una mano sul cuore” è passato a chiedere alle banche “di fare subito”, per il pericolo che “le mafie possano nutrirsi delle difficoltà dei cittadini”.

Ma sulla disperazione degli imprenditori, prevale il fattore territorio. Su 17,1 miliardi di euro di prestiti richiesti al Fondo centrale di garanzia per le pmi fino al 25 maggio, nelle 4 Regioni del Nord andranno ben 8,6 miliardi. In particolare, in Veneto le domande valgono 1,9 miliardi (l’11,5% del totale), mentre la quota di pmi e partite Iva si ferma al 7,9%; situazione simile a quella dell’Emilia-Romagna con 1,7 miliardi di richieste (10,1%) e il 7,4% di imprese e partite Iva; in Piemonte c’è un sostanziale equilibrio: le domande valgono 1,1 miliardi (6,5%), mentre la quota di pmi e partite Iva si attesta al 7%; in Lombardia le domande ammontano a 3,9 miliardi (22,5% del totale), ma imprese e partite Iva rappresentano il 15,7% del totale. È soprattutto a Bergamo e a Brescia che si registra una fervida attività: Ubi sta erogando i prestiti con percentuali bulgare come possibile mossa per difendersi dall’offerta pubblica di Intesa Sanpaolo. Alle altre 16 Regioni non resta che dividersi le briciole. Ad esempio, nel Lazio le domande di prestiti valgono il 9,4% del totale (1,6 miliardi), ma le pmi e partite Iva rappresentano il 10,9% del bacino nazionale; in Campania, i prestiti arrivano al 7,7% (1,3 miliardi) e le pmi e partite Iva sono il 9,8% del totale; mentre in Toscana il 6,2% dei prestiti è andato al 6,8% dei professionisti.

L’Associazione bancaria non ci sta però a far passare l’idea che le banche possano scegliere gli imprenditori ai quali dare i soldi. E al report della Fabi risponde con uno suo in cui spiega che, anzi, “c’è una forte correlazione tra la distribuzione territoriale delle domande di finanziamento fino a 25.000 euro garantiti al 100% e la loro potenziale domanda”. Ma i due rapporti non sono paragonabili: quello del sindacato include anche i prestiti fino a 800mila euro, elargiti fino a oggi solo a 1 imprenditore su 4. E, sempre secondo l’Abi, a influire sulle domande ci sarebbero “gli effetti del Covid” che dovrebbero giustificare il minor numero di richieste presentate “a Bolzano e Trento, così come in Sicilia e in Campania”. Tralasciando il fatto che la chiusura ha comunque interessato tutto il Paese: bar e negozi di Milano, come quelli di Catania.

 

Da “Il Fatto Quotidiano” del 29/5/2020

 

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Sedici morti e almeno mille contagiati: il tributo pagato dai bancari al coronavirus

Riportiamo l’articolo pubblicato da AGI – Agenzia Giornalistica Italia lo scorso 4 maggio. Possiamo lecitamente supporre che i numeri riportati siano sottodimensionati rispetto alla realtà.
In questi giorni abbiamo ricevuto notevoli apprezzamenti per i protocolli firmati con le banche, che hanno consentito di ridurre la presenza in filiale di addetti e clienti in modo da contenere il rischio. Tuttavia, da qualche parte si sono levate anche voci contrarie da parte di chi ha maledetto i sindacati, colpevoli del mancato raggiungimento degli obiettivi di budget.
Pur nel rispetto di tutte le opinioni, possiamo tranquillamente affermare che il bilancio sarebbe stato ben più pesante senza misure di prevenzione, e quindi il contenimento degli accessi ha sicuramente salvato delle vite. Magari, chissà, anche quella di qualcuno che adesso si lamenta perché rischia di perdere il suo bonus.
Per quanto ci riguarda, se gli accordi sono serviti a salvare delle vite siamo orgogliosi del lavoro svolto. Non esiste nulla di più prezioso di una vita umana; anche quella di chi forse tutto questo non sembra averlo capito.

