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Lo studio Bankitalia: precarizzare il lavoro è stato un disastro

Uno studio dell’istituto mostra che liberalizzare i contratti a termine non ha creato occupazione, ma aiutato solo i profitti delle imprese


Non è il primo giudizio scientifico in materia, va detto, ma colpisce l’autore – Banca d’Italia – e la stroncatura: la riforma del lavoro che nel 2001 ha spalancato alle imprese l’universo dei contratti precari ha fallito nei suoi obiettivi dichiarati (su quelli non dichiarati, ognuno può farsi la propria idea): non ha creato occupazione, ha solo fatto aumentare i profitti delle imprese a scapito dei salari. Certo, detta così sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda, eppure dare una misura al disastro compiuto con le riforme del lavoro non è mai inutile: può aiutare a far comprendere cosa è stato fatto ai lavoratori in questi decenni, anche a chi – a differenza di milioni di persone – non l’ha vissuto sulla propria pelle.

Lo studio. “Gli effetti delle riforme parziali del mercato del lavoro: evidenza per l’Italia” è stato appena pubblicato nella sezione working papers della Banca d’Italia. Si occupa della famosa riforma del 2001 affidata dall’allora ministro Roberto Maroni al sottosegretario Maurizio Sacconi e al consigliere Marco Biagi, il giuslavorista che un anno dopo, nel marzo 2002, verrà ucciso dalle nuove Br. Fu l’atto d’esordio del secondo governo Berlusconi, sulla base però di una delega fornita dal morente centrosinistra, che al precariato ha sempre dato il suo fattivo contributo.

La curiosa idea che tutele troppo rigide ostacolino l’occupazione è diventata prevalente in Europa nel pensiero mainstream economico attiguo ai partiti di centrosinistra dalla metà degli Anni 90, facendo saltare tutte le barriere. Il primo assaggio era arrivato con la legge 55 del 1987 (e la possibilità per i Cnel di autorizzare in alcuni casi il ricorso ai contratti a termine). L’esordio vero è il “pacchetto Treu” (governo Prodi) che nel 1997 permette il ricorso al lavoro interinale. La legge del 2001 , però, anche a detta dello studio di Bankitalia, fu una vera liberalizzazione perché permise un ricorso ampio ai contratti a termine per qualsiasi motivo “tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo” delle imprese. C’è, insomma, un prima e un dopo.

Ebbene, cosa ha prodotto questo (quasi) liberi tutti? Secondo gli economisti dello studio innanzitutto è fallito l’obiettivo dichiarato di aumentare l’occupazione. L’effetto netto è stato nullo, con “un numero maggiore di lavoratori che è rimasto intrappolato in cicli di lavori temporanei poco retribuiti e fragili, con una probabilità sostanzialmente ridotta di passare da lavori temporanei a lavori permanenti”. La riforma, insomma, non ha aiutato l’ingresso nel mondo del lavoro verso la stabilizzazione ma ha prodotto precari che sono rimasti tali passando da un’impresa all’altra . “Questi effetti negativi – si legge – sono particolarmente pronunciati tra i giovani, il gruppo che avrebbe dovuto beneficiare maggiormente della riforma”.

L’analisi ha il pregio di ragionare in termini di interessi in conflitto di settori della società. Non c’è infatti nessuna decisione politica neutra. “Nonostante il suo effetto nullo sull’occupazione – si legge ancora nel paper – la riforma ha comunque generato sia vincitori che vinti”. Tra i primi, ci sono le imprese, che hanno visto i margini di profitto aumentare dell’8% a scapito dei salari dei lavoratori precari: quelli delle aziende più grosse li hanno visti scendere del 7%. I dati mostrano che i lavoratori a termine assunti subito dopo la riforma “hanno subito perdite immediate di reddito del 5%”, rispetto a colleghi pre-riforma, una perdita che hanno recuperato “solo 7 anni dopo” perché i lavoratori precari sono più deboli e sotto-rappresentati nei sindacati e negli accordi aziendali. I dati mostrano un altro aspetto perverso: questi lavoratori “sembrano occupati in lavori temporanei marginali che, nel periodo pre-riforma, avrebbero dovuto essere convertiti in posti a tempo indeterminato dal loro datore di lavoro. L’arrivo della riforma ha ridotto di quasi il 32% la probabilità delle imprese di convertire posti temporanei in permanenti (60% per i lavoratori di età pari o inferiore a 25 anni) e, di conseguenza, i lavoratori temporanei in carica sono stati riallocati in posti di lavoro di qualità inferiore”. “Questi effetti – spiega lo studio – sono simmetrici rispetto a quelli che mostrano come un aumento del salario minimo in Germania (una riforma che aumenta il costo del lavoro, contrariamente a quella italiana del 2001) abbia aiutato i lavoratori a trovare posti di lavoro di qualità superiore”.

L’altro effetto è stato invece un generale calo della produttività, specie tra le imprese più fragili a cui la riforma “ha consentito la creazione di posti di lavoro di bassa qualità che altrimenti non sarebbero esistiti”. Quelle più grosse ne hanno approfittato per aumentare il numero di precari “senza crescere dimensionalmente”.

Chi l’avrebbe mai detto?

 

Articolo di Carlo Di Foggia sul Fatto Quotidiano del 28/11/2022




Prescrizione: nessuna pietà per i risparmiatori più smemorati

Ma è così grave che uno si scordi di soldi che ha? È giusto confiscarglieli come a un delinquente?

È la sorte di non pochissimi risparmiatori, dimenticatisi di un titolo di Stato, un buono fruttifero oppure altro, per distrazione o magari anche per spiacevoli deficit di lucidità. Lamenta la cosa l’Associazione Futurosereno di Torino e non si può darle torto, perché tutto ciò fa a pugni con la tutela del risparmio voluta dalla Costituzione Italiana (art. 47). Oltretutto sono situazioni più frequenti in persone inesperte, con pochi soldi da parte, cioè in cosiddetti soggetti deboli.

