1

MPS & c. morti di freddo: i crac bancari senza padri

In fumo 35 mld, ma nessun colpevole. Sollievo per Draghi e per Bankitalia. Che, come con Etruria e le altre, non vide nulla


Il delitto perfetto? In Italia esiste, paga moltissimo (ma ad altri costa altrettanto), resta quasi sempre senza colpevoli. È il crac bancario. Lo attesta l’ultima sentenza della Corte di Appello di Milano, che l’altroieri ha ribaltato la sentenza di primo grado del novembre 2019 e ha assolto i 13 imputati per i derivati Alexandria e Santorini, il prestito ibrido Fresh e la cartolarizzazione Chianti Classico. I reati ipotizzati erano manipolazione di mercato, falso in bilancio e prospetto, ostacolo alla vigilanza. Secondo l’accusa, le operazioni sarebbero servite per occultare nei conti del Monte le perdite causate dall’acquisizione di AntonVeneta del 2008.
Ma per la corte d’appello invece “il fatto non sussiste”: per l’ex presidente Giuseppe Mussari e l’ex dg Antonio Vigni tre capi d’imputazione sono prescritti, a Deutsche Bank e Nomura sono state revocate le confische per oltre 150 milioni. In attesa delle motivazioni e dell’eventuale timbro della Cassazione, molte domande restano senza risposte certe.
Una su tutte: il Monte dei Paschi di Siena è dunque “morto di freddo”?
Forse, ma solo forse, è proprio andata così.

Il collasso di Siena è costato oltre 32 miliardi, ai quali secondo la banca stessa nei prossimi mesi dovranno aggiungersene altri 2 e mezzo (almeno) per ricapitalizzarla ancora. A salvare il Monte non è bastato piazzare aumenti di capitale a ripetizione: sono andati bruciati quello da 5 miliardi del 2008, da 2 del 2011, da 2,5 del 2012, da 5 del 2014 e da 3 del 2015. Anche la “ricapitalizzazione prudenziale” del 10 agosto 2017 è ormai scialacquata, se la banca (che ormai in Borsa capitalizza appena 726 milioni) reclama a breve un’ulteriore iniezione di capitale da almeno 2,5 miliardi.
A rimetterci non sono stati solo gli azionisti privati ma anche il Tesoro (dunque i contribuenti), primo azionista con il 64,23%, che su 6,9 miliardi investiti ne sta perdendo 5,74 (quasi il 90%) e ora dovrà rimettere mano al portafoglio. In fumo anche le obbligazioni subordinate: da quelle degli investitori istituzionali al bond retail da oltre 2,16 miliardi piazzato a 37 mila piccoli risparmiatori, spesso anziani, a tagli da mille euro durante l’operazione del 2008 per acquistare AntonVeneta.
Era ben prima che esistesse la direttiva europea sul bail in e agli albori del recepimento in Italia della direttiva Mifid sulla tutela dei risparmiatori. Eppure questa devastante distruzione di valore non ha un responsabile. Gli imputati sono stati assolti più volte dall’accusa di ostacolo alla Vigilanza di Banca d’Italia. Non hanno commesso falso in bilancio o prospetto né, tantomeno, manipolazione di mercato. Con Mussari, Vigni e colleghi assolti, la condanna di primo grado dei loro successori, l’ex presidente Alessandro Profumo e l’ex ad Fabrizio Viola potrebbe essere ribaltata in appello. In attesa delle motivazioni della sentenza, la crisi dell’istituto per la legge è stata causata (e non aggravata dopo la mala gestio) dalla grande crisi finanziaria globale innescata nel 2007 dai mutui subprime Usa e dalla recessione che ne derivò. Nessun reato nelle scelte disastrose compiute.

Il falò delle vanità creditizie italiane però non si è limitato a incenerire Rocca Salimbeni. Per restare agli istituti maggiori, negli ultimi due decenni analoghi incendi hanno colpito BiPop-Carire, Italease, Carige, Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Bari. Sinora ben poche son state le condanne per quei crac, nessuna delle quali è definitiva, mentre tutte le accuse paiono indirizzate verso la prescrizione. Parrebbe dunque essersi trattato di un incredibile filotto di rarissimi casi di autocombustione bancaria. D’altronde la crisi bancaria, sempre negata dall’Abi, fu poi dichiarata “superata”: strano esempio di problema inesistente e poi risolto.
Solo qualche mela marcia”, ebbe a dire il presidente Antonio Patuelli a chi gli chiedeva ragguagli sulle responsabilità nei dissesti degli istituti. Affermazione giustizialista, letta col senno di oggi, perché ormai sono sparite pure le mele marce.

Ma la sentenza d’appello di Milano sul crac Mps non è stata accolta con gioia solo dai 13 imputati assolti. A tirare un sospiro di sollievo c’è anche Banca d’Italia la quale, regnante il Governatore Mario Draghi, diede via libera all’acquisizione di AntonVeneta: paradossale esempio di controllore che viene graziato per non aver controllato e tuttavia potrà ora affermare di aver sempre vigilato con attenzione.
In questa galleria dell’assurdo, di sicuro sul campo restano solo le vittime. Tra queste la Procura di Milano, sconfitta in appello dopo indagini e due processi durati un decennio. C’è, soprattutto, la via crucis di famiglie e piccole imprese: alla faccia dell’articolo 47 della Costituzione (“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”), da inizio secolo i collassi bancari sono costati oltre 72 miliardi a quasi un milione di azionisti e bondisti subordinati. Nessuna mala gestio, la vigilanza non ha colpa e non è stata neppure ostacolata. Chissà però se la fiducia, unico vero carburante del credito, tornerà mai a riprendersi.

 

Articolo di Nicola Borzi su Il Fatto Quotidiano dell’8/5/2022




Banca d’Italia: l’inaccettabile comportamento della banca e le dannose scenate sindacali

Nei giorni scorsi è pervenuta alle Organizzazioni Sindacali una convocazione da parte della Banca per un incontro.

Una strana convocazione, per uno strano incontro: l’oggetto, dopo una confusa premessa sul lavoro ibrido, sembrerebbe riguardare la carriera operativa; la natura non sarebbe né negoziale né informativa, ma di ascolto delle OO.SS.; la data sarebbe un’imprecisata giornata di giugno.

Niente di più indeterminato, insomma, tanto che verrebbe da pensare che l’argomento non sia di interesse alcuno per la Banca.

Capiamo che una siffatta convocazione abbia potuto generare le ire delle sigle che si sono presentate come primo tavolo, tanto più che è emersa a seguito di una sollecitazione delle stesse, con lettera, di un incontro.