 

Anche i bancari hanno affrontato lavorando il coronavirus. Come gli operatori sanitari, gli addetti alla grande distribuzione e le altre categorie che forniscono servizi pubblici essenziali non hanno mai smesso di accogliere i clienti anche nei giorni più cruenti quando scarseggiavano i dispositivi di protezione e le modalità di trasmissione dell’infezione non erano chiare. Stando a quanto ricostruito dall’AGI, interpellando più fonti, le persone decedute sono 16 e i contagiati, parte dei quali finiti in ospedale, ammontano ad almeno un migliaio. 

I dati si riferiscono ai principali quindici gruppi italiani e, come per il triste conteggio generale, vanno considerati ‘al ribasso’ per la mancanza di tamponi che ha segnato la prima fase della pandemia.  “Grazie al protocollo siglato il 16 marzo – dice  Massimo Masi, segretario di Uilca – siamo riusciti a evitare centinaia di contagi tra lavoratori e clienti, riuscendo a tenere le filiali aperte e assicurando i servizi nella zona rossa, con l’aiuto della tecnologia”. Tra le misure prese, gli appuntamenti coi clienti “che hanno consentito di instaurare dei turni del personale “ e “percentuali di telelavoro di circa il 60%”.

I problemi maggiori si sono verificati nelle province lombarde più colpite. Luca Ravaglia responsabile per sigla Unisin/Falcri di Intesa Sanpaolo, racconta la sua prospettiva dalle province di Bergamo e Brescia. “In questi territori la mia banca non ha avuto la forza e la capacità di adottare strumenti specifici per zone così peculiari dove era evidente che ci volesse un intervento diverso rispetto al resto del Paese. Almeno il 10-15% dei miei colleghi che, dopo i turni, tornava tra i propri affetti, ha perso un genitore nelle due province. A livello nazionale, i presidi medici – aggiunge – sono stati annunciati ai primi marzo, ma sono arrivati a metà aprile. Comprensibile che mancassero nelle prime fasi, ma è passato molto tempo e  per  giorni siamo stati esposti senza avere nulla con tutto il peso psicologico anche nel rapporto coi clienti. Sarebbe stato utile che almeno nelle province più colpite arrivassero prima, invece i primi presidi sono arrivati a Napoli”.

Il dato nazionale, riferisce il sindacalista, è di 5 deceduti e 160 infettati su un totale di 95mila dipendenti, “tenendo presente che la maggior parte dei contagiati lavora allo sportello, a stretto contatto col pubblico”. “Ho perso un carissimo amico e collega, dializzato per tanti anni, e da poco trapiantato – testimonia Danilo Piccioni, responsabile Fabi di Cremona – Nella mia provincia, la forza lavoro si è dimezzata. I dispositivi sono arrivati ma non dall’oggi al domani, e in quella settimana che passava ovviamente il contagio andava avanti. Le mascherine sono arrivate col contagocce e in alcuni casi abbiamo dovuto minacciare lo sciopero per avere delle protezioni. I momenti di tensione ci sono stati”. A Crèdite Agricole, riferisce Piccioni, sono stati due i decessi, uno in una filiale di Crema, l’altro a Milano.  Sempre restando in una delle zone dove il virus ha imperversato,   a Banco Bpm sono due i dipendenti mancati.

Per Guido Diecidue, rappresentante della sigla Uilca di Unicredit, il comportamento della sua banca “è stampo tempestivo ed efficace”. Tra i lavoratori c’è stata una vittima, i contagiati sono 86 di cui 23 ricoverati in Italia, 50 in Germania con 35 ricoverati, 19 in Austria e nei Paesi dell’Est Europa, 7 in Russia. “La nostra priorità – spiegano all’AGI dal quartier generale della banca – è prima di tutto garantire la salute e la sicurezza delle nostre persone e dei nostri clienti. Abbiamo rafforzato la consulenza a distanza, sia in termini di persone abilitate alla consulenza sia in termini di prodotti e servizi attivabili a distanza – anche per i clienti meno digitalizzati. Adesso che le misure di lockdown stanno gradualmente cominciando ad allentarsi nei nostri diversi Paesi, stiamo facendo leva su quanto fatto e imparato finora per essere sicuri di fare i giusti passi in avanti. Le nostre decisioni saranno basate su dati, non su date”.