Titoli di Stato. 
A inizio Novecento nel Regno d’Italia la prescrizione della somma prestata allo Stato avveniva dopo 30 anni, ridotti progressivamente fino a soli cinque, tempo per nulla lunghissimo. Vedi chi a inizio 2000 ritrovò in casa Btp cartacei sei anni dopo la scadenza. Tutto perso, peggio per lui.

Buoni fruttiferi postali. 
I buoni cartacei passati dieci anni si prescrivono. Un buono di durata trentennale emesso nel 1980 non vale più nulla. In effetti, in passato le Poste rimborsarono ugualmente buoni prescritti, in particolare a termine. Ora non più. Dopo non più. Ma la prescrizione si giustifica nei rapporti privatistici, con lo Stato no. Pagare un debito resta comunque un dovere morale. A ciò si aggiunge che alcuni risparmiatori, rimasti con un pugno di mosche, sono poi finiti vittime di associazioni, ditte e avvocati disonesti che li hanno trascinati in cause perse, facendogli credere che avrebbero ottenuto la revoca della prescrizione.

Denaro contante. 
Poco grave quando va solo fuori circolazione, ma resta convertibile nelle nuove emissioni. Il guaio è quando perde ogni valore. In Germania banconote e monete in marchi non scadono mai, né si sono mai prescritti i dollari. In Italia già prima dell’euro diverse serie diventarono carta straccia. Poi ciò era previsto per tutte le lire dal 28 febbraio 2012. Ma Mario Monti, per un’operazione di cosmesi sul bilancio pubblico, proditoriamente ne anticipò l’annullamento al 6 dicembre 2011. Così fece fesso chi s’illudeva che lo Stato avrebbe rispettato la scadenza che aveva ufficialmente comunicato. La banca centrale tedesca, la Deutsche Bundesbank, avrebbe fatto fuoco e fiamme contro un simile provvedimento. La Banca d’Italia non batté ciglio.

Conti dormienti. 
A completare il brutto quadro si aggiunge la normativa voluta nel 2005 dall’allora ministro Giulio Tremonti, per cui lo Stato si accaparra di conti, titoli in deposito, crediti assicurativi ecc., se inattivi per oltre dieci anni. Né importa in questa sede per cosa poi li utilizzi. È il principio stesso che è discutibile. Per giunta fa specie che in Svizzera il tempo fosse di vent’anni e per giunta sia stato poi prolungato. Si ritiene che gli italiani siano più precisi, puntuali ecc. degli svizzeri?

Articolo di Beppe Scienza sul Fatto Quotidiano del 18/7/22

 




Banca d’Italia: poca chiarezza sul futuro dei colleghi

Nella giornata di giovedì scorso si è tenuta la prevista “Conferenza Quadriennale”, deputata a delineare le principali linee di intervento strategico elaborate dall’Amministrazione sugli aspetti organizzati e tecnologici, anche in relazione all’evoluzione delle attività istituzionali della Banca per il quadriennio 2022/25.

In proposito, invieremo nei prossimi giorni, alla Banca e a tutti i colleghi, le nostre puntuali osservazioni sul documento presentatoci dalla Delegazione aziendale.

Il Segretario Generale ha sottolineato in apertura dell’incontro la necessità, da parte della Banca, di intervenire sulla “asincronia” tra la presentazione del Piano strategico (peraltro fermo al 2019!) con valenza triennale e la Conferenza quadriennale, proponendo un allineamento delle due previsioni da studiare – intanto – tramite un tavolo tecnico.

Riguardo a questa possibilità abbiamo ribadito la necessità di non limitarsi ad agire sulle norme che riguardano questo tipo di informativa da rendere al Sindacato, ma di intervenire sull’intero complesso di norme sulle relazioni sindacali, convinti che relazioni sindacali “sane” siano la base necessaria per tutelare al meglio tutti i lavoratori.

Inoltre, secondo la Fisac CGIL, non solo è necessario allineare le tempistiche dei due “momenti” che attengono alla pianificazione strategica della Banca, ma – soprattutto – l’informativa da rendere ai Sindacati, più che un’analisi del “quanto finora fatto” dovrebbe essere un approfondimento di “ciò che la Banca ha intenzione di fare per gli anni a venire”, con indicazioni chiare relative agli impatti sul personale.

Infatti, con specifico riferimento ai contenuti del documento presentatoci, diamo atto ai colleghi impegnati nella sua stesura dello sforzo informativo che è stato fatto sui vari argomenti, ma – al contempo – rileviamo la mancanza o almeno l’incompletezza di elementi che aiuterebbero a far luce sulle ricadute che certe scelte aziendali avranno sul personale nei prossimi anni.

Peraltro, dai dati comunque presenti, si può ipotizzare che proseguirà la riduzione della compagine, a causa dei pensionamenti prevedibili a fronte dei quali non si evidenziano nel documento adeguati livelli di assunzione di nuovi colleghi.

Il fenomeno ci pare interesserà soprattutto la rete territoriale, nonostante le solite dichiarazioni di intento circa il suo potenziamento.

La questione ci preoccupa non poco ed è per questo che denunciamo con forza, da tempo, che se non si cambia rotta, la rete è destinata a “morire” per inedia: è assolutamente necessario, lo abbiamo ribadito, rivedere con un netto rialzo la dinamica in entrata di nuovi colleghi, in particolare nell’Area operativa.

Chiudiamo questo primo essenziale resoconto informando i colleghi che la Delegazione aziendale ha voluto sottolineare che se fallisse l’ennesimo tentativo, in corso d’opera, di riformare la Carriera operativa, la Banca attiverà tutte le procedure organizzative possibili per arrivare ad una più omogenea struttura del personale.