Lo capiamo e, a essere onesti, per alcuni versi lo condividiamo: non esistono ragioni per non convocare un incontro negoziale sulla carriera operativa, che era da tempo nell’agenda sindacale concordata, a maggior ragione se c’è un primo tavolo.

La Banca risulta, a nostro avviso, troppo incline agli incontri informativisu aspetti apparentemente organizzativi ma che generano effetti rilevanti sui lavoratori e snobbare la sede negoziale anche quando c’è innegabilmente un connotato di trattativa significa voler palesemente sfuggire al confronto coi sindacati: questo, per la Fisac CGIL, non è legittimo.

Certo, si tratta di una situazione che non nasce oggi, ma trova le sue radici in illustri precedenti, come i rifiuti di alcune sigle di partecipareall’Osservatorio sull’orario di lavoro, o persino di negoziare i protocolli di sicurezza durante una pandemia: tutte situazione che hanno abituato il datore di lavoro a non convocare quando dovrebbe e a tentare sempre di cantarsela e suonarsela da sé.

E ora che quelle stesse sigle si sono messe a voler fare (o meglio rifare) il primo tavolo a tutti i costi, non sorprende che la Banca le convochi a un incontro d’ascolto, come si trattasse di alcolisti anonimi.

Tuttavia, non crediamo che possa giovare a lenire la frustrazione, che trapela evidente dai volantini di ieri, fare scenate isteriche contro la CGIL: questa sigla aveva già evidenziato come fosse prematuro lanciarsi in schieramenti giurati prima di aver saggiato l’interesse e l’intenzione della Banca sull’argomento della carriera operativa.

Sembra evidente che, da parte Banca, l’interesse sia scarso e l’intenzione distorta: la Fisac CGIL non intende affrontare un argomento così importante senza che sia chiarito che il negoziato dovrà apportare delle migliorie nella carriera operativa e non, di nuovo, la proposizione di un gioco di rimescolamento a somma zero… o a perdere.

Per la Fisac CGIL la riforma degli inquadramenti dell’area operativa è imprescindibile e deve avere un respiro più ampio del mero recupero del potere di acquisto delle nostre retribuzioni.

Deve risolvere i vari problemi che da tempo attendono risposta, tra cui la necessità da un lato di mantenere (e rafforzare) gli scatti annuali di stipendio; dall’altro di garantire progressione più veloce di carriera, eliminare gli incancreniti “colli di bottiglia” nei vari gradi, garantire un piano di formazione diffuso e personalizzato che restituisca piena dignità ai colleghi dell’area. Inoltre, la nuova carriera operativa non dovrà far propri i tratti deleteri della carriera direttiva, primo tra tutti la evidente leva gestionale della Banca in tema di progressione economica e di carriera.

E’ importante e urgente anche il recupero del potere di acquisto delle retribuzioni, lo sappiamo e lo abbiamo ribadito più volte, come CGIL, in Banca e in altri comparti.

E’ necessario fin da subito avviare un confronto con la Banca, perché le nostre retribuzioni sono ormai erose da un tasso di inflazione che ha raggiunto percentuali molto significative. Peraltro, l’attuale modello di adeguamento degli stipendi al costo della vita – che si basa sull’indice Ipca, depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici – è stato sempre osteggiato da questa O.S., sin dalla sua introduzione nel 2010, in quanto in un Paese come il nostro, fortemente dipendente dall’estero sotto il profilo energetico, era ovvio che avrebbe determinato una progressiva perdita del potere di acquisto reale degli stipendi. Peccato dover ricordare che questo modello fu invece sottoscritto celermente anche da sigle autonome presenti nel nostro Istituto, comprese quelle che, spesso, ci accusano di essere eterodiretti dall’alto.

L’incontro di giugno sarà occasione per esternare alla Banca la nostra visione di riforma ma crediamo fondamentale che venga anche presentato alle OO.SS. la visione della Banca sul tema per capire se esiste davvero un interesse del datore di lavoro a valorizzare un’ampia categoria di colleghi che, sempre meno numerosi, portano sulle spalle il nostro Istituto.

Questo è il nostro interesse.

Le scenate sindacali, invece, al massimo ci fanno sorridere.

Roma, 3 maggio 2022

 

La Segreteria Nazionale

 

dal sito www.fisacbancaditalia.it




Dieci piccoli bancari… (e poi non rimase nessuno)

I dati diffusi dalla Banca d’Italia confermano la tendenza che vede le banche allontanarsi dalla nostra regione. Va meglio la provincia dell’Aquila (ma c’è un motivo).


Come ogni anno la Banca d’Italia ha pubblicato le statistiche relative alla presenza delle banche nel territorio italiano, con il confronto rispetto al 2020.

I numeri sono ancora una volta impietosi per l’Abruzzo ed il Molise. L’andamento delle chiusure di sportelli è sintetizzato da questa cartina:

 

Fonte: Banca d’Italia

 

Basta una rapida occhiata per notare come il Molise sia stata la regione maggiormente penalizzata dalle chiusure, e che in Abruzzo sia andata leggermente meno peggio.

Vediamo nel dettaglio l’andamento delle chiusure di sportelli nella nostra regione.

NUMERO SPORTELLI BANCARI PER PROVINCIA
Totale 2020 Totale 2021 Differenza % diff.
ITALIA 23.480 21.650 -1.830 -7,8%
ABRUZZO 496 444 -52 -10,5%
Provincia
AQ 104 98 -6 -5,8%
CH 138 126 -12 -8,7%
PE 122 107 -15 -12,3%
TE 132 113 -19 -14,4%
dati Banca d’Italia

 

Il dato abruzzese risulta nettamente peggiore rispetto a quello nazionale, ancora una volta con differenze notevoli tra le varie provincie.
Nel 2021 la Provincia dell’Aquila risulta la meno penalizzata in Abruzzo, con una percentuale di chiusure inferiore al dato nazionale. Nel valutare questo dato, tuttavia, occorre ricordare che nel 2020 la percentuale di filiali chiuse nella nostra provincia era stata altissima, quasi il triplo rispetto al dato nazionale (oltre l’11% di chiusure in un solo anno). Il numero di filiali chiuse è quindi inferiore anche perché da chiudere non sta rimanendo molto, a meno che non si decida di abbandonare piazze storiche ed importanti. E come capiremo dalla prossima tabella, questo timore non è infondato.

 

La tabella che segue mostra il numero di impiegati per provincia ed il confronto rispetto all’anno precedente.

