Perché le banche non vogliono più finanziare le aziende aquilane?


Relazione introduttiva al convegno “Il credito bancario in provincia dell’Aquila a 10 anni dal sisma” tenutosi lo scorso 28 novembre.

Vi spiego come è nata l’idea di questo convegno.

Il decennale del terremoto è di per sé una ricorrenza che ispira a fare dei bilanci. Però non è questa la molla che ci ha spinto ad organizzare questa giornata.
In realtà abbiamo voluto l’organizzazione di questo evento perché ci siamo resi conto che era necessario.

Tutti noi auspichiamo il completamento della ricostruzione ed il rilancio di un sistema economico che il sisma aveva messo in ginocchio. Perché la macchina continui a camminare, però, è necessario il carburante. E il carburante sono, inevitabilmente, i soldi. Oltre a chiedere allo Stato di fare la sua parte meglio di quanto ha fatto fino ad ora, condizione indispensabile per guardare con fiducia al futuro è la possibilità per le aziende di accedere al credito bancario per finanziare i loro investimenti.
Noi oggi mostreremo che il credito alle imprese in Provincia dell’Aquila è in forte calo, cercheremo di spiegare le ragioni alla base di questo calo, destinato ad aggravarsi negli anni a venire.

Vorrei fare subito chiarezza su un punto: il nostro scopo non è attaccare le banche. Personalmente ritengo che le banche si comportino né più né meno come tutte le grandi aziende.

E quindi, male.

Il periodo storico che stiamo vivendo è per molti versi differente da tutti quelli che lo hanno preceduto. Si parla spesso di crisi, di recessione, però questi termini assumono oggi un valore diverso rispetto al passato.
Storicamente una crisi era legata alle difficoltà di produzione. Pensiamo ad una società contadina: un periodo di forte siccità poteva causare una carestia, che portava la gente a morire letteralmente di fame o la costringeva ad emigrare.
Pensiamo alle crisi energetiche degli anni 70: improvvisi aumenti nel prezzo del petrolio causavano un immediato taglio della produzione e dei consumi, con conseguente perdita di posti di lavoro.

Oggi viviamo in un sistema economico capace di produrre beni e servizi in quantità pressoché illimitata. Il problema diventa quindi il mercato, che non riesce a consumare tutto ciò che in teoria potrebbe essere prodotto. Questo ingenera una situazione di “crisi”, ma soprattutto mette in moto un circolo vizioso.
Ci si illude che la formula magica sia tagliare al massimo i costi di produzione, quindi sfruttare l’automazione per avere sempre meno persone che lavorano, e quelle che lavorano pagarle il meno possibile.
In questo modo si innesca una situazione paradossale: i beni prodotti costano sempre meno, le aziende sono in condizione di aumentare ulteriormente una produzione che già in precedenza era eccedente rispetto alle esigenze del mercato, solo che il mercato si riduce sempre di più.
Sì, perché se sono sempre meno le persone che lavorano, e quelli che lavorano guadagnano sempre meno, chi dovrebbe comprarli i beni e servizi che vengono prodotti, anche se ad un costo inferiore?

In questa fase storica abbiamo un sistema economico convinto di poter prosperare creando povertà anziché benessere.
Come vedremo, le banche sono perfettamente allineate a queste logiche.

Entriamo nel merito degli argomenti che tratteremo. Il primo dei nostri relatori sarà Roberto Errico, ricercatore dell’IRSF LAB, istituto di ricerca della FISAC, che ci illustrerà una serie di dati relativi all’economia locale, ma si soffermerà in modo particolare sull’andamento del credito alle imprese. I dati che mostrerà sono sconfortanti. Mostrerà soprattutto che i grandi gruppi bancari tendono a ridurre la concessione di credito nel Centro-Sud, concentrando la loro attenzione sulle regioni del Nord.

Vorrei soffermarmi sul perché di questo andamento, e su come sia dovuto a cause strutturali sulle quali è davvero difficile intervenire. Mi scuso con gli addetti ai lavori per la brutale semplificazione, ma è importante che i concetti che sto per esporre giungano chiaramente soprattutto a chi non è esperto di economia.
Un elemento che incide pesantemente sulle scelte delle banche sono le normative di vigilanza della BCE, i cosidetti accordi di Basilea. Lo scopo sarebbe assolutamente condivisibile: mettere in sicurezza le banche, evitando che eventuali insolvenze da parte dei debitori possano metterle in crisi. A questi adempimenti sfuggono per ora le BCC, ma l’imminente riforma le equiparerà a breve alle altre banche.