La Fisac CGIL ritiene questa affermazione estremamente preoccupante, oltre che normativamente senza fondamento, in quanto anche se gli interventi organizzativi sono di competenza della Banca, le ricadute sul personale sono, norme alla mano, materia da trattare con i Sindacati.

Roma, 20 giugno 2022

La Segreteria Nazionale




Bper, ok Bce all’acquisto di Carige per 1 euro.

La banca ha avuto la luce verde per rilevare dal Fitd il gruppo genovese, ora si attendono Bankitalia e Antitrust. In arrivo la dote di 530 milioni. Closing entro la prima decade di giugno, in contemporanea presentazione del nuovo piano, poi scatterà l’opa a luglio. Equita stima aumento dell’utile per azione a doppia cifra | A luglio l’opa Bper su Carige


Bper Banca ha ricevuto dalla Bce l’autorizzazione all’acquisizione di Banca Carige e, indiretto, delle sue controllate Banca Monte di Lucca e Banca Cesare Ponti. Come scrive MF-Milano Finanza, oltre all’ok della Bce sono in arrivo a breve anche le luci verdi di Bankitalia e Antitrust. Nasce così il quarto polo bancario italiano con oltre 155 miliardi di euro di attivi (22 miliardi di Carige), oltre cinque milioni di clienti (800 mila Carige) e 2.100 filiali (380 circa di Carige), che supererà Mps e si porrà sullo stesso livello di Banco Bpm, seguendo a distanza Unicredit e Intesa Sanpaolo.


Contributo del Fitd di 530 milioni

La banca guidata dall’ad Piero Montani aveva presentato la relativa istanza alla Banca centrale europea dopo la firma, il 14 febbraio scorso, del contratto di acquisizione della partecipazione di circa l’80% del capitale sociale ordinario di Carige detenuta dal Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) e dallo Schema volontario di intervento. Una volta verificato l’avveramento di tutte le condizioni sospensive previste dal contratto, si potrà procedere al closing dell’operazione, mediante il trasferimento della quota Carige detenuta dai soci venditori a favore di Bper Banca, al corrispettivo di 1 euro e previo versamento in conto capitale, da parte del Fitd, in favore di Carige di un contributo pari a 530 milioni.

 

Closing a inizio giugno

Si prevede che il closing possa perfezionarsi entro la prima decade di giugno, il che consentirà a Bper Banca di beneficiare della conversione delle deferred tax assets di Carige in crediti d’imposta. L’acquisizione della quota di controllo di Carige da parte di Bper Banca comporterà, per quest’ultima, l’obbligo di promuovere, un’opa totalitaria sulle azioni Carige non detenute da Bper banca. Come già annunciato al mercato, l’opa verrà promossa ad un prezzo di 0,80 euro per ciascuna azione ordinaria.

Piano in arrivo

Sempre MF-Milano Finanza scrive che l’opa sul flottante dovrebbe partire a inizio luglio. Intanto il ceo sta apportando gli ultimi ritocchi al piano industriale che sarà presentato alla comunità finanziaria il prossimo 10 giugno. “Si conferma la forte valenza strategica ed industriale dell’operazione che consentirà al gruppo Bper, valorizzando le risorse di Carige, di crescere in territori ad oggi limitatamente presidiati, consolidando il proprio posizionamento competitivo e rafforzando la prospettiva di creazione di valore per i propri stakeholder”, spiega Bper in una nota.

Le stime di Equita

“Sulla base delle nostre stime e in attesa di avere maggiori dettagli con il prossimo piano industriale, riteniamo che la ricapitalizzazione in Carige da parte del Fitd per 530 milioni e la conversione di Dta per 320 milioni, post effetto fiscale, dovrebbero permettere di coprire i costi di ristrutturazione e integrazione di Carige, con la combined entity che atterrerebbe con un Cet 1 in area 13% e un Npe ratio minore del 5%”, afferma Equita confermando il giudizio hold e il target price di 2,2 euro. La sim inoltre stima “sinergie in area 100 milioni, principalmente da costo e funding, mentre sul lato dei ricavi il contributo dovrebbe derivare da una più forte presa commerciale e dall’integrazione delle fabbriche prodotto. Di conseguenza, vediamo spazio per un aumento dell’utile per azione a doppia cifra già al 2023 e potenzialmente in incremento negli anni successivi”. Il titolo Bper sale dello 0,75% a 1,885 euro.

 

Fonte: Milano Finanza




MPS & c. morti di freddo: i crac bancari senza padri

In fumo 35 mld, ma nessun colpevole. Sollievo per Draghi e per Bankitalia. Che, come con Etruria e le altre, non vide nulla


Il delitto perfetto? In Italia esiste, paga moltissimo (ma ad altri costa altrettanto), resta quasi sempre senza colpevoli. È il crac bancario. Lo attesta l’ultima sentenza della Corte di Appello di Milano, che l’altroieri ha ribaltato la sentenza di primo grado del novembre 2019 e ha assolto i 13 imputati per i derivati Alexandria e Santorini, il prestito ibrido Fresh e la cartolarizzazione Chianti Classico. I reati ipotizzati erano manipolazione di mercato, falso in bilancio e prospetto, ostacolo alla vigilanza. Secondo l’accusa, le operazioni sarebbero servite per occultare nei conti del Monte le perdite causate dall’acquisizione di AntonVeneta del 2008.
Ma per la corte d’appello invece “il fatto non sussiste”: per l’ex presidente Giuseppe Mussari e l’ex dg Antonio Vigni tre capi d’imputazione sono prescritti, a Deutsche Bank e Nomura sono state revocate le confische per oltre 150 milioni. In attesa delle motivazioni e dell’eventuale timbro della Cassazione, molte domande restano senza risposte certe.
Una su tutte: il Monte dei Paschi di Siena è dunque “morto di freddo”?
Forse, ma solo forse, è proprio andata così.