NUMERO DIPENDENTI SETTORE BANCARIO PER PROVINCIA
Totale 2020 Totale 2021 Differenza % diff.
ITALIA 275.433 269.624 -5.808 -2,1%
ABRUZZO 3.210 2.987 -223 -7,0%
Provincia
AQ 670 669 -1 -0,2%
CH 957 808 -149 -15,6%
PE 768 751 -17 -2,2%
TE 816 759 -57 -6.0%
dati Banca d’Italia

 

Anche in questo caso la Provincia dell’Aquila sembrerebbe essere stata risparmiata dai tagli, ma bisogna ricordare che nel 2020 era stata di gran lunga la più colpita (-6,6%, anche in questo caso un andamento triplo rispetto alla media nazionale).

Un dato salta all’occhio: a livello nazionale la percentuale di riduzione degli occupati è nettamente inferiore a quella degli sportelli chiusi (2,1% contro il 7,8%). Nella nostra regione i due dati sono molto più vicini (7% contro 10,5%).
Come leggere questi dati?

Una possibile spiegazione potrebbe essere essere questa: mentre nel resto d’Italia la chiusura di sportelli riguarda prevalentemente piccole filiali con pochi addetti, nella nostra regione questi tagli sono stati già fatti negli anni scorsi, e adesso le chiusure cominciano a riguardare filiali più importanti e strutturate. E questa non è una buona notizia.

 

L’ultima tabella che riportiamo riepiloga i dati relativi al numero di comuni nei quali è presente almeno uno sportello.

NUMERO COMUNI CON ALMENO UNO SPORTELLO BANCARIO 
Totale 2020 % su tot comuni Totale 2021 % su tot comuni Differenza % diff.
ITALIA 5.102 62,0% 4.902 64,6 -200 -3,9%
ABRUZZO 147 48,2% 132 43,3 -15 -10,2%
Provincia
AQ 33 30,6% 33 30,6% 0 =
CH 48 46,2% 42 40,4% -6 -12,5%
PE 28 60,9% 25 54,4% -3 -10,7%
TE 38 80,9% 32 68,1% -6 -15,8%
dati Banca d’Italia

 

Nonostante il dato della Provincia aquilana resti invariato, è comunque sconcertante vedere come in 7 comuni su 10 non esista nessuno sportello bancario. Nel resto d’Abruzzo invece il taglio è pesante: nel corso del 2021 oltre un comune abruzzese ogni 10 ha visto la propria filiale di riferimento abbassare le saracinesche per sempre.

Abbiamo provato in tutti i modi a lanciare l’allarme e a spiegare cosa significhi per la nostra Regione il fatto che sempre meno banche decidano di investire sul nostro territorio. Abbiamo provato a far capire che meno sportelli significa meno credito. Ma nessuno sembra preoccuparsene, in modo particolare tra i politici locali. Come se il problema non esistesse.

Nel frattempo le banche continuano ad utilizzare i fondi pubblici esclusivamente per i loro interessi, senza alcun beneficio per la collettività. L’ultimo esempio arriva dai fondi messi a disposizione dalla Stato subito dopo il lockdown, a garanzia di crediti che avrebbero dovuto rilanciare l’economia dopo i gravi danni causati da mesi di stop.
Ancora una volta, i numeri sono incredibili.
In Abruzzo sono stati erogati finanziamenti interamente garantiti da fondi pubblici per 1.463 milioni: il 98,5% di questi fondi non è arrivato alle imprese, ma è stato utilizzato dalle banche per compensare la stretta creditizia ed acquisire garanzie su prestiti già esistenti. Solo la miseria di 22 milioni è andata a finanziare effettivamente l’economia abruzzese.
(dati tratti dal report “Il credito bancario in Abruzzo nel 2021” redatto da Aldo Ronci per il CNA)

Difficile, di fronte a queste cifre, continuare a sostenere che gli Istituti di credito nazionali abbiano a cuore l’Abruzzo.


 

Leggi anche

I drammatici dati dell’abbandono bancario in provincia dell’Aquila

A.A.A. Cercasi banche in Provincia dell’Aquila

 




CNA: nel 2021 credito con il contagocce alle imprese abruzzesi

Fosse dipeso dal sistema bancario regionale, le imprese abruzzesi, a cominciare da quelle piuù piccole, sarebbero rimaste “a secco” di finanziamenti durante i mesi bui della pandemia. E meno male che ci ha pensato il governo, con la sue misure di sostegno all’accesso al credito attraverso il Fondo Centrale di garanzia, con una copertura totale dei rischi, ad assicurare un flusso minimo di risorse necessarie come l’ossigeno; risorse che tuttavia non hanno impedito di presentare sulla scena nazionale la nostra regione come una Cenerentola del settore.

E’ il quadro poco edificante che delinea la ricerca realizzata da Aldo Ronci per la CNA Abruzzo, messa a punto su dati di Bankitalia, sull’andamento del credito in Abruzzo nel 2021, secondo ‘annus horribilis’ dell’era Covid-19. “Al 31 dicembre scorso – illustra l’autore – i prestiti alle imprese ammontavano complessivamente a 10 miliardi e 550 milioni di euro, registrando sui dodici mesi precedenti un incremento di appena 22 milioni, che in valore percentuale rappresenta lo 0,1%, contro l’1,7% nazionale. Valori che, considerate le circostanze, rappresentano davvero un’inezia”.

Se poi viene osservato in controluce, anche questo modestissimo aumento svela il suo lato debole:Nei fatti – sottolinea Ronci – si è trattato di uno scambio: i 1.463 milioni di euro di crediti erogati in più , grazie alla garanzia pubblica, hanno coperto a malapena la restrizione patita nello stesso periodo, con i canali normale, che eù stata pari a 1.441 milioni”.

Ma i motivi di doglianza riguardano anche il ruolo di parente povero che l’Abruzzo continua a recitare nello scenario nazionale. Basti pensare che il prestito medio per impresa si attesta ad appena il 57% di quello medio italiano: 82mila 432 euro, contro 143mila 869 della media Italia. “Nel quadro descritto, e non poteva essere altrimenti, è la piccola impresa a pagare dazio in questa ‘operazione verità’: al netto infatti dei finanziamenti garantiti dal Fondo Centrale, al 31 dicembre scorso ammontavano a 2 miliardi e 405 milioni di euro, ovvero 75 in meno rispetto all’anno precedente, con una variazione percentuale del -3%“.

Ce n’è abbastanza per spingere il mondo produttivo a invocare un deciso cambio di passo in materia di credito. Il lungo e travagliato iter di attivazione della legge regionale del 2021, la numero 9, destinata a sostenere le imprese colpite dall’emergenza Covid, soprattutto nei settori del commercio e del turismo, non ha ancora visto la luce del sole.

