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Banca d’Italia: modello ibrido di lavoro

Incontro del 4 novembre

In apertura dell’incontro, l’Unità Sindacale ha chiesto chiarimenti in merito alla comunicazione della Banca sulle assenze dei genitori i cui figli si trovino in quarantena, in DAD o in malattia per Covid. La Banca ha chiarito che la comunicazione – applicativa di una legge – si riferisce alla sola modalità di congedo straordinario retribuito al 50%. Rimangono interamente vigenti tutte le altre disposizioni e forme di flessibilità riconosciute, ivi compreso l’invito ai gestori di applicare la necessaria flessibilità al numero delle giornate da remoto e la causale di assenza per malattia.

Chiarito questo punto che aveva creato confusione, sfiducia e irritazione nelle colleghe e nei colleghi, la fase successiva di confronto ha consentito di approfondire i temi tuttora aperti di un negoziato complesso, di straordinaria importanza per tutto il personale.

Il nuovo testo proposto dalla Banca ha sicuramente compiuto alcuni passi avanti rispetto ai precedenti testi, mettendo da parte alcune evidenti marce indietro della fase negoziale più recente. I testi proposti accolgono alcune istanze avanzate dal nostro tavolo di maggioranza, affinano in parte i criteri in base ai quali anche gli addetti alle divisioni GSP e alle Segreterie STC potranno accedere al lavoro da remoto, definiscono fattispecie di indubbio valore sociale per accedere a un numero di giorni di lavoro da remoto superiore a quello previsto per la struttura di appartenenza, che si aggiungono a quelle già previsti per le donne in gravidanza e a sostegno della genitorialità. Su quest’ultimo aspetto abbiamo chiesto di inserire espressamente tra i criteri di priorità, come già richiesto in precedenza, la presenza di figli minori di 8 anni, al pari di quanto accade per il telelavoro.

Tuttavia, queste modifiche, certamente migliorative, e che saranno accompagnate da una migliore formulazione di altre norme dell’accordo, non possono essere ritenute ancora sufficienti per concludere positivamente il negoziato. 

Abbiamo infatti chiesto di acquisire più chiari margini di flessibilità verso l’alto ai vari modelli di lavoro da remoto, e di introdurre nell’accordo segnali inequivocabilmente inclusivi per tutto il personale, garanzie in termini di rotazione e di iniziative di mobilità, accanto a una più scrupolosa attenzione agli organici delle diverse strutture. Il tutto nella consapevolezza che la formulazione delle norme deve essere molto chiara e meno suscettibile di interpretazioni restrittive.

Sul telelavoro, la Banca ha dichiarato che non intende creare un’errata contrapposizione tra il nuovo modello ibrido e il rinnovo delle posizioni di telelavoro in scadenza, che verrebbero quindi rinnovate per la durata prevista dalla Circolare, salvo situazioni eccezionali. Sul punto, ha dichiarato che sarà presa in considerazione la nostra istanza, reiterata, di attribuire il buono pasto anche per i telelavoristi.

L’Amministrazione ha preso nota delle nostre richieste e assicurato risposte in tempi brevi, prima dell’incontro previsto per giovedì della prossima settimana. Ha inoltre riconosciuto che la fascia intermedia, “5-50”, è effettivamente suscettibile di miglioramento nel breve periodo, una volta avviato e collaudato il modello nella prima fase: riteniamo questo un risultato positivo, frutto dell’interazione col tavolo nell’analisi delle attività, ma che andrà comunque formalizzato nei testi.

Prendiamo intanto atto che altra sigla sindacale sembra apprezzare gli avanzamenti che il primo Tavolo sta ottenendo col negoziato, tanto da spacciare per proprie acquisizioni impossibili per un tavolo che non sia il primo.

Prendiamo invece atto, con minore soddisfazione, che l’Amministrazione continua a rinviare l’incontro relativo all’efficienza aziendale e all’IPCA, introducendo così un elemento di diffidenza tra le parti, che non favorisce il raggiungimento di un accordo di grande importanza per il personale e frutto del lavoro collettivo di tutti noi.

Roma, 5 novembre 2021

 

CIDA     SIBC     CGIL     CISL     DASBI     FABI

 

dal sito Fisac Banca d’Italia




I drammatici dati dell’abbandono bancario in provincia dell’Aquila

Da almeno 3 anni, come Fisac e CGIL L’Aquila, stiamo evidenziando i danni dell’abbandono bancario sul nostro territorio attraverso articoli, comunicati stampa ed un convegno espressamente dedicato a questo tema.

L’esame dell’andamento del 2020, sulla base dei dati reperibili dal sito della Banca D’Italia,  evidenzia un forte peggioramento della situazione, che più che confermare i nostri timori dimostra una realtà assai peggiore di quella da noi paventata.

Il numero più drammatico, che salta immediatamente all’occhio, è quello dei comuni privi di qualsiasi sportello bancario. Se in Italia le banche sono presenti all’incirca in 2 comuni su 3, nella provincia dell’Aquila solo 3 comuni su 10 possono vantare la presenza di almeno una filiale di un istituto bancario. Il dato, già drammatico, è precipitato nel 2020, quando ben 5 comuni hanno visto abbassare le saracinesche delle banche presenti. Mentre in Italia il numero di comuni senza banche scende del 2,27% in un anno, il dato abruzzese vede una riduzione doppia, -4,54% con un taglio di 7 comuni. Di questi sette, ben 5 sono comuni posti nella Provincia dell’Aquila, che quindi vede un calo di oltre il 13% nel numero di località servite da banche.
E’ interessante notare come tutti i comuni della Provincia dell’Aquila che lo scorso anno sono rimasti privi di servizi bancari abbiano pagato le scelte di un unico Gruppo bancario.