Il collasso di Siena è costato oltre 32 miliardi, ai quali secondo la banca stessa nei prossimi mesi dovranno aggiungersene altri 2 e mezzo (almeno) per ricapitalizzarla ancora. A salvare il Monte non è bastato piazzare aumenti di capitale a ripetizione: sono andati bruciati quello da 5 miliardi del 2008, da 2 del 2011, da 2,5 del 2012, da 5 del 2014 e da 3 del 2015. Anche la “ricapitalizzazione prudenziale” del 10 agosto 2017 è ormai scialacquata, se la banca (che ormai in Borsa capitalizza appena 726 milioni) reclama a breve un’ulteriore iniezione di capitale da almeno 2,5 miliardi.
A rimetterci non sono stati solo gli azionisti privati ma anche il Tesoro (dunque i contribuenti), primo azionista con il 64,23%, che su 6,9 miliardi investiti ne sta perdendo 5,74 (quasi il 90%) e ora dovrà rimettere mano al portafoglio. In fumo anche le obbligazioni subordinate: da quelle degli investitori istituzionali al bond retail da oltre 2,16 miliardi piazzato a 37 mila piccoli risparmiatori, spesso anziani, a tagli da mille euro durante l’operazione del 2008 per acquistare AntonVeneta.
Era ben prima che esistesse la direttiva europea sul bail in e agli albori del recepimento in Italia della direttiva Mifid sulla tutela dei risparmiatori. Eppure questa devastante distruzione di valore non ha un responsabile. Gli imputati sono stati assolti più volte dall’accusa di ostacolo alla Vigilanza di Banca d’Italia. Non hanno commesso falso in bilancio o prospetto né, tantomeno, manipolazione di mercato. Con Mussari, Vigni e colleghi assolti, la condanna di primo grado dei loro successori, l’ex presidente Alessandro Profumo e l’ex ad Fabrizio Viola potrebbe essere ribaltata in appello. In attesa delle motivazioni della sentenza, la crisi dell’istituto per la legge è stata causata (e non aggravata dopo la mala gestio) dalla grande crisi finanziaria globale innescata nel 2007 dai mutui subprime Usa e dalla recessione che ne derivò. Nessun reato nelle scelte disastrose compiute.

Il falò delle vanità creditizie italiane però non si è limitato a incenerire Rocca Salimbeni. Per restare agli istituti maggiori, negli ultimi due decenni analoghi incendi hanno colpito BiPop-Carire, Italease, Carige, Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Bari. Sinora ben poche son state le condanne per quei crac, nessuna delle quali è definitiva, mentre tutte le accuse paiono indirizzate verso la prescrizione. Parrebbe dunque essersi trattato di un incredibile filotto di rarissimi casi di autocombustione bancaria. D’altronde la crisi bancaria, sempre negata dall’Abi, fu poi dichiarata “superata”: strano esempio di problema inesistente e poi risolto.
Solo qualche mela marcia”, ebbe a dire il presidente Antonio Patuelli a chi gli chiedeva ragguagli sulle responsabilità nei dissesti degli istituti. Affermazione giustizialista, letta col senno di oggi, perché ormai sono sparite pure le mele marce.

Ma la sentenza d’appello di Milano sul crac Mps non è stata accolta con gioia solo dai 13 imputati assolti. A tirare un sospiro di sollievo c’è anche Banca d’Italia la quale, regnante il Governatore Mario Draghi, diede via libera all’acquisizione di AntonVeneta: paradossale esempio di controllore che viene graziato per non aver controllato e tuttavia potrà ora affermare di aver sempre vigilato con attenzione.
In questa galleria dell’assurdo, di sicuro sul campo restano solo le vittime. Tra queste la Procura di Milano, sconfitta in appello dopo indagini e due processi durati un decennio. C’è, soprattutto, la via crucis di famiglie e piccole imprese: alla faccia dell’articolo 47 della Costituzione (“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”), da inizio secolo i collassi bancari sono costati oltre 72 miliardi a quasi un milione di azionisti e bondisti subordinati. Nessuna mala gestio, la vigilanza non ha colpa e non è stata neppure ostacolata. Chissà però se la fiducia, unico vero carburante del credito, tornerà mai a riprendersi.

 

Articolo di Nicola Borzi su Il Fatto Quotidiano dell’8/5/2022




Banca d’Italia: l’inaccettabile comportamento della banca e le dannose scenate sindacali

Nei giorni scorsi è pervenuta alle Organizzazioni Sindacali una convocazione da parte della Banca per un incontro.

Una strana convocazione, per uno strano incontro: l’oggetto, dopo una confusa premessa sul lavoro ibrido, sembrerebbe riguardare la carriera operativa; la natura non sarebbe né negoziale né informativa, ma di ascolto delle OO.SS.; la data sarebbe un’imprecisata giornata di giugno.

Niente di più indeterminato, insomma, tanto che verrebbe da pensare che l’argomento non sia di interesse alcuno per la Banca.

Capiamo che una siffatta convocazione abbia potuto generare le ire delle sigle che si sono presentate come primo tavolo, tanto più che è emersa a seguito di una sollecitazione delle stesse, con lettera, di un incontro.

Lo capiamo e, a essere onesti, per alcuni versi lo condividiamo: non esistono ragioni per non convocare un incontro negoziale sulla carriera operativa, che era da tempo nell’agenda sindacale concordata, a maggior ragione se c’è un primo tavolo.

La Banca risulta, a nostro avviso, troppo incline agli incontri informativisu aspetti apparentemente organizzativi ma che generano effetti rilevanti sui lavoratori e snobbare la sede negoziale anche quando c’è innegabilmente un connotato di trattativa significa voler palesemente sfuggire al confronto coi sindacati: questo, per la Fisac CGIL, non è legittimo.

Certo, si tratta di una situazione che non nasce oggi, ma trova le sue radici in illustri precedenti, come i rifiuti di alcune sigle di partecipareall’Osservatorio sull’orario di lavoro, o persino di negoziare i protocolli di sicurezza durante una pandemia: tutte situazione che hanno abituato il datore di lavoro a non convocare quando dovrebbe e a tentare sempre di cantarsela e suonarsela da sé.