Chiaro che in materia occorra subito una svoltadice il direttore regionale di CNA Abruzzo, Graziano Di Costanzoperché un numero consistente di piccole imprese non ha potuto usufruire dei finanziamenti garantiti dallo Stato, perché le rate su tasse e mutui non sono piuù bloccate, perché il costo delle materie prime è schizzato, perché anche i diversi ammortizzatori sociali non sono piuù attivi. Abbiamo chiesto alla Regione, con le altre associazioni del mondo della piccola imprese, di valorizzare il ruolo dei confidi per favorire l’accesso al credito bancario: crediamo che questi dati parlino piuù di qualsiasi altra cosa. E che bisogna anche recuperare velocemente il tempo perso”.

 

Fonte: www.news-town.it




Il regalo del Governo alle banche azioniste di Bankitalia

A sette anni di distanza, la contestata rivalutazione delle quote del capitale della Banca d’Italia continua a premiare le banche azioniste. L’ultima toppa alla riforma del 2013 è stata messa lunedì notte con l’approvazione di un emendamento di Forza Italia alla manovra (ma ce n’erano uguali depositati dalla Lega) che ha alzato dal 3 a 5% il tetto alle quote oltre le quali non si ha diritto ai dividendi distribuiti dalla banca centrale. La mossa premia Intesa Sanpaolo e UniCredit che, oltre a ricevere più utili, potranno vendere più facilmente le loro azioni. Ci sarà un beneficio anche per lo Stato che tasserà quei dividendi con aliquota Ires raddoppiata per un solo anno.

Per capire di cosa parliamo occorre fare un passo indietro. Dal 2005 una legge (mai attuata) prevedeva il trasferimento allo Stato della proprietà della Banca d’Italia, il cui capitale era in mano soprattutto a banche italiane (ma senza potere sull’istituto). Invece di applicarla, nel 2013 il governo Letta, per fare cassa subito, ha deciso di rivalutare per legge il capitale di Bankitalia da 156mila euro a 7,5 miliardi, permettendo allo Stato di incassare oltre un miliardo tassando la plusvalenza fatta dalle banche azioniste. La stessa legge imponeva agli azionisti di cedere le quote oltre il 3%, livello oltre il quale non si possono ricevere dividendi, ma nello stesso tempo alzava il tetto ai dividendi che Bankitalia può distribuire ai suoi soci, passati da 50-70 milioni l’anno ai 340 milioni annui degli ultimi sette anni. Insomma, le banche hanno ottenuto un enorme beneficio patrimoniale e più dividendi.

Negli ultimi sette anni è passato di mano quasi il 20% del capitale di Via Nazionale. Ad aumentare la propria quota sono state soprattutto Casse di previdenza e Fondazioni. Intesa e UniCredit però sono ancora ben oltre il 3%: la prima ha il 16,8%, la seconda l’8,42%. La difficoltà a vendere le quote in eccesso si è sommata ai mancati dividendi sopra la soglia (dal 2016 solo Intesa ha visto sfumare 330 milioni). Portando al 5% la quota, le due banche potranno incassare più utili e vendere il resto più facilmente agli altri azionisti che vogliono salire. Lo Stato incassa più tasse, ma le banche ci guadagnano sempre più. Una gran bella riforma.

 

Articolo di Carlo di Foggia sul Fatto Quotidiano del 22/12/2021




Banca d’Italia: un diamante non è per sempre.

A proposito di “Report” e della vigilanza


 

Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore

B. Brecht

 

Moltissimi colleghi avranno visto o sentito parlare della puntata di “Report” del 13 dicembre u.s., in cui il programma è tornato sulla nota vicenda della vendita dei diamanti da parte di alcune delle principali banche italiane, episodio ormai da tempo in mano alla magistratura oltre che dei media.

Non abbiamo ovviamente nessun elemento, oltre a quanto uscito sui media, per poter esprimere un’opinione nello specifico né vogliamo certo sostituirci alle istituzioni pubbliche impegnate a fare luce. Tuttavia riteniamo opportuno fare alcuni commenti sul quadro complessivo che emerge dalla vicenda.

Per decenni hanno prevalso la deregolamentazione e la vigilanza “market friendly”, politiche che si sono rivelate catastrofiche nella crisi del 2008. È emerso che gli interessi del profitto non producono effetti positivi per la collettività, a meno che lo Stato non sia in grado di garantirlo. Purtroppo, negli ultimi decenni lo Stato ha garantito tutt’altro: concentrazione della ricchezza da una parte, aumento della povertà dall’altra, ristagno delle retribuzioni per la gran parte dei lavoratori, smantellamento dei servizi pubblici, tutte cose pagate a carissimo prezzo durante la pandemia. Questa impostazione generale della politica e del ruolo delle istituzioni pubbliche va dunque cambiato profondamente, altrimenti si riuscirà a incidere solo sui dettagli delle cose.

Nel campo finanziario, dopo il 2008 si è tornati a regole più incisive ma quella dei diamanti, come molte altre vicende, dimostrano che queste regole evidentemente non bastano. C’è un aspetto che colpisce particolarmente: il tema del gigantismo bancario. Le banche “too big to fail” sono state un elemento decisivo della crisi finanziaria ma in questi anni, se mai, la situazione è fortemente peggiorata, dato che le banche sono molto più grandi di 10 anni fa e, nel caso italiano, siamo di fronte a nuove ondate di fusioni e acquisizioni che aumenteranno fortemente la concentrazione del settore. Oltre ad altri problemi noti da tempo, le banche giganti provocano una profonda distorsione del tessuto democratico di un Paese. Quando una banca misura i suoi attivi in trilioni, solo un ingenuo può credere che sarà chiamata a rispettare le regole come tutte le altre. Nel calcio professionistico si parla di “sudditanza” degli arbitri nei confronti delle grandi squadre. La sudditanza delle istituzioni pubbliche nei confronti dei colossi finanziari è purtroppo un fenomeno sin troppo evidente. A chiunque abbia esperienza di vigilanza, guardando la puntata di “Report”, sarà passato per la mente che se quei comportamenti fossero stati messi in atto da una piccola BCC, si sarebbero rapidamente presi i provvedimenti necessari per farli cessare.

Va da sé che quando si parla di banche giganti occorre valutare il riflesso generale delle azioni di vigilanza, ma rimane il problema che emerge in questa come in molte vicende precedenti: la vigilanza appare forte con i deboli e molto meno forte, non vogliamo dire debole, con i forti e potenti. Questo è un retaggio della stagione della vigilanza “market friendly” che occorrerebbe davvero abbandonare. Le grandi banche vanno semmai richiamate a comportamenti ancora più rigorosi nei confronti della clientela, pena il venir meno del senso stesso dell’azione pubblica nel credito come in ogni altro aspetto della vita economica. È importante che i vertici dell’Istituto e della vigilanza riflettano, al di là delle specificità della vicenda, sulla forma mentis con cui guardiamo al sistema bancario. Fu detto autorevolmente che la Banca non ha mai creduto alla vigilanza dal tocco leggero, ed è un nostro grande merito, ma è appunto opportuno riflettere su come questo tocco viene regolato in base ai nostri interlocutori.