La tabella che segue riepiloga i dati relativi al numero di comuni nei quali è presente almeno uno sportello.

NUMERO COMUNI CON ALMENO UNO SPORTELLO BANCARIO 
Totale 2019 % su tot comuni Totale 2020 % su tot comuni Differenza % diff.
ITALIA 5.221 66,1% 5.102 64,5 -119 -2,3%
ABRUZZO 154 50,5% 147 48,2 -7 -4,6%
Provincia
AQ 38 35,2% 33 30,6% -5 -13,2%
CH 49 47,1% 48 46,2% -1 -2,0%
PE 28 60,9% 28 60,9% 0 =
TE 39 83,0% 38 80,9% -1 -2,6%
dati Banca d’Italia

Il fenomeno dell’abbandono non riguarda ovviamente solo i comuni più disagiati. Le chiusure di sportelli toccano l’intero territorio nazionale, ma sono più numerose in Abruzzo e ancor di più nella nostra provincia.

Così, se il dato nazionale evidenzia una riduzione complessiva del 3,42%, in Abruzzo la percentuale sale al 5,7%, con la Provincia dell’Aquila che anche in questo caso evidenzia una riduzione fortissima: 11,11%.
E’ bene precisare che tali riduzioni non hanno nulla a che vedere con il Covid, che anzi avrebbe dovuto consigliare il rinvio delle chiusure programmate, ma sono frutto di scelte fatte a tavolino dai grandi gruppi bancari, incuranti del fatto che chiudere filiali nel pieno della pandemia significava aumentare gli assembramenti in quelle che, restando aperte, avrebbero accolto maggiori flussi di clientela.

Anche in questo caso pubblichiamo la tabella riepilogativa:

NUMERO SPORTELLI BANCARI PER PROVINCIA
Totale 2019 Totale 2020 Differenza % diff.
ITALIA 24.312 23.481 -831 -3,4%
ABRUZZO 526 496 -30 -5,7%
Provincia
AQ 117 104 -13 -11.1%
CH 140 138 -2 -1,4%
PE 126 122 -4 -3,2%
TE 143 132 -11 -7,7
dati Banca d’Italia

 

L’ultimo dato che andiamo ad esaminare è quello relativo al numero complessivo di impiegati nel settore bancario. A livello nazionale prosegue l’andamento discendente che ha visto i bancari diminuire di 6.905 unità, pari ad un 2,45% del totale occupati nel settore. Ancora una volta i dati abruzzesi sono nettamente peggiori, con un calo percentuale sensibilmente maggiore (-4,42%) concentrato principalmente in provincia dell’Aquila, dove il calo percentuale è superiore al 6,55%.

Questi i dati complessivi:

NUMERO DIPENDENTI SETTORE BANCARIO PER PROVINCIA
Totale 2019 Totale 2020 Differenza % diff.
ITALIA 282.129 275.224 -6.905 -2,5%
ABRUZZO 3.352 3.210 -142 -4,2%
Provincia
AQ 717 670 -47 -6,6%
CH 974 957 -17 -1,7%
PE 804 768 -36 -4,5%
TE 858 816 -42 -4,9%
dati Banca d’Italia

 

Quando si parla di riduzione di impiegati nel settore bancario, l’opinione pubblica tende ad essere indifferente, non riuscendo evidentemente a cogliere l’impatto fortissimo che questi numeri hanno sui territori.
Facciamo alcuni esempi. Sappiamo quanto sia complicato continuare a vivere in uno dei nostri minuscoli comuni montani. Pensiamo ad una piccola azienda che, nonostante tutto, voglia continuare ad operare in uno di questi comuni. Il semplice fatto di doversi sobbarcare 60 o 70 Km solo per andare ad anticipare una fattura e tornare in sede può bastare a convincerla a lasciare il paesello. Oppure pensiamo ad un anziano, visto che la popolazione di questi insediamenti ha un’età media molto alta: doversi spostare anche solo di pochi km per ritirare la pensione può rappresentare un problema insormontabile.

Ma la questione non riguarda solo i comuni più piccoli. Stiamo assistendo ad un rapido abbandono del Centro-Sud da parte dei grandi istituti: ormai il 40% di tutti gli sportelli bancari è concentrato in solo 3 regioni (Lombardia, Emilia Romagna e Veneto). Questo non è indolore. Sappiamo per certo che quanto più chi deve concedere credito si allontana da un territorio, tanto più il rubinetto dei finanziamenti tende a chiudersi.
Sono considerazioni che abbiamo fatto più volte, ma adesso si vedono in concreto gli effetti sul territorio.

Possiamo rendercene conto esaminando quanto accaduto dopo il lockdown causato dalla prima ondata pandemica. Il Governo ha stanziato fondi di garanzia che coprivano tra l’80% e il 100% dei finanziamenti concessi alle imprese per ripartire dopo lo stop obbligato. In pratica, le banche potevano concedere nuovo credito rischiando poco o nulla; questo ha fatto sì che a livello nazionale l’ammontare complessivo dei crediti accordati dalle banche facesse registrare un aumento del 5%.
In Abruzzo tale incremento è stato del 2,6%, cioè la metà rispetto al dato nazionale. Come si spiega questo dato? Con il fatto che, a fronte dell’erogazione di finanziamenti garantiti per un importo di 2.108 miliardi, ben 1.586 sono stati utilizzati per assorbire prestiti preesistenti, con evidente vantaggio per le banche che hanno potuto sostituire finanziamenti a rischio con prestiti quasi interamente garantiti dallo Stato.
(dati ricavati da un’analisi effettuata dall’associazione Focus Abruzzo, sulla base di una recente ricerca dell’economista Aldo Ronci sul credito durante l’emergenza covid-19, per conto della Cna, illustrati in modo più dettagliato in questo articolo).