Claudia Dabbene (Uilca) di Ubi comunica che nel suo istituto di credito si conta un decesso in una filiale di Sondrio e si concentra su un’altra angolatura, all’alba della Fase 2: “Da noi i presidi sono arrivati in fretta. A uccidere più del Covid è la disperazione dei clienti che confonde i bancari coi banchieri. I decreti del governo partono con le migliori intenzioni ma poi noi ci confrontiamo ogni giorno con questa sofferenza. Siamo meglio di quello che pensano le persone. In questo periodo, alcuni di noi hanno fatto delle collette per i clienti indigenti”.  Secondo Luigi Pizzuto, rappresentante della sicurezza della Fisac in Mps, i danni sono stati ‘limitati’ nel contesto bancario anche “grazie all’elevatissimo livello di sindacalizzazione che porta con sé la capacità di incidere in maniera forte sulle decisioni dell’azienda”. Nell’istituto senese, dove una donna è rimasta vittima del virus in Brianza, “è da subito ha prevalso il ‘modello’ smart workig, anche nella rete delle filiali”.

 

Fonte: AGI

 

 

 




UBI: accordo per l’accesso al Fondo di Solidarietà


GRUPPO UBI -Emergenza COVID-19
FIRMATO L’ACCORDO PER L’ACCESSO
ALLE PRESTAZIONI ORDINARIE DEL FONDO DI SOLIDARIETÀ

In data odierna abbiamo raggiunto l’accordo che consentirà a UBI di accedere alle risorse del Fondo di solidarietà per la copertura economica delle giornate di sospensione/riduzione dell’attività lavorativa (per maggiore chiarezza quelle fruite con causale PCM -PERMESSO EMERGENZA COVID 19).

In virtù di tale accordo il trattamento economico erogato a lavoratrici/tori – per periodi compresi fra l’11.3.2020 e l’8.5.2020 1 durante i quali non è stata (o non sarà) effettuata la prestazione lavorativa – saranno posti a carico del Fondo di solidarietà (sul quale ai sensi del D.L. “Cura Italia” confluiranno anche risorse pubbliche): pertanto graveranno solo in parte sul conto economico della banca (per l’integrazione alla retribuzione di cui si farà carico UBI – v. oltre).

L’intesa fa seguito all’accordo nazionale sottoscritto lo scorso 16 aprile che ne ha definito la “cornice”. Nel gruppo, il ricorso alle prestazioni ordinarie riguarderà circa n. 10.000 dipendenti per complessive 900.000 ore circa (corrispondenti a 120.000 giornate full time).

1 – Il periodo è individuato in considerazione del fatto che i provvedimenti varati fino ad oggi prevedono una durata massima di 9 settimane per il ricorso ad ammortizzatori sociali legati all’emergenza epidemiologica.

Ferie maturate in anni precedenti

In ragione del fatto che l’accordo nazionale prevede che prima di accedere alle risorse del Fondo si favorisca la preventiva fruizione delle ferie maturate in anni precedenti, l’intesa aziendale stabilisce che devono essere prioritariamente fruite o programmate (entro il 31/12/2020) eventuali giornate di ferie di competenza degli anni fino al 2019: tali giornate non rientreranno quindi nei periodi per i quali è richiesto l’intervento del Fondo.

Pertanto, solo in caso di mancata fruizione o programmazione di ferie pregresse, il periodo di sospensione/riduzione sarà imputato all’utilizzo di tali periodi.

Conversione delle causali di assenza

Le giornate fruite con causale PCM -PERMESSO EMERGENZA COVID 19 saranno quindi convertite:

– in giornate di ricorso al Fondo, nel limite delle risorse che saranno accordate a UBI;

– in giornate di ferie ,qualora al 31 dicembre 2020 residuino ferie di competenza di anni precedenti non programmate.

Eventuali giornate fruite fino all’8 maggio che non troveranno capienza nel Fondo, nonché quelle con causale PCM -PERMESSO EMERGENZA COVID 19 fruite successivamente a tale data, manterranno la medesima causale di permesso retribuito.

Condizioni economiche

Il Fondo per i casi di sospensione/riduzione dell’attività lavorativa eroga il cosiddetto “assegno ordinario” che corrisponde al 60% della retribuzione (con soglie differenziate a seconda delle fasce di reddito).