Un altro aspetto che emerge in modo eclatante dalla vicenda è che nonostante regole su regole, richiami su richiami, sul tema delle pressioni commerciali nelle banche ancora non ci siamo. In questo caso, in maniera comica oltre che tragica, le reti di vendita venivano premiate per aver venduto diamanti, con diamanti! Anche in questo caso è necessaria una riflessione generale sul tema dei profitti. L’attività bancaria deve ovviamente svolgersi in condizioni di economicità, ma la ricerca spasmodica del profitto e dei dividendi è disastrosa per i comportamenti degli operatori. Pensiamo alla vicenda della non distribuzione dei dividendi da parte delle banche durante le prime fasi della pandemia da Covid-19, una misura che era davvero il minimo della decenza di fronte ai trilioni che governi e banche centrali stavano mettendo in campo per tamponare il tracollo economico. Eppure, persino in quell’occasione, la misura fu accolta malissimo e uscirono articoli sui giornali che facevano sembrare che poco ci mancasse che i dirigenti delle banche sarebbero stati fucilati. Davvero è opportuno un cambio profondo di paradigma. I profitti devono essere un mezzo dell’attività bancaria, non il suo scopo ultimo, altrimenti i mutui subprime, la vendita di diamanti e i mille altri scandali finanziari continueranno ad accumularsi e la vigilanza continuerà a rincorrere un mercato che va sempre più veloce.

Infine, c’è un tema che riguarda i rapporti tra i colleghi e il vincolo gerarchico. La Banca, come qualunque istituzione che adempie una funzione pubblica, si basa sul principio della responsabilità gerarchica delle proprie azioni e sull’accountability delle proprie decisioni. Tuttavia, la cieca obbedienza non ha sempre servito bene l’Istituto. Basti ricordare la nota vicenda Popolare di Lodi/governatore Fazio/vigilanza, in cui le strutture della vigilanza si opposero alle scelte del governatore salvando l’Istituto da una deriva pericolosissima. La Banca ha bisogno di pesi e contrappesi al suo impianto gerarchico, mentre le scelte organizzative e gestionali vanno in direzione opposta. Ne citiamo due per tutte. La prima è quella di far seccare la rete delle filiali come rami secchi di un albero pronto per la potatura. L’Italia è un Paese estremamente diversificato nel tessuto produttivo e sociale, e in molti altri aspetti. Con la progressiva morte delle terminazioni nervose che legavano la Banca al territorio, tutto si concentra nell’Amministrazione Centrale, che riflette necessariamente un solo punto di vista, che è fortemente influenzato dalla capitale intesa come luogo del potere per eccellenza. L’unicità del punto di vista è poi esaltata dalla riforma delle carriere dei direttivi che, aumentando la discrezionalità ed emarginando gli scatti automatici, mette il futuro di carriera e retributivo del collega in mano ai suoi capi. Questo certo non aiuta la costruzione di pensiero critico ma piuttosto il conformismo. Ovviamente, colleghi con la schiena dritta e colleghi più propensi a smussare gli angoli ci sono sempre stati e ci saranno ancora, ma la riforma non aiuta i primi.

Per concludere, è probabile che a seguito della trasmissione si produca un profluvio di critiche all’operato della Banca come in occasione di altri episodi analoghi. Sarebbe facile alzare le spalle osservando il pressapochismo con cui sui media vengono trattate queste vicende, con accuse al limite del calunnioso e spesso poca sostanza, ma sarebbe altrettanto superficiale concentrarsi sul dito e non guardare la Luna. La funzione della vigilanza bancaria in Italia ha sempre costituito un elemento di forza dell’Istituto e dell’azione pubblica in genere perché, in fondo, non è mai caduta preda del pensiero unico della “disciplina di mercato”; si può fare ancora meglio nell’epoca in cui certe illusioni stanno venendo meno.

 

Roma, 15 dicembre 2021

 

La Segreteria Nazionale




Banca d’Italia: modello ibrido di lavoro

Incontro del 4 novembre

In apertura dell’incontro, l’Unità Sindacale ha chiesto chiarimenti in merito alla comunicazione della Banca sulle assenze dei genitori i cui figli si trovino in quarantena, in DAD o in malattia per Covid. La Banca ha chiarito che la comunicazione – applicativa di una legge – si riferisce alla sola modalità di congedo straordinario retribuito al 50%. Rimangono interamente vigenti tutte le altre disposizioni e forme di flessibilità riconosciute, ivi compreso l’invito ai gestori di applicare la necessaria flessibilità al numero delle giornate da remoto e la causale di assenza per malattia.

Chiarito questo punto che aveva creato confusione, sfiducia e irritazione nelle colleghe e nei colleghi, la fase successiva di confronto ha consentito di approfondire i temi tuttora aperti di un negoziato complesso, di straordinaria importanza per tutto il personale.

Il nuovo testo proposto dalla Banca ha sicuramente compiuto alcuni passi avanti rispetto ai precedenti testi, mettendo da parte alcune evidenti marce indietro della fase negoziale più recente. I testi proposti accolgono alcune istanze avanzate dal nostro tavolo di maggioranza, affinano in parte i criteri in base ai quali anche gli addetti alle divisioni GSP e alle Segreterie STC potranno accedere al lavoro da remoto, definiscono fattispecie di indubbio valore sociale per accedere a un numero di giorni di lavoro da remoto superiore a quello previsto per la struttura di appartenenza, che si aggiungono a quelle già previsti per le donne in gravidanza e a sostegno della genitorialità. Su quest’ultimo aspetto abbiamo chiesto di inserire espressamente tra i criteri di priorità, come già richiesto in precedenza, la presenza di figli minori di 8 anni, al pari di quanto accade per il telelavoro.

Tuttavia, queste modifiche, certamente migliorative, e che saranno accompagnate da una migliore formulazione di altre norme dell’accordo, non possono essere ritenute ancora sufficienti per concludere positivamente il negoziato. 

Abbiamo infatti chiesto di acquisire più chiari margini di flessibilità verso l’alto ai vari modelli di lavoro da remoto, e di introdurre nell’accordo segnali inequivocabilmente inclusivi per tutto il personale, garanzie in termini di rotazione e di iniziative di mobilità, accanto a una più scrupolosa attenzione agli organici delle diverse strutture. Il tutto nella consapevolezza che la formulazione delle norme deve essere molto chiara e meno suscettibile di interpretazioni restrittive.