E ora che quelle stesse sigle si sono messe a voler fare (o meglio rifare) il primo tavolo a tutti i costi, non sorprende che la Banca le convochi a un incontro d’ascolto, come si trattasse di alcolisti anonimi.

Tuttavia, non crediamo che possa giovare a lenire la frustrazione, che trapela evidente dai volantini di ieri, fare scenate isteriche contro la CGIL: questa sigla aveva già evidenziato come fosse prematuro lanciarsi in schieramenti giurati prima di aver saggiato l’interesse e l’intenzione della Banca sull’argomento della carriera operativa.

Sembra evidente che, da parte Banca, l’interesse sia scarso e l’intenzione distorta: la Fisac CGIL non intende affrontare un argomento così importante senza che sia chiarito che il negoziato dovrà apportare delle migliorie nella carriera operativa e non, di nuovo, la proposizione di un gioco di rimescolamento a somma zero… o a perdere.

Per la Fisac CGIL la riforma degli inquadramenti dell’area operativa è imprescindibile e deve avere un respiro più ampio del mero recupero del potere di acquisto delle nostre retribuzioni.

Deve risolvere i vari problemi che da tempo attendono risposta, tra cui la necessità da un lato di mantenere (e rafforzare) gli scatti annuali di stipendio; dall’altro di garantire progressione più veloce di carriera, eliminare gli incancreniti “colli di bottiglia” nei vari gradi, garantire un piano di formazione diffuso e personalizzato che restituisca piena dignità ai colleghi dell’area. Inoltre, la nuova carriera operativa non dovrà far propri i tratti deleteri della carriera direttiva, primo tra tutti la evidente leva gestionale della Banca in tema di progressione economica e di carriera.

E’ importante e urgente anche il recupero del potere di acquisto delle retribuzioni, lo sappiamo e lo abbiamo ribadito più volte, come CGIL, in Banca e in altri comparti.

E’ necessario fin da subito avviare un confronto con la Banca, perché le nostre retribuzioni sono ormai erose da un tasso di inflazione che ha raggiunto percentuali molto significative. Peraltro, l’attuale modello di adeguamento degli stipendi al costo della vita – che si basa sull’indice Ipca, depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici – è stato sempre osteggiato da questa O.S., sin dalla sua introduzione nel 2010, in quanto in un Paese come il nostro, fortemente dipendente dall’estero sotto il profilo energetico, era ovvio che avrebbe determinato una progressiva perdita del potere di acquisto reale degli stipendi. Peccato dover ricordare che questo modello fu invece sottoscritto celermente anche da sigle autonome presenti nel nostro Istituto, comprese quelle che, spesso, ci accusano di essere eterodiretti dall’alto.

L’incontro di giugno sarà occasione per esternare alla Banca la nostra visione di riforma ma crediamo fondamentale che venga anche presentato alle OO.SS. la visione della Banca sul tema per capire se esiste davvero un interesse del datore di lavoro a valorizzare un’ampia categoria di colleghi che, sempre meno numerosi, portano sulle spalle il nostro Istituto.

Questo è il nostro interesse.

Le scenate sindacali, invece, al massimo ci fanno sorridere.

Roma, 3 maggio 2022

 

La Segreteria Nazionale

 

dal sito www.fisacbancaditalia.it




Dieci piccoli bancari… (e poi non rimase nessuno)

I dati diffusi dalla Banca d’Italia confermano la tendenza che vede le banche allontanarsi dalla nostra regione. Va meglio la provincia dell’Aquila (ma c’è un motivo).


Come ogni anno la Banca d’Italia ha pubblicato le statistiche relative alla presenza delle banche nel territorio italiano, con il confronto rispetto al 2020.

I numeri sono ancora una volta impietosi per l’Abruzzo ed il Molise. L’andamento delle chiusure di sportelli è sintetizzato da questa cartina:

 

Fonte: Banca d’Italia

 

Basta una rapida occhiata per notare come il Molise sia stata la regione maggiormente penalizzata dalle chiusure, e che in Abruzzo sia andata leggermente meno peggio.

Vediamo nel dettaglio l’andamento delle chiusure di sportelli nella nostra regione.

NUMERO SPORTELLI BANCARI PER PROVINCIA
Totale 2020 Totale 2021 Differenza % diff.
ITALIA 23.480 21.650 -1.830 -7,8%
ABRUZZO 496 444 -52 -10,5%
Provincia
AQ 104 98 -6 -5,8%
CH 138 126 -12 -8,7%
PE 122 107 -15 -12,3%
TE 132 113 -19 -14,4%
dati Banca d’Italia

 

Il dato abruzzese risulta nettamente peggiore rispetto a quello nazionale, ancora una volta con differenze notevoli tra le varie provincie.
Nel 2021 la Provincia dell’Aquila risulta la meno penalizzata in Abruzzo, con una percentuale di chiusure inferiore al dato nazionale. Nel valutare questo dato, tuttavia, occorre ricordare che nel 2020 la percentuale di filiali chiuse nella nostra provincia era stata altissima, quasi il triplo rispetto al dato nazionale (oltre l’11% di chiusure in un solo anno). Il numero di filiali chiuse è quindi inferiore anche perché da chiudere non sta rimanendo molto, a meno che non si decida di abbandonare piazze storiche ed importanti. E come capiremo dalla prossima tabella, questo timore non è infondato.

 

La tabella che segue mostra il numero di impiegati per provincia ed il confronto rispetto all’anno precedente.