Esistono una serie di adempimenti a carico degli istituti bancari. Tra questi, l’obbligo di accantonare  una somma a fronte di ogni affidamento accordato, in modo da creare dei fondi ai quali attingere nel caso i prestiti non rientrassero. Gli accantonamenti sono differenziati a seconda del rating del debitore. Per chi non lo sapesse, il rating può essere assimilato ad una specie di “voto” scolastico. Chi appare in grado di rimborsare senza problemi i finanziamenti ricevuti, ha un voto migliore. Chi invece presenta motivi di incertezza ha un voto meno buono. Sono diversi gli elementi che vengono presi in considerazione per l’attribuzione del “voto”: tra questi anche il fatto di operare in un territorio più o meno florido. Il semplice fatto di avere la sede in una zona che ha subito il terremoto, e che quindi è di per sé fonte di incertezze, fa sì che i nostri operatori economici partano spesso con un “debito formativo”, volendo restare  nella metafora scolastica. E questo è un primo elemento che vi prego di voler ricordare.
Si può rimediare ad un cattivo rating fornendo garanzie adeguate.

Abbiamo detto che gli accantonamenti sono differenziati a seconda del rating: rappresentano una percentuale irrisoria per aziende con rating buono, aumentando progressivamente fino ad arrivare al 100% del credito concesso ad aziende in difficoltà.
Quindi volendo affidare per € 1.000 un’impresa con andamento incerto, la banca corre il rischio di bloccarne altri 1.000: questo maggior impegno viene compensato dall’applicazione di un tasso più alto, ma il dover tenere delle somme bloccate rappresenta per la banca un disagio tale da spingerla ad evitare del tutto di affidare un’azienda che presenti forti incertezze.

Questo anche in virtù di un altro adempimento, relativo ai vincoli patrimoniali delle banche. Per concedere credito, gli Istituti devono rispettare un coefficiente di solvibilità, cioè una quantità minima di capitale. Si tratta di un rapporto che ha al numeratore il patrimonio della banca (in effetti si tratta di un patrimonio rettificato, come vedremo) e al denominatore il totale dei crediti concessi, ponderati a seconda del rating.
Il patrimonio al numeratore è il cosidetto patrimonio di vigilanza, quindi calcolato secondo norme precise. Una di queste prevede che gli accantonamenti vengano scalcolati dal patrimonio.

Ricapitolando: una banca che concede 1.000 euro ad un’azienda, qualora quest’ultima andasse in difficoltà sI troverà a doverne vincolare altrettanti, vedendo nel frattempo ridursi il coefficiente di solvibilità, col rischio di trovarsi – qualora l’ammontare dei crediti incagliati aumentasse troppo – a non poter più operare. A quel punto la banca avrà più convenienza a svendere quel credito, magari ad un valore nominale del 20-25%, piuttosto che sforzarsi di recuperarlo, in modo da svincolare l’accantonamento effettuato a copertura e migliorare il coefficiente di solvibilità.
In 
queste condizioni le banche non hanno nessuna voglia di finanziare aziende che presentino situazioni di incertezza, operino in territori difficili o non dispongano di garanzie adeguate. Da qui si spiega ciò che sta succedendo: sempre meno impieghi nel Mezzogiorno, con finanziamenti che si concentrano nelle zone più solide economicamente. Ed in futuro la tendenza non potrà che accentuarsi: meno finanziamenti significa meno imprese, meno imprese significa meno investimenti, meno investimenti significa meno richieste di finanziamento. Il paradosso è che mentre scendono i finanziamenti alle imprese aumentano i depositi bancari: sono le somme che le famiglie avrebbero investito in attività economiche e che restano sui conti, finendo per costituire la provvista per finanziare investimenti che avvengono altrove. Un preoccupante trasferimento di ricchezza.