Cosa significa questo, all’atto pratico? Che le banche operanti nella nostra Regione, piuttosto che agevolare la ripartenza post covid fornendo alle aziende Abruzzese il carburante per investire e superare la crisi, hanno preferito pensare a come rientrare dei finanziamenti già accordati. Un chiaro segnale di scarso interesse per il futuro del nostro territorio, rispetto al quale hanno preferito cercare una via di fuga che permettesse di limitare al massimo le possibili perdite.
Per inciso: anche su questo tema la Fisac e la CGIL L’Aquila avevano inutilmente provato a lanciare l’allarme.

C’è un’immagine che rappresenta in modo fedele gli effetti delle scelte dei grandi istituti, sempre meno propensi ad investire nel Centro-Sud. La cartina che segue evidenzia l’andamento del credito alle famiglie negli ultimi 12 mesi.

(Fonte: Banca d’Italia. Aggiornamento a marzo 2021)

 

Si nota abbastanza chiaramente come il colore delle regioni, salvo rare eccezioni, tenda a diventare più chiaro man mano che ci si sposta verso sud. Emerge inoltre che in questa triste graduatoria della “parsimonia” bancaria, Molise e Abruzzo occupino purtroppo la seconda e la terza posizione in classifica.

Non sono solo freddi numeri: significa che in queste regioni tante famiglie hanno dovuto rinunciare a comprare una casa, a cambiare la macchina, a far studiare i figli. Ma significa anche che tante aziende hanno dovuto chiudere, tanti posti di lavoro sono stati persi.
Se guardiamo i dati relativi al tasso di disoccupazione giovanile in Provincia dell’Aquila, ci accorgiamo che l’andamento del 2020 evidenzia un netto peggioramento.

% DISOCCUPATI IN PROVINCIA AQ – FASCIA 15/24 ANNI 
ANNO 2019 2020
Percentuale disoccupati 21,5% 28,0%
di cui
disoccupazione femminile 28,6% 36,2%
disoccupazione maschile 16,9% 25,8%

Le cause per un andamento così negativo sono molteplici e non riconducibili esclusivamente alle politiche dei grandi Gruppi Creditizi; ma è evidente che la carenza di servizi bancari e la difficoltà crescente nell’accesso al credito sono elementi che contribuiscono in modo determinante a spiegare questi numeri.

Appare inspiegabile il totale disinteresse di fronte a queste problematiche da parte della politica, per la quale il mantenimento di livelli minimi di copertura bancaria del territorio dovrebbe rappresentare un tema prioritario, oltre che un preciso dovere previsto dalla Costituzione. In base a quanto previsto dall’art. 47 le istituzioni avrebbero infatti il compito di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito.
Difficile capire se tale disinteresse sia causato da incapacità di comprendere la gravità della situazione o da connivenza (le banche hanno da sempre una forte capacità di orientare le scelte politiche: non è un caso che a Palazzo Chigi sieda un banchiere).
In entrambi i casi, c’è di che essere molto preoccupati.

 

FRANCESCO MARRELLI
Segretario Generale CDLT L’Aquila

Luca Copersini
Segretario Provinciale Fisac/Cgil L’Aquila

 

 




Covid-19: proroga al 31/10 smart working per situazioni di fragilità e disabilità

Sono state prorogate le agevolazioni disposte in favore dei soggetti più esposti ai rischi legati ad un possibile contagio da Covid-19.

L’art. 9 del Decreto Legge n. 105 del 23/07/2021 prevede lo svolgimento della prestazione lavorativa in modalità smart fino al 31/10/2021per i lavoratori qualificati come fragili ai sensi del comma 2 dell’art. 26 del D.L. 17 marzo 2020 n. 18.

(lavoratori dipendenti pubblici e privati in possesso di certificazione rilasciata dai competenti organi medico-legali, attestante una condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o dallo svolgimento di relative terapie salvavita, ivi inclusi i lavoratori in possesso del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104).

 

Tale disposizione si applica anche:

  • ai colleghi che assistono familiari conviventi che si trovano in situazioni di fragilità o disabilità grave ai sensi del predetto comma 2,
  • ai colleghi che hanno ricevuto la certificazione di sorveglianza sanitaria eccezionale con prescrizione di lavoro flessibile da casa fino al 31/7.

 

Fonte: sito Fisac Intesa San Paolo




Banca d’Italia: intesa sul lavoro ibrido

Nella giornata del 22 luglio la FISAC CGIL Banca d’Italia ha sottoscritto l’INTESA SUL MODELLO DI LAVORO IBRIDO.
Si è trattato di una firma non facile e, soprattutto, fino all’ultimo non scontata.

L’Amministrazione – dopo un lungo ed estenuante negoziato, nel corso del quale aveva essa stessa avanzato alcune proposte, come quella del lavoro agile esteso, e espresso infine una valutazione positiva in merito alle principali richieste di parte sindacale – ha improvvisamente e radicalmente invertito il senso di marcia, inviando ai sindacati dei testi del tutto difformi da quanto verbalmente pattuito.