NUMERO DIPENDENTI SETTORE BANCARIO PER PROVINCIA
Totale 2020 Totale 2021 Differenza % diff.
ITALIA 275.433 269.624 -5.808 -2,1%
ABRUZZO 3.210 2.987 -223 -7,0%
Provincia
AQ 670 669 -1 -0,2%
CH 957 808 -149 -15,6%
PE 768 751 -17 -2,2%
TE 816 759 -57 -6.0%
dati Banca d’Italia

 

Anche in questo caso la Provincia dell’Aquila sembrerebbe essere stata risparmiata dai tagli, ma bisogna ricordare che nel 2020 era stata di gran lunga la più colpita (-6,6%, anche in questo caso un andamento triplo rispetto alla media nazionale).

Un dato salta all’occhio: a livello nazionale la percentuale di riduzione degli occupati è nettamente inferiore a quella degli sportelli chiusi (2,1% contro il 7,8%). Nella nostra regione i due dati sono molto più vicini (7% contro 10,5%).
Come leggere questi dati?

Una possibile spiegazione potrebbe essere essere questa: mentre nel resto d’Italia la chiusura di sportelli riguarda prevalentemente piccole filiali con pochi addetti, nella nostra regione questi tagli sono stati già fatti negli anni scorsi, e adesso le chiusure cominciano a riguardare filiali più importanti e strutturate. E questa non è una buona notizia.

 

L’ultima tabella che riportiamo riepiloga i dati relativi al numero di comuni nei quali è presente almeno uno sportello.

NUMERO COMUNI CON ALMENO UNO SPORTELLO BANCARIO 
Totale 2020 % su tot comuni Totale 2021 % su tot comuni Differenza % diff.
ITALIA 5.102 62,0% 4.902 64,6 -200 -3,9%
ABRUZZO 147 48,2% 132 43,3 -15 -10,2%
Provincia
AQ 33 30,6% 33 30,6% 0 =
CH 48 46,2% 42 40,4% -6 -12,5%
PE 28 60,9% 25 54,4% -3 -10,7%
TE 38 80,9% 32 68,1% -6 -15,8%
dati Banca d’Italia

 

Nonostante il dato della Provincia aquilana resti invariato, è comunque sconcertante vedere come in 7 comuni su 10 non esista nessuno sportello bancario. Nel resto d’Abruzzo invece il taglio è pesante: nel corso del 2021 oltre un comune abruzzese ogni 10 ha visto la propria filiale di riferimento abbassare le saracinesche per sempre.

Abbiamo provato in tutti i modi a lanciare l’allarme e a spiegare cosa significhi per la nostra Regione il fatto che sempre meno banche decidano di investire sul nostro territorio. Abbiamo provato a far capire che meno sportelli significa meno credito. Ma nessuno sembra preoccuparsene, in modo particolare tra i politici locali. Come se il problema non esistesse.

Nel frattempo le banche continuano ad utilizzare i fondi pubblici esclusivamente per i loro interessi, senza alcun beneficio per la collettività. L’ultimo esempio arriva dai fondi messi a disposizione dalla Stato subito dopo il lockdown, a garanzia di crediti che avrebbero dovuto rilanciare l’economia dopo i gravi danni causati da mesi di stop.
Ancora una volta, i numeri sono incredibili.
In Abruzzo sono stati erogati finanziamenti interamente garantiti da fondi pubblici per 1.463 milioni: il 98,5% di questi fondi non è arrivato alle imprese, ma è stato utilizzato dalle banche per compensare la stretta creditizia ed acquisire garanzie su prestiti già esistenti. Solo la miseria di 22 milioni è andata a finanziare effettivamente l’economia abruzzese.
(dati tratti dal report “Il credito bancario in Abruzzo nel 2021” redatto da Aldo Ronci per il CNA)

Difficile, di fronte a queste cifre, continuare a sostenere che gli Istituti di credito nazionali abbiano a cuore l’Abruzzo.


 

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I drammatici dati dell’abbandono bancario in provincia dell’Aquila

A.A.A. Cercasi banche in Provincia dell’Aquila

 




CNA: nel 2021 credito con il contagocce alle imprese abruzzesi

Fosse dipeso dal sistema bancario regionale, le imprese abruzzesi, a cominciare da quelle piuù piccole, sarebbero rimaste “a secco” di finanziamenti durante i mesi bui della pandemia. E meno male che ci ha pensato il governo, con la sue misure di sostegno all’accesso al credito attraverso il Fondo Centrale di garanzia, con una copertura totale dei rischi, ad assicurare un flusso minimo di risorse necessarie come l’ossigeno; risorse che tuttavia non hanno impedito di presentare sulla scena nazionale la nostra regione come una Cenerentola del settore.

E’ il quadro poco edificante che delinea la ricerca realizzata da Aldo Ronci per la CNA Abruzzo, messa a punto su dati di Bankitalia, sull’andamento del credito in Abruzzo nel 2021, secondo ‘annus horribilis’ dell’era Covid-19. “Al 31 dicembre scorso – illustra l’autore – i prestiti alle imprese ammontavano complessivamente a 10 miliardi e 550 milioni di euro, registrando sui dodici mesi precedenti un incremento di appena 22 milioni, che in valore percentuale rappresenta lo 0,1%, contro l’1,7% nazionale. Valori che, considerate le circostanze, rappresentano davvero un’inezia”.

Se poi viene osservato in controluce, anche questo modestissimo aumento svela il suo lato debole:Nei fatti – sottolinea Ronci – si è trattato di uno scambio: i 1.463 milioni di euro di crediti erogati in più , grazie alla garanzia pubblica, hanno coperto a malapena la restrizione patita nello stesso periodo, con i canali normale, che e stata pari a 1.441 milioni”.

Ma i motivi di doglianza riguardano anche il ruolo di parente povero che l’Abruzzo continua a recitare nello scenario nazionale. Basti pensare che il prestito medio per impresa si attesta ad appena il 57% di quello medio italiano: 82mila 432 euro, contro 143mila 869 della media Italia. “Nel quadro descritto, e non poteva essere altrimenti, è la piccola impresa a pagare dazio in questa ‘operazione verità’: al netto infatti dei finanziamenti garantiti dal Fondo Centrale, al 31 dicembre scorso ammontavano a 2 miliardi e 405 milioni di euro, ovvero 75 in meno rispetto all’anno precedente, con una variazione percentuale del -3%“.