Sul telelavoro, la Banca ha dichiarato che non intende creare un’errata contrapposizione tra il nuovo modello ibrido e il rinnovo delle posizioni di telelavoro in scadenza, che verrebbero quindi rinnovate per la durata prevista dalla Circolare, salvo situazioni eccezionali. Sul punto, ha dichiarato che sarà presa in considerazione la nostra istanza, reiterata, di attribuire il buono pasto anche per i telelavoristi.

L’Amministrazione ha preso nota delle nostre richieste e assicurato risposte in tempi brevi, prima dell’incontro previsto per giovedì della prossima settimana. Ha inoltre riconosciuto che la fascia intermedia, “5-50”, è effettivamente suscettibile di miglioramento nel breve periodo, una volta avviato e collaudato il modello nella prima fase: riteniamo questo un risultato positivo, frutto dell’interazione col tavolo nell’analisi delle attività, ma che andrà comunque formalizzato nei testi.

Prendiamo intanto atto che altra sigla sindacale sembra apprezzare gli avanzamenti che il primo Tavolo sta ottenendo col negoziato, tanto da spacciare per proprie acquisizioni impossibili per un tavolo che non sia il primo.

Prendiamo invece atto, con minore soddisfazione, che l’Amministrazione continua a rinviare l’incontro relativo all’efficienza aziendale e all’IPCA, introducendo così un elemento di diffidenza tra le parti, che non favorisce il raggiungimento di un accordo di grande importanza per il personale e frutto del lavoro collettivo di tutti noi.

Roma, 5 novembre 2021

 

CIDA     SIBC     CGIL     CISL     DASBI     FABI

 

dal sito Fisac Banca d’Italia




I drammatici dati dell’abbandono bancario in provincia dell’Aquila

Da almeno 3 anni, come Fisac e CGIL L’Aquila, stiamo evidenziando i danni dell’abbandono bancario sul nostro territorio attraverso articoli, comunicati stampa ed un convegno espressamente dedicato a questo tema.

L’esame dell’andamento del 2020, sulla base dei dati reperibili dal sito della Banca D’Italia,  evidenzia un forte peggioramento della situazione, che più che confermare i nostri timori dimostra una realtà assai peggiore di quella da noi paventata.

Il numero più drammatico, che salta immediatamente all’occhio, è quello dei comuni privi di qualsiasi sportello bancario. Se in Italia le banche sono presenti all’incirca in 2 comuni su 3, nella provincia dell’Aquila solo 3 comuni su 10 possono vantare la presenza di almeno una filiale di un istituto bancario. Il dato, già drammatico, è precipitato nel 2020, quando ben 5 comuni hanno visto abbassare le saracinesche delle banche presenti. Mentre in Italia il numero di comuni senza banche scende del 2,27% in un anno, il dato abruzzese vede una riduzione doppia, -4,54% con un taglio di 7 comuni. Di questi sette, ben 5 sono comuni posti nella Provincia dell’Aquila, che quindi vede un calo di oltre il 13% nel numero di località servite da banche.
E’ interessante notare come tutti i comuni della Provincia dell’Aquila che lo scorso anno sono rimasti privi di servizi bancari abbiano pagato le scelte di un unico Gruppo bancario.

La tabella che segue riepiloga i dati relativi al numero di comuni nei quali è presente almeno uno sportello.

NUMERO COMUNI CON ALMENO UNO SPORTELLO BANCARIO 
Totale 2019 % su tot comuni Totale 2020 % su tot comuni Differenza % diff.
ITALIA 5.221 66,1% 5.102 64,5 -119 -2,3%
ABRUZZO 154 50,5% 147 48,2 -7 -4,6%
Provincia
AQ 38 35,2% 33 30,6% -5 -13,2%
CH 49 47,1% 48 46,2% -1 -2,0%
PE 28 60,9% 28 60,9% 0 =
TE 39 83,0% 38 80,9% -1 -2,6%
dati Banca d’Italia

Il fenomeno dell’abbandono non riguarda ovviamente solo i comuni più disagiati. Le chiusure di sportelli toccano l’intero territorio nazionale, ma sono più numerose in Abruzzo e ancor di più nella nostra provincia.

Così, se il dato nazionale evidenzia una riduzione complessiva del 3,42%, in Abruzzo la percentuale sale al 5,7%, con la Provincia dell’Aquila che anche in questo caso evidenzia una riduzione fortissima: 11,11%.
E’ bene precisare che tali riduzioni non hanno nulla a che vedere con il Covid, che anzi avrebbe dovuto consigliare il rinvio delle chiusure programmate, ma sono frutto di scelte fatte a tavolino dai grandi gruppi bancari, incuranti del fatto che chiudere filiali nel pieno della pandemia significava aumentare gli assembramenti in quelle che, restando aperte, avrebbero accolto maggiori flussi di clientela.

Anche in questo caso pubblichiamo la tabella riepilogativa:

NUMERO SPORTELLI BANCARI PER PROVINCIA
Totale 2019 Totale 2020 Differenza % diff.
ITALIA 24.312 23.481 -831 -3,4%
ABRUZZO 526 496 -30 -5,7%
Provincia
AQ 117 104 -13 -11.1%
CH 140 138 -2 -1,4%
PE 126 122 -4 -3,2%
TE 143 132 -11 -7,7
dati Banca d’Italia

 

L’ultimo dato che andiamo ad esaminare è quello relativo al numero complessivo di impiegati nel settore bancario. A livello nazionale prosegue l’andamento discendente che ha visto i bancari diminuire di 6.905 unità, pari ad un 2,45% del totale occupati nel settore. Ancora una volta i dati abruzzesi sono nettamente peggiori, con un calo percentuale sensibilmente maggiore (-4,42%) concentrato principalmente in provincia dell’Aquila, dove il calo percentuale è superiore al 6,55%.

Questi i dati complessivi:

NUMERO DIPENDENTI SETTORE BANCARIO PER PROVINCIA
Totale 2019 Totale 2020 Differenza % diff.
ITALIA 282.129 275.224 -6.905 -2,5%
ABRUZZO 3.352 3.210 -142 -4,2%
Provincia
AQ 717 670 -47 -6,6%
CH 974 957 -17 -1,7%
PE 804 768 -36 -4,5%
TE 858 816 -42 -4,9%
dati Banca d’Italia

 

Quando si parla di riduzione di impiegati nel settore bancario, l’opinione pubblica tende ad essere indifferente, non riuscendo evidentemente a cogliere l’impatto fortissimo che questi numeri hanno sui territori.
Facciamo alcuni esempi. Sappiamo quanto sia complicato continuare a vivere in uno dei nostri minuscoli comuni montani. Pensiamo ad una piccola azienda che, nonostante tutto, voglia continuare ad operare in uno di questi comuni. Il semplice fatto di doversi sobbarcare 60 o 70 Km solo per andare ad anticipare una fattura e tornare in sede può bastare a convincerla a lasciare il paesello. Oppure pensiamo ad un anziano, visto che la popolazione di questi insediamenti ha un’età media molto alta: doversi spostare anche solo di pochi km per ritirare la pensione può rappresentare un problema insormontabile.