Cosa abbia innescato questo atteggiamento da Congresso di Vienna non è dato sapere, ma di sicuro si è palesata in tutta la sua evidenza la mentalità che ancora permea il vertice: quella legata alla presenza, con la quale spesso ci ha deliziati in vari momenti della pandemia. Un vertice che ancora oggi anela a un pronto rientro in servizio di tutti, pur con la metà delle regioni con un piede in zona gialla.

Già in questa fase, la tentazione di abbandonare la nave è stata forte.

Tuttavia, come FISAC CGIL, abbiamo deciso di andare avanti e, insieme agli altri sindacati del tavolo, abbiamo operato senza sosta per cercare di far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta, rendendo i testi coerenti con gli accordi raggiunti in sede di trattativa. Si è trattato di una scelta di responsabilità, dettata dalla volontà di non sottrarci a un percorso intrapreso, volto a dare finalmente una forma a questo importante aspetto del rapporto di lavoro dei colleghi, a non disperdere l’esperienza fatta in pandemia ma farne l’occasione per innovare.

Da questo momento è in sostanza iniziato un nuovo negoziato, diverso dal primo, che ha scontato un mandato molto più restrittivo della parte datoriale.

Dopo quattro giorni dall’invio della prima versione dei testi da parte della Banca, avvenuto solo lunedì pomeriggio e non il venerdì precedente come ci era stato inizialmente assicurato e dopo diversi rimpalli e molti ritardi, siamo alla fine riusciti ad ottenere un testo che probabilmente non soddisfa appieno le plurime e variegate legittime attese dei colleghi, ma contiene importanti acquisizioni rispetto alla versione originariamente proposta dall’Amministrazione:

  1. l’accordo sarà operativo solo dopo la definizione in primis dell’elenco delle attività ripartite nelle diverse fasce di delocalizzabilità e in secundis della regolamentazione attuativa di dettaglio; abbiamo evitato in questo modo di firmare un accordo “al buio”, ossia senza conoscerne l’effettivo ambito applicativo per i colleghi. In questo modo la Fisac Cgil ha inteso declinare il principio di inclusione, altrimenti privo di contenuti;
  2. i giorni minimi che spetteranno ai lavoratori addetti ad attività “non delocalizzabili”, che la Banca aveva fatto magicamente sparire non intendendo fissarli a priori, saranno invece definiti (e quindi ci saranno) in sede di accordo attuativo;
  3. la frazionabilità delle giornate, di cui la Banca non voleva sentire proprio parlare, è stata invece prevista anche se solo per le attività meno delocalizzabili; noi cercheremo in sede di accordo attuativo di estenderla entro un minimo garantito, anche a tutte le altre attività\processi, in modo analogo a quanto avviene oggi per il lavoro delocalizzato.

Un discorso a parte merita la questione relativa all’introduzione del cd. lavoro agile esteso. Era stata proprio la Banca che aveva proposto questa nuova modalità in sostituzione dell’attuale istituto del telelavoro. Pur non disdegnando i vantaggi di questa formula, abbiamo rigettato la proposta di abolire il telelavoro, in base all’antica regola mai lasciare il certo, soprattutto se gode di una chiara cornice normativa, per l’incerto, soprattutto se privo di una altrettanto sicura disciplina normativa. Avevamo quindi proposto di prevedere un periodo sperimentale di 18 mesi entro il quale i due istituti avrebbero convissuto, salvo poi al termine del predetto periodo verificare come si erano orientati i colleghi nella scelta tra l’uno e l’altro sistema. E la Banca? La Banca… udite udite, aveva accettato, dopo varie resistenze, tale soluzione, in quanto ritenuta congrua e praticabile. Ciononostante, come è ormai di pubblico dominio, dai testi presentati, la Banca ha ritenuto di eliminare l’istituto del lavoro agile esteso. Pare infatti che, dopo quasi 2 anni di pandemia, non si senta pronta (mentre i colleghi, ce n’è prova provata, lo sono). L’Amministrazione ha comunque affermato che se ne potrà ancora discutere e la nostra convinzione è che la professionalità dei colleghi convincerà la Banca che, in emergenza come nella normalità, il lavoro agile non solo funziona, ma giova al benessere e al clima generale.

È finita qui? Assolutamente no.

Gli accordi attuativi saranno un impegno non da poco, sia per la molteplicità di aspetti che interesseranno sia perché sicuramente ci scontreremo ancora con le forti resistenze dell’Amministrazione.

La FISAC CGIL ha scelto di esserci.

 

Roma, 23 luglio 2021

 

La Segreteria Nazionale

Scarica il testo dell’accordo


Volantino Unitario

FIRMATA L’INTESA PER IL LAVORO AGILE

È stato appena sottoscritto l’accordo per introdurre in Banca d’Italia il lavoro agile.
Dopo una lunga e difficile trattativa, l’Unità sindacale ha concluso l’accordo che consentirà di migliorare l’organizzazione del lavoro e segna un ulteriore avanzamento per favorire la conciliazione dei tempi vita-lavoro.

Questa intesa, a cui seguiranno gli accordi per la regolamentazione attuativa, contiene importantissime novità anche rispetto al contesto nazionale e, ne siamo certi, rappresenterà un punto di riferimento per altre realtà lavorative.
La flessibilità di utilizzo dei giorni di lavoro agile nell’arco mensile, il budget annuale, il diritto alla disconnessione, le dotazioni di lavoro e la formazione, in un quadro caratterizzato dai principi di neutralità e inclusività, costituiscono gli elementi distintivi di questo storico accordo.