Considerato che l’accordo nazionale prevede una integrazione utile a garantire, ai lavoratori interessati e per le giornate in questione, il medesimo imponibile fiscale, con l’accordo aziendale è stato previsto che UBI si faccia carico della predetta integrazione.

Pertanto non vi sarà alcun nocumento dal punto di vista della retribuzione.

Rispetto all’accordo nazionale è stata altresì garantita una ulteriore integrazione per coloro che percepiscono l’assegno per il nucleo familiare(che l’INPS non eroga per i periodi di ricorso alla parte ordinaria del Fondo), in modo da assicurare atutti i dipendenti coinvolti lo stesso trattamento economico dei periodi di attività lavorativa.

I periodi di accesso alle prestazioni ordinarie del Fondo sono “neutralizzati a tutti gli effetti sul rapporto di lavoro di ciascun lavoratore interessato”: in altri termini non producono effetti negativi sui vari aspetti legati al rapporto di lavoro (a puro titolo esemplificativo, previdenza complementare, assistenza sanitaria integrativa,maturazione delle ferie, ecc.).

La busta paga relativa al riconoscimento dell’assegno ordinario riporterà evidenza dell’erogazione come “partita di giro” senza effetti per l’ammontare della retribuzione.

ALTRI TEMI

Lavoratrici/tori cautelativamente assenti per ragioni di salute (es. immunodepressione)

L’azienda ha ribadito la propria attenzione nei confronti di lavoratrici/tori cautelativamente assenti per ragioni di salute e ha dichiarato, in attesa di eventuali ulteriori provvedimenti legislativi che regolamentino la materia, la propria disponibilità ad adottare soluzioni che ne garantiscano l’incolumità, prolungando il permesso cautelare o abilitando allo smart working le persone che possano svolgere l’attività lavorativa con tale modalità.

In queste ore colleghe/o in permesso sanitario cautelativo vengono invitati dalle competenti strutture di risorse umane a contattare il medico competente, al quale dovranno descrivere la propria condizione per una opportuna valutazione.

Misure per la cura dei figli e altri familiari

Il confronto volto ad assicurare strumenti per la gestione delle necessità familiari, accresciute a causa dell’emergenza epidemiologica (chiusura scuole, incertezza rispetto alla disponibilità di strutture estive che possano accogliere bambine/i, ecc.) è stato posticipato per tenere conto anche delle misure che saranno previste dai prossimi decreti. L’azienda ha dichiarato comunque la propria disponibilità a individuare soluzioni, che saranno discusse in un incontro che si terrà entro il prossimo 8 maggio.

Confronto per il premio aziendale

Il confronto per il premio aziendale prenderà avvio domani nell’incontro fissato per le ore 14.30. Va fin d’ora precisato che relativamente al 2019 il premio sarà assoggettato a tassazione ordinaria e non potrà beneficiare della tassazione agevolata del 10%, non prevista per accordi raggiunti successivamente alla fine del periodo di competenza (anno 2019), in funzione dei chiarimenti forniti recentemente dall’Agenzia delle Entrate.

Contributo familiari disabili

L’azienda ha dichiarato che nuovi interventi in materia fiscale non consentono attualmente l’erogazione del contributo a favore di figli e genitori disabili con le modalità adottate in passato (che lo escludevano tra l’altro dall’imponibile previdenziale e fiscale). È stato pertanto previsto per i primi giorni di maggio un incontro per affrontare questo tema nei suoi molteplici aspetti.

Bergamo, 28 aprile 2020

Fabi – First/Cisl – Fisac/Cgil – Uilca/Uil – Unisin
Coordinamenti Gruppo UBI

 




BPER: nuovo accordo distributivo con UnipolSai, nasce Assurbanca

Nuovo accordo distributivo tra Bper Banca e UnipolSaiAssicurazioni. E’ stato perfezionato ieri e in pratica è stato introdotto un nuovo modello operativo denominato Assurbanca e potenziato, al contempo, il modello di bancassurazione già presente nel gruppo bancario.

L’intesa, firmata dal vice direttore generale vicario di Bper Banca, Stefano Rossetti, e dal direttore generale di UnipolSai, Matteo Laterza, identifica due specifiche macro-soluzioni industriali: per quanto riguarda Assurbanca le agenzie UnipolSai potranno promuovere prodotti bancari del gruppo Bper alla propria clientela, sia privati che aziende (fino a 10 milioni di fatturato).