Ma la questione non riguarda solo i comuni più piccoli. Stiamo assistendo ad un rapido abbandono del Centro-Sud da parte dei grandi istituti: ormai il 40% di tutti gli sportelli bancari è concentrato in solo 3 regioni (Lombardia, Emilia Romagna e Veneto). Questo non è indolore. Sappiamo per certo che quanto più chi deve concedere credito si allontana da un territorio, tanto più il rubinetto dei finanziamenti tende a chiudersi.
Sono considerazioni che abbiamo fatto più volte, ma adesso si vedono in concreto gli effetti sul territorio.

Possiamo rendercene conto esaminando quanto accaduto dopo il lockdown causato dalla prima ondata pandemica. Il Governo ha stanziato fondi di garanzia che coprivano tra l’80% e il 100% dei finanziamenti concessi alle imprese per ripartire dopo lo stop obbligato. In pratica, le banche potevano concedere nuovo credito rischiando poco o nulla; questo ha fatto sì che a livello nazionale l’ammontare complessivo dei crediti accordati dalle banche facesse registrare un aumento del 5%.
In Abruzzo tale incremento è stato del 2,6%, cioè la metà rispetto al dato nazionale. Come si spiega questo dato? Con il fatto che, a fronte dell’erogazione di finanziamenti garantiti per un importo di 2.108 miliardi, ben 1.586 sono stati utilizzati per assorbire prestiti preesistenti, con evidente vantaggio per le banche che hanno potuto sostituire finanziamenti a rischio con prestiti quasi interamente garantiti dallo Stato.
(dati ricavati da un’analisi effettuata dall’associazione Focus Abruzzo, sulla base di una recente ricerca dell’economista Aldo Ronci sul credito durante l’emergenza covid-19, per conto della Cna, illustrati in modo più dettagliato in questo articolo).

Cosa significa questo, all’atto pratico? Che le banche operanti nella nostra Regione, piuttosto che agevolare la ripartenza post covid fornendo alle aziende Abruzzese il carburante per investire e superare la crisi, hanno preferito pensare a come rientrare dei finanziamenti già accordati. Un chiaro segnale di scarso interesse per il futuro del nostro territorio, rispetto al quale hanno preferito cercare una via di fuga che permettesse di limitare al massimo le possibili perdite.
Per inciso: anche su questo tema la Fisac e la CGIL L’Aquila avevano inutilmente provato a lanciare l’allarme.

C’è un’immagine che rappresenta in modo fedele gli effetti delle scelte dei grandi istituti, sempre meno propensi ad investire nel Centro-Sud. La cartina che segue evidenzia l’andamento del credito alle famiglie negli ultimi 12 mesi.

(Fonte: Banca d’Italia. Aggiornamento a marzo 2021)

 

Si nota abbastanza chiaramente come il colore delle regioni, salvo rare eccezioni, tenda a diventare più chiaro man mano che ci si sposta verso sud. Emerge inoltre che in questa triste graduatoria della “parsimonia” bancaria, Molise e Abruzzo occupino purtroppo la seconda e la terza posizione in classifica.

Non sono solo freddi numeri: significa che in queste regioni tante famiglie hanno dovuto rinunciare a comprare una casa, a cambiare la macchina, a far studiare i figli. Ma significa anche che tante aziende hanno dovuto chiudere, tanti posti di lavoro sono stati persi.
Se guardiamo i dati relativi al tasso di disoccupazione giovanile in Provincia dell’Aquila, ci accorgiamo che l’andamento del 2020 evidenzia un netto peggioramento.

% DISOCCUPATI IN PROVINCIA AQ – FASCIA 15/24 ANNI 
ANNO 2019 2020
Percentuale disoccupati 21,5% 28,0%
di cui
disoccupazione femminile 28,6% 36,2%
disoccupazione maschile 16,9% 25,8%

Le cause per un andamento così negativo sono molteplici e non riconducibili esclusivamente alle politiche dei grandi Gruppi Creditizi; ma è evidente che la carenza di servizi bancari e la difficoltà crescente nell’accesso al credito sono elementi che contribuiscono in modo determinante a spiegare questi numeri.

Appare inspiegabile il totale disinteresse di fronte a queste problematiche da parte della politica, per la quale il mantenimento di livelli minimi di copertura bancaria del territorio dovrebbe rappresentare un tema prioritario, oltre che un preciso dovere previsto dalla Costituzione. In base a quanto previsto dall’art. 47 le istituzioni avrebbero infatti il compito di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito.
Difficile capire se tale disinteresse sia causato da incapacità di comprendere la gravità della situazione o da connivenza (le banche hanno da sempre una forte capacità di orientare le scelte politiche: non è un caso che a Palazzo Chigi sieda un banchiere).
In entrambi i casi, c’è di che essere molto preoccupati.

 

FRANCESCO MARRELLI
Segretario Generale CDLT L’Aquila

Luca Copersini
Segretario Provinciale Fisac/Cgil L’Aquila

 

 




Covid-19: proroga al 31/10 smart working per situazioni di fragilità e disabilità

Sono state prorogate le agevolazioni disposte in favore dei soggetti più esposti ai rischi legati ad un possibile contagio da Covid-19.

L’art. 9 del Decreto Legge n. 105 del 23/07/2021 prevede lo svolgimento della prestazione lavorativa in modalità smart fino al 31/10/2021per i lavoratori qualificati come fragili ai sensi del comma 2 dell’art. 26 del D.L. 17 marzo 2020 n. 18.

(lavoratori dipendenti pubblici e privati in possesso di certificazione rilasciata dai competenti organi medico-legali, attestante una condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o dallo svolgimento di relative terapie salvavita, ivi inclusi i lavoratori in possesso del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104).

 

Tale disposizione si applica anche:

  • ai colleghi che assistono familiari conviventi che si trovano in situazioni di fragilità o disabilità grave ai sensi del predetto comma 2,
  • ai colleghi che hanno ricevuto la certificazione di sorveglianza sanitaria eccezionale con prescrizione di lavoro flessibile da casa fino al 31/7.

 

Fonte: sito Fisac Intesa San Paolo




Banca d’Italia: intesa sul lavoro ibrido

Nella giornata del 22 luglio la FISAC CGIL Banca d’Italia ha sottoscritto l’INTESA SUL MODELLO DI LAVORO IBRIDO.
Si è trattato di una firma non facile e, soprattutto, fino all’ultimo non scontata.