Nonostante una indegna e deprecabile campagna di disinformazione messa in atto sistematicamente da altre sigle sindacali – che avevano a suo tempo già deciso di non partecipare alla costruzione di questo progetto, scegliendo la più comoda posizione di opposizione preconcetta – l’Unità sindacale ha centrato l’obiettivo dichiarato nel settembre dello scorso anno.

Seguirà una comunicazione dettagliata per illustrare gli effettivi contenuti dell’accordo.

 

Roma, 22 luglio 2021

 

CIDA SIBC CGIL CISL DASBI FABI UNITÀ SINDACALE




Banca d’Italia: il numero sette

Tra gli infiniti numeri ne esistono alcuni che spiccano per proprietà matematiche e legami con la cultura e la tradizione.

Tra questi, c’è indubbiamente il numero sette.

Il sette evoca le virtù e i peccati capitali, le meraviglie del mondo, il numero dei mari e dei cieli nell’antichità, le vite di un gatto.

Sette sono le spose e i fratelli, i “magnifici”, i nani di Biancaneve.

Sette le note, le chiavi musicali e i colori dell’arcobaleno.

Inoltre il sette è un numero primo, esprime la durata di una fase lunare e di una settimana.

Innumerevoli significati attribuiscono le religioni al numero sette.

Non sembrerebbe necessario trovargliene altri.

Non possiamo però dimenticare come, anche in Banca, il numero sette goda di una certa rilevanza e se probabilmente questo non risulta a molti è solo perché, specialmente nell’ultimo periodo, ci si è piuttosto concentrati sul suo complemento a 100: il 93.

93 è infatti la percentuale massima di colleghi che si sono trovati in delocalizzato durante la pandemia.

7 è la percentuale di colleghi che, invece, hanno mediamente continuato a lavorare in presenza.

Non riconosciamo differenze sostanziali a queste due categorie di colleghi create dalla pandemia: stessa professionalità e dedizione, stessa rilevanza delle attività svolte e rispetto ai compiti dell’Istituto, stessa efficacia nel conseguirli.

Vale però anche la pena di approfondire cosa rappresentano:

Il 93 rappresenta la mole di attività eseguita da remoto in emergenza. Si è trattato di una situazione eccezionale e forse non tutto può essere sempre svolto da casa in questa misura, ma è vero anche che in molti settori sono aumentate produttività ed efficienza, lavorando in smart working.

In emergenza, poi, lo smart working non è stato una passeggiata: lavorare coi figli in dad e senza mezzi – arrangiandosi e improvvisando – rende più l’idea di cosa sia il lavoro “disagevole”, più che quello agile.

Tuttavia vogliamo comunque nominare il 93 come numero della conciliazione vita lavoro, delle potenzialità della tecnologia, della riduzione dell’impatto ambientale e della resilienza in condizioni di emergenza.

Il 7 è invece il numero delle attività non remotizzabili e non sospendibili, perché “essenziali”.

Sembrerebbe poca cosa, solo sette, ma nei fatti si tratta del numero che rappresenta i sacrifici fatti dai colleghi interessati, in genere addetti alle attività inerenti il circuito del contante, dalla produzione al ricircolo di banconote, fino alla loro triturazione (sono peraltro sette i tagli di banconote in euro).

La pandemia di difficoltà ne ha portate tante: ci sono state chiusure temporanee in alcune strutture causate da contagi, e altre Filiali che si sono sobbarcate l’onere di coprirne l’operatività.
Tutto in un contesto di organici deficitari e in cui, spesso, la parola split team non ha potuto trovare applicazione.

È noto come spesso le esigenze di queste strutture vengano coperte con missioni o trasferimenti con dichiarazione di disponibilità, che però in pandemia non hanno potuto trovare applicazione.

Di sicuro allora il 7 è il numero della dedizione di questi colleghi.

Ma viste le difficoltà menzionate, rischia di diventare il numero dei luoghi di lavoro meno desiderabili in Banca: 7 come i GSP, 7 come le STC, 7 come BAN.

Eppure chi ci lavora svolge il proprio compito con professionalità indiscutibile e dedizione, e spesso proprio per il lavoro che fa non è interessato a fare un delocalizzato così intenso come la Banca immagina.

Noi crediamo che sia opportuno restituire a questi luoghi di lavoro e ai colleghi che vi operano la giusta rilevanza,  specialmente dopo il periodo emergenziale trascorso: integrando le mansioni di coloro che desiderano fare smart working, ma soprattutto integrando gli organici carenti ormai da troppo tempo, perché, senza questo intervento, parlare di lavoro agile in queste realtà – in cui spesso le attività non delocalizzabili poggiano interamente sulle spalle (e sulla buona volontà) di poche persone – non ha senso, perché nessuna previsione di inclusione sarà concretamente praticabile.

Lo crediamo giusto specialmente dopo che la pandemia ci ha dimostrato quanto questi luoghi di lavoro siano importanti per il nostro Istituto e per il Paese intero.

Lo smart working, l’orario di lavoro, gli organici non sono temi che riguardano i costi e i risparmi, i guadagni e i benefits.

Riguardano la qualità della vita e del lavoro, la collaborazione, la fiducia, la serenità.

Riguardano i diritti.

Riguardano il futuro.

E su questi temi non si può lasciare indietro quel 7 per cento.