Ce n’è abbastanza per spingere il mondo produttivo a invocare un deciso cambio di passo in materia di credito. Il lungo e travagliato iter di attivazione della legge regionale del 2021, la numero 9, destinata a sostenere le imprese colpite dall’emergenza Covid, soprattutto nei settori del commercio e del turismo, non ha ancora visto la luce del sole.

Chiaro che in materia occorra subito una svoltadice il direttore regionale di CNA Abruzzo, Graziano Di Costanzoperché un numero consistente di piccole imprese non ha potuto usufruire dei finanziamenti garantiti dallo Stato, perché le rate su tasse e mutui non sono piuù bloccate, perché il costo delle materie prime è schizzato, perché anche i diversi ammortizzatori sociali non sono piuù attivi. Abbiamo chiesto alla Regione, con le altre associazioni del mondo della piccola imprese, di valorizzare il ruolo dei confidi per favorire l’accesso al credito bancario: crediamo che questi dati parlino piuù di qualsiasi altra cosa. E che bisogna anche recuperare velocemente il tempo perso”.

 

Fonte: www.news-town.it




Il regalo del Governo alle banche azioniste di Bankitalia

A sette anni di distanza, la contestata rivalutazione delle quote del capitale della Banca d’Italia continua a premiare le banche azioniste. L’ultima toppa alla riforma del 2013 è stata messa lunedì notte con l’approvazione di un emendamento di Forza Italia alla manovra (ma ce n’erano uguali depositati dalla Lega) che ha alzato dal 3 a 5% il tetto alle quote oltre le quali non si ha diritto ai dividendi distribuiti dalla banca centrale. La mossa premia Intesa Sanpaolo e UniCredit che, oltre a ricevere più utili, potranno vendere più facilmente le loro azioni. Ci sarà un beneficio anche per lo Stato che tasserà quei dividendi con aliquota Ires raddoppiata per un solo anno.

Per capire di cosa parliamo occorre fare un passo indietro. Dal 2005 una legge (mai attuata) prevedeva il trasferimento allo Stato della proprietà della Banca d’Italia, il cui capitale era in mano soprattutto a banche italiane (ma senza potere sull’istituto). Invece di applicarla, nel 2013 il governo Letta, per fare cassa subito, ha deciso di rivalutare per legge il capitale di Bankitalia da 156mila euro a 7,5 miliardi, permettendo allo Stato di incassare oltre un miliardo tassando la plusvalenza fatta dalle banche azioniste. La stessa legge imponeva agli azionisti di cedere le quote oltre il 3%, livello oltre il quale non si possono ricevere dividendi, ma nello stesso tempo alzava il tetto ai dividendi che Bankitalia può distribuire ai suoi soci, passati da 50-70 milioni l’anno ai 340 milioni annui degli ultimi sette anni. Insomma, le banche hanno ottenuto un enorme beneficio patrimoniale e più dividendi.

Negli ultimi sette anni è passato di mano quasi il 20% del capitale di Via Nazionale. Ad aumentare la propria quota sono state soprattutto Casse di previdenza e Fondazioni. Intesa e UniCredit però sono ancora ben oltre il 3%: la prima ha il 16,8%, la seconda l’8,42%. La difficoltà a vendere le quote in eccesso si è sommata ai mancati dividendi sopra la soglia (dal 2016 solo Intesa ha visto sfumare 330 milioni). Portando al 5% la quota, le due banche potranno incassare più utili e vendere il resto più facilmente agli altri azionisti che vogliono salire. Lo Stato incassa più tasse, ma le banche ci guadagnano sempre più. Una gran bella riforma.

 

Articolo di Carlo di Foggia sul Fatto Quotidiano del 22/12/2021




Banca d’Italia: un diamante non è per sempre.

A proposito di “Report” e della vigilanza


 

Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore

B. Brecht

 

Moltissimi colleghi avranno visto o sentito parlare della puntata di “Report” del 13 dicembre u.s., in cui il programma è tornato sulla nota vicenda della vendita dei diamanti da parte di alcune delle principali banche italiane, episodio ormai da tempo in mano alla magistratura oltre che dei media.

Non abbiamo ovviamente nessun elemento, oltre a quanto uscito sui media, per poter esprimere un’opinione nello specifico né vogliamo certo sostituirci alle istituzioni pubbliche impegnate a fare luce. Tuttavia riteniamo opportuno fare alcuni commenti sul quadro complessivo che emerge dalla vicenda.

Per decenni hanno prevalso la deregolamentazione e la vigilanza “market friendly”, politiche che si sono rivelate catastrofiche nella crisi del 2008. È emerso che gli interessi del profitto non producono effetti positivi per la collettività, a meno che lo Stato non sia in grado di garantirlo. Purtroppo, negli ultimi decenni lo Stato ha garantito tutt’altro: concentrazione della ricchezza da una parte, aumento della povertà dall’altra, ristagno delle retribuzioni per la gran parte dei lavoratori, smantellamento dei servizi pubblici, tutte cose pagate a carissimo prezzo durante la pandemia. Questa impostazione generale della politica e del ruolo delle istituzioni pubbliche va dunque cambiato profondamente, altrimenti si riuscirà a incidere solo sui dettagli delle cose.