L’Amministrazione – dopo un lungo ed estenuante negoziato, nel corso del quale aveva essa stessa avanzato alcune proposte, come quella del lavoro agile esteso, e espresso infine una valutazione positiva in merito alle principali richieste di parte sindacale – ha improvvisamente e radicalmente invertito il senso di marcia, inviando ai sindacati dei testi del tutto difformi da quanto verbalmente pattuito.

Cosa abbia innescato questo atteggiamento da Congresso di Vienna non è dato sapere, ma di sicuro si è palesata in tutta la sua evidenza la mentalità che ancora permea il vertice: quella legata alla presenza, con la quale spesso ci ha deliziati in vari momenti della pandemia. Un vertice che ancora oggi anela a un pronto rientro in servizio di tutti, pur con la metà delle regioni con un piede in zona gialla.

Già in questa fase, la tentazione di abbandonare la nave è stata forte.

Tuttavia, come FISAC CGIL, abbiamo deciso di andare avanti e, insieme agli altri sindacati del tavolo, abbiamo operato senza sosta per cercare di far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta, rendendo i testi coerenti con gli accordi raggiunti in sede di trattativa. Si è trattato di una scelta di responsabilità, dettata dalla volontà di non sottrarci a un percorso intrapreso, volto a dare finalmente una forma a questo importante aspetto del rapporto di lavoro dei colleghi, a non disperdere l’esperienza fatta in pandemia ma farne l’occasione per innovare.

Da questo momento è in sostanza iniziato un nuovo negoziato, diverso dal primo, che ha scontato un mandato molto più restrittivo della parte datoriale.

Dopo quattro giorni dall’invio della prima versione dei testi da parte della Banca, avvenuto solo lunedì pomeriggio e non il venerdì precedente come ci era stato inizialmente assicurato e dopo diversi rimpalli e molti ritardi, siamo alla fine riusciti ad ottenere un testo che probabilmente non soddisfa appieno le plurime e variegate legittime attese dei colleghi, ma contiene importanti acquisizioni rispetto alla versione originariamente proposta dall’Amministrazione:

  1. l’accordo sarà operativo solo dopo la definizione in primis dell’elenco delle attività ripartite nelle diverse fasce di delocalizzabilità e in secundis della regolamentazione attuativa di dettaglio; abbiamo evitato in questo modo di firmare un accordo “al buio”, ossia senza conoscerne l’effettivo ambito applicativo per i colleghi. In questo modo la Fisac Cgil ha inteso declinare il principio di inclusione, altrimenti privo di contenuti;
  2. i giorni minimi che spetteranno ai lavoratori addetti ad attività “non delocalizzabili”, che la Banca aveva fatto magicamente sparire non intendendo fissarli a priori, saranno invece definiti (e quindi ci saranno) in sede di accordo attuativo;
  3. la frazionabilità delle giornate, di cui la Banca non voleva sentire proprio parlare, è stata invece prevista anche se solo per le attività meno delocalizzabili; noi cercheremo in sede di accordo attuativo di estenderla entro un minimo garantito, anche a tutte le altre attività\processi, in modo analogo a quanto avviene oggi per il lavoro delocalizzato.

Un discorso a parte merita la questione relativa all’introduzione del cd. lavoro agile esteso. Era stata proprio la Banca che aveva proposto questa nuova modalità in sostituzione dell’attuale istituto del telelavoro. Pur non disdegnando i vantaggi di questa formula, abbiamo rigettato la proposta di abolire il telelavoro, in base all’antica regola mai lasciare il certo, soprattutto se gode di una chiara cornice normativa, per l’incerto, soprattutto se privo di una altrettanto sicura disciplina normativa. Avevamo quindi proposto di prevedere un periodo sperimentale di 18 mesi entro il quale i due istituti avrebbero convissuto, salvo poi al termine del predetto periodo verificare come si erano orientati i colleghi nella scelta tra l’uno e l’altro sistema. E la Banca? La Banca… udite udite, aveva accettato, dopo varie resistenze, tale soluzione, in quanto ritenuta congrua e praticabile. Ciononostante, come è ormai di pubblico dominio, dai testi presentati, la Banca ha ritenuto di eliminare l’istituto del lavoro agile esteso. Pare infatti che, dopo quasi 2 anni di pandemia, non si senta pronta (mentre i colleghi, ce n’è prova provata, lo sono). L’Amministrazione ha comunque affermato che se ne potrà ancora discutere e la nostra convinzione è che la professionalità dei colleghi convincerà la Banca che, in emergenza come nella normalità, il lavoro agile non solo funziona, ma giova al benessere e al clima generale.

È finita qui? Assolutamente no.

Gli accordi attuativi saranno un impegno non da poco, sia per la molteplicità di aspetti che interesseranno sia perché sicuramente ci scontreremo ancora con le forti resistenze dell’Amministrazione.

La FISAC CGIL ha scelto di esserci.

 

Roma, 23 luglio 2021

 

La Segreteria Nazionale

Scarica il testo dell’accordo


Volantino Unitario

FIRMATA L’INTESA PER IL LAVORO AGILE

È stato appena sottoscritto l’accordo per introdurre in Banca d’Italia il lavoro agile.
Dopo una lunga e difficile trattativa, l’Unità sindacale ha concluso l’accordo che consentirà di migliorare l’organizzazione del lavoro e segna un ulteriore avanzamento per favorire la conciliazione dei tempi vita-lavoro.

Questa intesa, a cui seguiranno gli accordi per la regolamentazione attuativa, contiene importantissime novità anche rispetto al contesto nazionale e, ne siamo certi, rappresenterà un punto di riferimento per altre realtà lavorative.
La flessibilità di utilizzo dei giorni di lavoro agile nell’arco mensile, il budget annuale, il diritto alla disconnessione, le dotazioni di lavoro e la formazione, in un quadro caratterizzato dai principi di neutralità e inclusività, costituiscono gli elementi distintivi di questo storico accordo.

Nonostante una indegna e deprecabile campagna di disinformazione messa in atto sistematicamente da altre sigle sindacali – che avevano a suo tempo già deciso di non partecipare alla costruzione di questo progetto, scegliendo la più comoda posizione di opposizione preconcetta – l’Unità sindacale ha centrato l’obiettivo dichiarato nel settembre dello scorso anno.

Seguirà una comunicazione dettagliata per illustrare gli effettivi contenuti dell’accordo.

 

Roma, 22 luglio 2021

 

CIDA SIBC CGIL CISL DASBI FABI UNITÀ SINDACALE