A forza di cedere sette minuti, sette minuti, sette minuti, lasciamo che le cose vadano come sempre. Chi vinceva ieri vince oggi, chi perdeva ieri perde oggi, sempre uguale, sempre uguale, sempre uguale, di sette minuti in sette minuti, che tanto sono «poca cosa»“. (S. Massini, “7 minuti”).

Roma, 12 luglio 2021

 

La Segreteria Nazionale
Fisac/Cgil Banca d’Italia

 

Fonte: sito Fisac Banca d’Italia




Banca d’Italia: assistenza sanitaria – Incontro del 25 maggio

Nell’incontro di oggi la Banca ha avanzato alcune proposte migliorative rispetto all’assetto complessivo della polizza finora proposto, acquisendo osservazioni e richieste presentate dal nostro Tavolo (dettagliate nelle slides qui allegate).

Gli elementi di più rilevante novità sono:

  • il cd. “Pacchetto maternità”, già proposto nel precedente incontro (dettagli all’interno delle slides);
  • l’iscrizione dei figli fino al compimento del 26esimo anno indipendentemente dal carico fiscale;
  • l’introduzione di un contributo di 20 euro per ogni figlio, sia a carico che non a carico, fino ai 26 anni;
  • la possibilità di aggiornare il carico fiscale in corso di vigenza contrattuale, evitando così di pagare come “familiare non a carico” per familiari che viceversa perdono il lavoro;
  • l’introduzione della possibilità di spesa di una parte (purtroppo tuttora molto ridotta) del massimale previsto per le cure dentarie anche al di fuori della rete convenzionata (€ 250 su un totale di € 1.500).

Inoltre, la  la Banca si è impegnata a definire indicatori per attribuire maggiore rilevanza alla qualità e alla capillarità della rete convenzionata per tutte le prestazioni assicurate, assegnando ad esempio maggiore peso alle strutture collegate a campus universitari, o di maggiori dimensioni/con un maggiore numero di reparti.

Importanti miglioramenti riguarderebbero poi anche la medicina preventiva, dove verrebbero introdotti un check-up mirato oncologico uno post-Covid, e verrebbe ampliata la gamma degli esami compresi nel check-up ordinario (ad esempio, inserendo anche alcuni esami per la tiroide ed eliminando l’alternatività tra la visita oculistica e quella otorinolaringoiatrica).

Secondo quanto oggi rappresentato, la base d’asta sarà di € 2.400 per i dipendenti e di € 3.200 per i pensionati: quindi, la Banca è disposta ad assumersi il rischio ipotetico di sostenere maggiori oneri pari a € 350 per ogni dipendente e € 400 per ogni pensionato. Anche questo aspetto risponde alla nostra specifica richiesta di aumentare il contributo versato dalla Banca, che ad oggi è stato quantificato sulla base di ipotesi di valori di aggiudicazione pari a € 2.050 per i dipendenti e € 2.800 per i pensionati.

L’aspetto maggiormente qualificante dell’intera offerta riguarda il significativo peso conferito alla cosiddetta componente “tecnica” della gara, che peserà per il 70% sull’effettiva aggiudicazione (quindi, alla componente meramente economica verrebbe attribuito un peso non superiore al 30%). Anche in questo si è dato seguito all’esigenza, da noi rappresentata, di conferire un peso maggiore alla componente qualitativa dei servizi offerti dalla compagnia che si aggiudicherà la gara.

Il nostro Tavolo di maggioranza ha valutato nel complesso favorevolmente l’insieme degli avanzamenti proposti, che tuttavia necessitano di un più significativo accoglimento delle nostre istanze migliorative e, nella definizione delle componenti tecniche dell’offerta soggette a offerte da parte dei partecipanti alla gara, della più precisa individuazione delle categorie alle quali attribuire maggiore rilevanza (ad esempio, alla qualità e alla capillarità dell’intera rete convenzionata).

L’Amministrazione si è riservata di fornire una risposta a stretto giro: il prossimo incontro si terrà infatti questo giovedì.

Al fondamentale negoziato su orario e organizzazione del lavoro sarà dedicata l’intera prossima settimana, con due incontri che si terranno martedì 1° e giovedì 3 giugno. Ci aspettiamo che anche in quella sede l’Amministrazione riconosca il valore delle proposte del Tavolo Unitario.

Roma, 25 maggio 2021

 

CIDA      SIBC      CGIL       CISL       DASBI       FABI


 

dal sito www.fisacbancaditalia.it




Banca d’Italia: tra il dire e il fare….è meglio il fare

Improvvisamente sulla intranet aziendale è comparsa la notizia dell’avvio di una nuova sessione della rilevazione dello stress lavoro-correlato.

Era stata la Fisac Cgil a richiederla (LEGGI), visto il tempo trascorso dall’ultima rilevazione e, a maggior ragione, visti i cambiamenti organizzativi che hanno interessato il personale con lo scoppio della pandemia.

Nessuna risposta ci è ancora pervenuta nonostante un sollecito (LEGGI), ma siamo soddisfatti comunque che la Banca ci abbia ascoltati su un tema così importante: tutto sommato preferiamo il “fare” al “dire”, quando c’è in gioco la tutela dei lavoratori.

Roma, 13 maggio 2021

La Segreteria Nazionale

 

Fonte: sito Fisac Banca d’Italia




I tecnici contro il condono: “Una beffa per gli onesti”

Il no di Banca d’Italia, Corte dei conti e UBP.