Mentre per quanto riguarda la bancassurance le filiali di Bper potranno promuovere prodotti assicurativi di UnipolSai alla propria clientela nel segmento aziende, in una logica addizionale rispetto al catalogo di Arca Assicurazioni. L’attività di vendita sarà poi completata direttamente dalle rispettive reti, ciascuna per i prodotti di propria competenza.

L’accordo permetterà “rilevanti sinergie” per Bper, generate dalle nuove attività di AssurBanca e di BancAssicurazione, quantificabili in un contributo all’acquisizione di oltre 200.000 nuovi clienti e di circa 40.000 imprese assicurate.

“Siamo molto soddisfatti per il perfezionamento di questo accordo distributivo, che costituisce una novità assoluta nel panorama bancario e assicurativo italiano“, ha commentato l’ad di Bper Banca, Alessandro Vandelli, spiegando che “intendiamo costruire un modello operativo integrato che permetterà di valorizzare al massimo la partnership con UnipolSai e l’offerta alla clientela, con l’obiettivo di soddisfarne al meglio i bisogni“.

Inoltre, l’accordo consentirà a Bper di rafforzare la proposizione di valore nei confronti della clientela nei segmenti Small business e Pmi “con una potenziata capacità di consulenza assicurativa e di ampliare la propria capacità distributiva di prodotti bancari sul territorio, grazie alla rete di agenzie UnipolSai“, ha precisato Vandelli. L’intesa raggiunta, dunque, ”migliora ulteriormente l’efficacia operativa del gruppo Bper in un comparto strategico per il nostro modello di business“, ha concluso il banchiere.

In borsa il titolo UnipolSai segna un +1,54% a 2,25 euro, mentre Bper Banca un +0,56% a 2,155 euro nel giorno in cui si riunisce l’assemblea ordinaria e straordinaria della banca. All’ordine del giorno l’approvazione del bilancio dell’esercizio 2019. In parte straordinaria la proposta di attribuzione al cda della facoltà, da esercitarsi entro il 31 marzo 2021, di aumentare il capitale fino a un massimo di 1 miliardo di euro, operazione necessaria per concludere l’acquisto di un ramo d’azienda da IntesaSanpaolo se l’istituto milanese concluderà con successo l’ops su Ubi.

 

fonte: Milano Finanza




Unipol entra in Popolare Sondrio: assist per fusione con Bper?

Il gruppo assicurativo, che detiene il 20% della banca modenese, potrebbe preparare la strada a un’aggregazione. Le due banche sono già legate dall’investimento comune in Arca Sgr

Unipol è entrata nel capitale della Banca Popolare di Sondrio con una quota dell’1,888%. La notizia della partecipazione, comunicata venerdì scorso, è l’ultima delle “sorprese” emerse con le nuove soglie rilevanti decise dalla Consob, fra cui anche la quota della stessa Unipol in Mediobanca, e anche in questo caso apre nuovi potenziali scenari che per il momento, va detto, restano confinati alle indiscrezioni di stampa. Non si può escludere però che la mossa possa aprire la strada a una futura operazione tra Bper, di cui Unipol è il maggiore azionista appena sotto il 20%, e appunto la Popolare di Sondrio, una fusione, nell’ambito del risiko delle banche di medie dimensioni che l’emergenza coronavirus ha messo per ora in secondo piano.

 

Unipol-Popolare Sondrio, primo passo per fusione con Bper?

Del resto Bper e Popolare Sondrio sono già legate dall’investimento comune in Arca Sgr, partenrship rafforzata nel 2019 incrementando le rispettive quote nella società e portandole al 57% (Bper) e 36,8%, dopo essersi equamente spartite il 40% appartenuto alle ex banche venete.

Bper sta già svolgendo un ruolo attivo nell’ambito dell’Ops presentata da Intesa Sanpaolo su Ubi Banca in data 17 febbraio 2020, che prevede la cessione all’istituto modenese di un ramo d’azienda costituito da 400-500 filiali e a Unipol della relativa parte assicurativa.