Nel campo finanziario, dopo il 2008 si è tornati a regole più incisive ma quella dei diamanti, come molte altre vicende, dimostrano che queste regole evidentemente non bastano. C’è un aspetto che colpisce particolarmente: il tema del gigantismo bancario. Le banche “too big to fail” sono state un elemento decisivo della crisi finanziaria ma in questi anni, se mai, la situazione è fortemente peggiorata, dato che le banche sono molto più grandi di 10 anni fa e, nel caso italiano, siamo di fronte a nuove ondate di fusioni e acquisizioni che aumenteranno fortemente la concentrazione del settore. Oltre ad altri problemi noti da tempo, le banche giganti provocano una profonda distorsione del tessuto democratico di un Paese. Quando una banca misura i suoi attivi in trilioni, solo un ingenuo può credere che sarà chiamata a rispettare le regole come tutte le altre. Nel calcio professionistico si parla di “sudditanza” degli arbitri nei confronti delle grandi squadre. La sudditanza delle istituzioni pubbliche nei confronti dei colossi finanziari è purtroppo un fenomeno sin troppo evidente. A chiunque abbia esperienza di vigilanza, guardando la puntata di “Report”, sarà passato per la mente che se quei comportamenti fossero stati messi in atto da una piccola BCC, si sarebbero rapidamente presi i provvedimenti necessari per farli cessare.

Va da sé che quando si parla di banche giganti occorre valutare il riflesso generale delle azioni di vigilanza, ma rimane il problema che emerge in questa come in molte vicende precedenti: la vigilanza appare forte con i deboli e molto meno forte, non vogliamo dire debole, con i forti e potenti. Questo è un retaggio della stagione della vigilanza “market friendly” che occorrerebbe davvero abbandonare. Le grandi banche vanno semmai richiamate a comportamenti ancora più rigorosi nei confronti della clientela, pena il venir meno del senso stesso dell’azione pubblica nel credito come in ogni altro aspetto della vita economica. È importante che i vertici dell’Istituto e della vigilanza riflettano, al di là delle specificità della vicenda, sulla forma mentis con cui guardiamo al sistema bancario. Fu detto autorevolmente che la Banca non ha mai creduto alla vigilanza dal tocco leggero, ed è un nostro grande merito, ma è appunto opportuno riflettere su come questo tocco viene regolato in base ai nostri interlocutori.

Un altro aspetto che emerge in modo eclatante dalla vicenda è che nonostante regole su regole, richiami su richiami, sul tema delle pressioni commerciali nelle banche ancora non ci siamo. In questo caso, in maniera comica oltre che tragica, le reti di vendita venivano premiate per aver venduto diamanti, con diamanti! Anche in questo caso è necessaria una riflessione generale sul tema dei profitti. L’attività bancaria deve ovviamente svolgersi in condizioni di economicità, ma la ricerca spasmodica del profitto e dei dividendi è disastrosa per i comportamenti degli operatori. Pensiamo alla vicenda della non distribuzione dei dividendi da parte delle banche durante le prime fasi della pandemia da Covid-19, una misura che era davvero il minimo della decenza di fronte ai trilioni che governi e banche centrali stavano mettendo in campo per tamponare il tracollo economico. Eppure, persino in quell’occasione, la misura fu accolta malissimo e uscirono articoli sui giornali che facevano sembrare che poco ci mancasse che i dirigenti delle banche sarebbero stati fucilati. Davvero è opportuno un cambio profondo di paradigma. I profitti devono essere un mezzo dell’attività bancaria, non il suo scopo ultimo, altrimenti i mutui subprime, la vendita di diamanti e i mille altri scandali finanziari continueranno ad accumularsi e la vigilanza continuerà a rincorrere un mercato che va sempre più veloce.

Infine, c’è un tema che riguarda i rapporti tra i colleghi e il vincolo gerarchico. La Banca, come qualunque istituzione che adempie una funzione pubblica, si basa sul principio della responsabilità gerarchica delle proprie azioni e sull’accountability delle proprie decisioni. Tuttavia, la cieca obbedienza non ha sempre servito bene l’Istituto. Basti ricordare la nota vicenda Popolare di Lodi/governatore Fazio/vigilanza, in cui le strutture della vigilanza si opposero alle scelte del governatore salvando l’Istituto da una deriva pericolosissima. La Banca ha bisogno di pesi e contrappesi al suo impianto gerarchico, mentre le scelte organizzative e gestionali vanno in direzione opposta. Ne citiamo due per tutte. La prima è quella di far seccare la rete delle filiali come rami secchi di un albero pronto per la potatura. L’Italia è un Paese estremamente diversificato nel tessuto produttivo e sociale, e in molti altri aspetti. Con la progressiva morte delle terminazioni nervose che legavano la Banca al territorio, tutto si concentra nell’Amministrazione Centrale, che riflette necessariamente un solo punto di vista, che è fortemente influenzato dalla capitale intesa come luogo del potere per eccellenza. L’unicità del punto di vista è poi esaltata dalla riforma delle carriere dei direttivi che, aumentando la discrezionalità ed emarginando gli scatti automatici, mette il futuro di carriera e retributivo del collega in mano ai suoi capi. Questo certo non aiuta la costruzione di pensiero critico ma piuttosto il conformismo. Ovviamente, colleghi con la schiena dritta e colleghi più propensi a smussare gli angoli ci sono sempre stati e ci saranno ancora, ma la riforma non aiuta i primi.

Per concludere, è probabile che a seguito della trasmissione si produca un profluvio di critiche all’operato della Banca come in occasione di altri episodi analoghi. Sarebbe facile alzare le spalle osservando il pressapochismo con cui sui media vengono trattate queste vicende, con accuse al limite del calunnioso e spesso poca sostanza, ma sarebbe altrettanto superficiale concentrarsi sul dito e non guardare la Luna. La funzione della vigilanza bancaria in Italia ha sempre costituito un elemento di forza dell’Istituto e dell’azione pubblica in genere perché, in fondo, non è mai caduta preda del pensiero unico della “disciplina di mercato”; si può fare ancora meglio nell’epoca in cui certe illusioni stanno venendo meno.

 

Roma, 15 dicembre 2021

 

La Segreteria Nazionale