Il condono agli evasori contenuto nel decreto Sostegni arriva in Parlamento con il marchio d’infamia apposto da tre delle massime istituzioni preposte al controllo del bilancio dello Stato. “Un beneficio erogato a un vastissimo numero di soggetti, molti dei quali presumibilmente non colpiti sul piano economico dalla crisi, che genera disorientamento e amarezza per coloro che adempiono e può rappresentare una spinta ulteriore a sottrarsi al pagamento spontaneo per molti altri”.
È questo il giudizio senza appello della Corte dei Conti nella memoria depositata alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera. “Questo è il terzo annullamento unilaterale di cartelle adottato nell’ultimo ventennio – si legge – a conferma di una sostanziale impotenza dello Stato a riscuotere i propri crediti”.

La sanatoria delle cartelle emesse tra il 2000 e il 2010 sotto i 5mila euro (e per chi ha un reddito inferiore ai 30 mila euro) ha un costo secco per l’Erario di 666 milioni. In base al decreto lo Stato dovrebbe rinunciare al pagamento anche di cartelle esattoriali rateizzate e in corso di riscossione. Un risultato politico che va ben oltre quanto ottenuto, tra flat tax e “saldo e stralcio”, con il precedente governo giallo-verde dal principale sponsor del condono, la Lega, che ora nella discussione parlamentare tenta addirittura il raddoppio del tetto a 10mila a cartella.
Come spiega l’Ufficio parlamentare di Bilancio nella sua relazione “vi è il rischio che l’introduzione di forme di definizione agevolata, che costituiscono vere e proprie forme di condono, possa comportare in prospettiva anche una riduzione della riscossione ordinaria”.

La cancellazione di debiti a fronte dei quali la percentuale di recupero sarebbe relativamente bassa, consentirebbe di concentrare l’attività sulle cartelle sulle quali sono più alti i tassi di riscossione, riconoscono gli esperti dell’Authority dei conti pubblici. “Va tuttavia rilevato – spiega l’Upb – che un decreto volto a sostenere le imprese, i lavoratori e le famiglie per i disagi economici subiti per effetto del perdurare della pandemia non appare costituire lo strumento più idoneo per introdurre misure per l’annullamento dei debiti residui che, oltre a rappresentare un condono, sono dirette a migliorare l’attività di riscossione”.

La Banca d’Italia allarga il giudizio negativo pure agli altri sconti fiscali del decreto Sostegni. L’eliminazione delle sanzioni per le irregolarità nelle dichiarazioni 2017 e 2018 delle partite Iva e la cancellazione delle vecchie cartelle “si prospettano come condoni, con incentivi negativi per l’affidabilità fiscale degli operatori e disparità di trattamento nei confronti dei contribuenti onesti.

 

Articolo di  Luciano Cerasa su “Il Fatto Quotidiano del 10/4/2021




Covid: le garanzie statali coprono più le banche delle imprese

I dati Bankitalia rivelano che nella pandemia i prestiti alle aziende sono saliti di 39 miliardi a fronte di garanzie pubbliche concesse per 150 miliardi, confermando i timori che gli istituti le abbiano usate, in parte, per mettere al riparo i loro conti


 

Il sospetto c’era, fin da quando il Decreto liquidità fu congegnato al ministero del Tesoro. Nella maggioranza, specie lato Cinque Stelle, c’erano mugugni sul fatto che le banche avrebbero potuto traslare sull’Erario i rischi creditizi delle esposizioni critiche. Ex post, i dati dicono che quel sospetto si è concretizzato; anche se è una verità che non cancella il supporto offerto dalle banche al sistema produttivo flagellato dalle chiusure. Gli istituti di credito, in tutta Europa, per disegno degli stessi banchieri centrali erano chiamati a “essere parte della soluzione, non del problema” com’era stato nella precedente crisi, che generò una stretta sul credito alle imprese nostrane stimata in circa 300 miliardi di euro nel decennio scorso, trasformando la recessione in stagnazione.

Nelle statistiche con cui Bankitalia censisce le consistenze mensili, si legge che tra fine febbraio e fine dicembre 2020 c’è uno scarto da 111 miliardi tra il monte crediti alle imprese (le “famiglie produttrici” fino a 5 addetti e le “società non finanziarie” oltre la soglia), cresciuti nel periodo da 711,6 a 750,5 miliardi, e le garanzie pubbliche che in sincrono andavano a coprire il credito bancario via Sace (20,8 miliardi nei 10 mesi) e Fondo centrale di garanzia (129,5 miliardi). Non tutto ciò che manca, ovvio, è “sostituzione”, pratica che la legge pubblicata il 9 aprile scorso per fornire garanzie pubbliche dal 70% al 90% del credito erogato alle aziende colpite da Covid, limitava alle sole “rinegoziazioni”, in cui il credito complessivo crescesse di almeno il 10% e mai sotto i 25 mila euro.
La stessa Abi, con circolare del 24 aprile, istruì le banche sul fatto che i crediti garantiti non compensassero vecchi prestiti o scoperti di conto. Ma il diavolo è nei dettagli: la mancata contestualità tra estinzioni di crediti passati e accensioni di nuovi era lo spiraglio, e le “rinegoziazioni” parevano già a maggio, citando l’avvocato Antonio Manco dal sito Altalex, “la strada più indicata per progettare un’ampia e generale sanatoria delle pendenze debitorie pregresse”.