In questo contesto, secondo quanto ha scritto nel fine settimana il quotidiano Il Messaggero, l’ingresso di Unipol i Bps, sia pure con una quota limitata, potrebbe preludere a una potenziale trattativa con Bper finalizzata a una fusione, approfittando della liaison fra Modena e Sondrio nella partnership in Arca Sgr.

Popolare Sondrio e il nodo Spa

Da parte sua Bp Sondrio ha finora resistito all’obbligo di trasformazione in spa previsto dalla riforma Renzi. La riforma è attualmente al vaglio della Corte europea.

Ma l’istituto valtellinese è anche sotto i riflettori della Bce, che incalza Sondrio sul fronte del capitale e che negli ultimi mesi ha chiesto alla banca di rinunciare prima all’acquisizione di CariCento e poi un mese fa a quella di Farbanca per dare priorità all’azione di derisking.

Altro dossier aperto per Bps è il braccio di ferro con il fondo Amber, che si è visto stoppare la richiesta di ammissione a socio.

Bper, addio a Mps

Eventuali mire di Bper sulla Popolare di Sondrio, assieme all’acquisizione delle filiali Intesa Sanpaolo (se l’ops su Ubi andrà in porto), porterebbe comunque la banca guidata da Alessandro Vandelli ad allontanarsi dall’ipotesi di una fusione con Mps (quest’ultima tuttora appesa alle trattative tra il Mef e Bruxelles per lo smaltimento di almeno 10 miliardi di crediti deteriorati).

Intanto, guardando a Nord Ovest, nei giorni scorsi il cda di Bper ha approvato il progetto di fusione per incorporazione della Cassa di risparmio di Bra e della Cassa di Saluzzo.

 

Fonte: finanzareport.it




Polizze legate ai mutui: maxi-sanzione Antitrust a Unicredit, Bnl, Intesa e Ubi

La scure dell’Antitrust torna a colpire le quattro principali banche italiane con sanzioni, che nel complesso superano i 20 milioni di euro, per pratiche commerciali scorrette nell’ambito della vendita di polizze abbinate ai mutui. Nel dettaglio le sanzioni sono pari a 6,55 milioni di euro per Unicredit, 5,65 milioni di euro per Bnl, 4,8 milioni di euro per Intesa Sanpaolo e 3,75 milioni di euro per Ubi Banca.

Sanzioni pesanti inflitte anche in virtù della recidività delle banche (Ubi esclusa) che già in passato erano state destinatarie di provvedimenti per violazione del Codice del consumo. In particolare, in questo caso, le pratiche scorrette sanzionate sono state poste in essere dagli istituti di credito dal 2015-2017 e, secondo quando accertato dall’Antitrust, sono ancora in corso.

Nel recente passato Ivass e Banca d’Italia a più riprese hanno ribadito che non è possibile condizionare la concessione di mutui (surroghe comprese) alla sottoscrizione di polizze di vario genere collocate dalla stessa banca.

L’Antitrust sottolinea di aver ravvisato anche l’aggressività delle banche nel proporre vendite “baciate” allo sportello e ha calcolato una stima prudenziale del pregiudizio economico subito dai consumatori che per Unicredit ammonta a 100 milioni di euro annui, a fronte di ricavi per l’istituto pari a circa 36 milioni di euro. Per Bnl il pregiudizio per i clienti è pari a 106,5 milioni di euro annui, a fronte di ricavi per la banca di 33 milioni di euro. Nel caso di Intesa Sanpaolo la stima dei danni economici subiti dai mutuatari è pari a 250-300 di euro annui, a fronte di ricavi per la banca di 50-100 milioni. Infine il pregiudizio subito dai clienti di Ubi è di 30-35 milioni di euro, a fronte di ricavi per l’istituto pari 10-15 milioni di euro.

In più per Unicredit e Bnl è stata anche appurata la pratica commerciale scorretta di aver indotto i consumatori, intenzionati a concludere contratti di mutuo e/o di surroga, ad aprire un conto corrente presso la medesima Banca, ponendo tale apertura come condizione per la concessione del finanziamento.

Adesso si attende la replica delle banche che entro 60 giorni possono presentare ricorso al Tar avverso ai provvedimenti sanzionatori dell’Antitrust.

 

Fonte: www.ilsole24ore.it