Dati da interpretare

Sui dati iniziali, censiti da un sondaggio della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, la tipologia “sostitutiva” non era quasi emersa: e lo stesso Tesoro, da proprie stime a fine aprile, la rintracciava solo nel 2,4% delle richieste, il 4,3% degli importi totali. Lo scarto spalancato nei mesi seguenti, fino ai 111 miliardi di dicembre, va interpretato: una parte delle garanzie pubbliche è certo andata a colmare cali fisiologici del credito in essere, anche sostituendo scadenze a breve termine con prestiti maggiorati e a medio-lungo (ma coperti da Sace o Mcc); un’altra parte sarebbe servita a ridurre rischi bancari pregressi. L’ufficio studi di Fisac Cgil, che aveva analizzato le stesse serie statistiche tra marzo e ottobre 2020 rilevando un differenziale di 80 miliardi sulle due grandezze, stima si tratti “per circa 50 miliardi di calo delle nuove erogazioni standard, ma per altri 30 miliardi di meccanismi di abbattimento dei rischi bancari, con le risorse del Dl liquidità che hanno parzialmente sostituito il credito ordinario”.
C’è poco da sorprendersi, se nella crisi più feroce da un secolo gli istituti abbiano cercato di ridurre l’esposizione alle economie: per rafforzarne la capacità di assorbire le perdite su crediti da Covid, stimate fino a 1.000 miliardi tra le vigilate europee e fino a 100 miliardi in Italia, proprio la Bce 13 mesi fa congelò la distribuzione di cedole per 30 miliardi agli azionisti bancari. E sempre la Bce da sei mesi lavora a minimizzare gli effetti di un credit crunch che è nelle cose: tanto che già a fine settembre 2020, sfruttando varie forme di sostegno dei governi nazionali – e principalmente le garanzie al credito come quelle italiane – 18 tra i maggiori istituti europei avevano limato di 120 miliardi di euro gli attivi ponderati al rischio (Rwa), con Unicredit tra le più solerti con 42 miliardi di Rwa in meno nel periodo.

La tendenza prosegue: l’ultima ricerca di Kepler Cheuvreux, dal titolo “Meno moratorie e più garanzie pubbliche in Italia”, registra come nel quarto trimestre 2020 le banche italiane quotate abbiano ridotto di circa 100 miliardi i finanziamenti in moratoria (tra i più a rischio) rispetto ai tre mesi prima: e con tassi di default all’1% circa, sei volte meno che nella crisi 2009-2013. Lo spaccato dà qualche indizio sugli operatori più “dinamici”, in pratica tutti: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper, Mps, Illimity hanno aumentato di almeno il 25% le garanzie statali su finanziamenti tra il terzo e il quarto trimestre 2020, a fronte di un taglio di almeno il 21% dei prestiti a rate congelate.

Le pmi e la poca liquidità

“Il bazooka messo in campo dall’ex premier Conte non è riuscito ad aggredire con successo la cronica mancanza di liquidità che storicamente assilla in particolare le Pmi – osserva Paolo Zabeo, direttore della Cgia di Mestre -. Solo un quarto delle garanzie messe a disposizione dallo Stato tramite Sace e Mcc è finito nelle casse degli imprenditori, mentre si sono avvantaggiate le banche, anche se è bene sottolineare che tutto il sistema economico ha tratto beneficio dall’applicazione dei vari provvedimenti governativi, tra cui il Dl liquidità“.
Proprio le piccole imprese, siano “famiglie produttrici“, “quasi-società artigiane” o “altre”, risaltano dalla base statistica di Bankitalia come quelle che hanno aumentato di più, nei primi nove mesi 2020, i depositi bancari e postali: a fine settembre 807 miliardi di euro dei 1.936 miliardi totali di giacenze liquide erano detenuti da queste tre tipologie aziendali, dopo incrementi tra il 20 e il 27% da gennaio.

È un’ulteriore spia di tensione nel rapporto tra le banche e i clienti più piccoli, che in diversi casi potrebbero aver parcheggiato sul conto i finanziamenti garantiti in attesa di tempi migliori per utilizzarli.

“L’incremento del risparmio, lievitato durante la pandemia anche grazie alle garanzie pubbliche, deve essere trasformato in investimenti”, dice Nino Baseotto, segretario generale della Fisac Cgil. Il sindacalista dei bancari, in vista di prossimi rinnovi della misura sulle garanzie pubbliche al credito, propone poi di introdurre “l’obbligo per le banche di considerare le linee garantite come aggiuntive e non sostitutive, per le imprese beneficiarie di investirne almeno l’80% entro 12 mesi, e che le grandi imprese garantite tramite Sace almeno mantengano i livelli occupazionali”.

 

Articolo di Andrea Greco su Repubblica del 1 marzo 2021 




Violenza sulle donne: nessun dorma!

In occasione della Giornata Internazionale delle Donne ripubblichiamo la splendida ricerca effettuata da Emanuela Marini, componente della segreteria Fisac Banca d’Italia, che ha studiato alcune delle più note opere liriche scoprendo che nella loro trama è possibile ritrovare tutte le casistiche delle violenze sulle donne: il femminicidio, la violenza fisica, morale, economica, gli stereotipi ecc…

Una riflessione su come il fenomeno della violenza di genere sia profondamente radicato nella nostra cultura da secoli, e solo in tempi recenti si sia cominciato finalmente a vederlo per quello che realmente è: una profonda ingiustizia, un segno d’inciviltà da combattere con forza e decisione.

A rendere più interessante la lettura, per i melomani c’è la possibilità di ascoltare le arie alle quali si fa riferimento nella trattazione.

 

Nessun dorma – L’opera racconta la violenza