Fin qui l’aspetto tecnico. Volendo essere onesti, dobbiamo però dire che che la storia dei recenti dissesti bancari c’insegna che a mandare in crisi la banca non è l’artigiano con un finanziamento di € 20/mila , ma la grande azienda finanziata per € 20/milioni. La scelta di abbandonare le piccole e medie imprese, trincerandosi anche dietro i nuovi algoritmi che di fatto decidono del destino di un operatore in modo asettico, risponde sicuramente alla logica del risultato immediato, ma finisce col desertificare intere aree del Paese, scelta che a lungo andare causerà agli Istituti bancari perdite ancor maggiori. Avere il coraggio di investire sui territori, favorirne la crescita invece del declino, è a mio parere l’unica scelta logica e lungimirante, ma ha il torto di portare benefici solo nel periodo medio-lungo.

Tra gli effetti collaterali di queste scelte, anche l’aumento della criminalità. Un recente studio del Sole 24Ore pone la nostra Provincia al 3° posto in Italia per i reati di usura e questo è inevitabile: dove manca il credito ufficiale subentrano altri finanziatori. Le stesse infiltrazioni della criminalità organizzata sono facilitate dalle difficoltà delle aziende di ottenere credito: laddove un’impresa è costretta a ritirarsi per mancanza di liquidità ne subentra un’altra che invece la liquidità ce l’ha, ed ha il problema di ripulirla.

Altro tema importante è quello dell’abbandono del territorio da parte delle banche.

Tempo fa, parlavo con una persona che ricopre un ruolo importante in un istituto di rilevanza nazione, e lei mi raccontava con entusiasmo dell’avanzata sperimentazione di centralinisti robot, cioè voci generate da una procedura, capace di capire le domande poste dai clienti della banche e fornire risposte adeguate. L’idea è sostituire i centralinisti in carne ed ossa non appena le voci sintetiche diventeranno difficilmente distinguibili da quelle umane. A un certo punto l’ho interrotta chiedendole: “Perché?” “Come perché? Così si risparmia sul personale”. “Si, ma se tutti fanno in modo di far lavorare meno gente possibile, alla fine chi dovrebbe venirci ad aprire un conto da voi?” Lei mi  ha guardato, dicendo: “Sai che non avevo considerato questo aspetto?”

Le banche chiudono uffici e filiali. Colpisce l’indifferenza di fronte alla perdita di centinaia di posti di lavoro in Provincia ed alla riduzione del numero degli sportelli, dati che Roberto illustrerà in modo approfondito. C’è quasi l’idea che la chiusura di una filiale rappresenti un problema solo per chi ci lavora, ma che sia irrilevante per il territorio. E’ quello che affermano le banche, che ci raccontano anche che le loro scelte vanno incontro alle esigenze della clientela: ora, è vero che molte operazioni si fanno online, ma c’è qualcuno di voi che ha l’esigenza di far chiudere la filiale presso al quale ha il conto corrente?
Pensiamo ad un paese di montagna con un solo sportello bancario. A quale esigenza risponde la chiusura di quella filiale? A quella di accelerare lo spopolamento del paesino? O alla logica di cui parlavo all’inizio, cioè un’economia che pensa di prosperare impoverendo il territorio?

Le banche ci raccontano che nell’era del digitale la presenza fisica non è necessaria, che questo non impatta in nessun modo con la qualità dei servizi offerti.
Il nostro secondo relatore, prof. Alberto Zazzaro, docente di Economia presso l’Università degli Studi di Napoli, ci mostrerà che questo non è vero. Il professore ci illustrerà uno studio che dimostra in modo scientifico che quando chi deve decidere è lontano dall’azienda da affidare, è portato a concedere credito con più difficoltà. E più la distanza aumenta, più questo effetto si acuisce. Anche il suo sarà un intervento imperdibile.

Sarà poi il turno di Francesco Marrelli, Segretario Generale della CGIL per la Provincia dell’Aquila, nonché primo promotore di questa giornata, che farà il punto sull’economia e l’andamento demografico del territorio, evidenziando il costante calo delle aziende attive, fatto che non stupisce e che potremmo considerare consequenziale rispetto ai temi trattati.

Sarebbe comunque ingeneroso dare la colpa alle sole banche.
Dal terremoto in poi la politica ha fatto indubbiamente molto meno di quello che avrebbe dovuto.
A distanza di 10  anni non ha senso parlare di colpe di gialli, verdi rossi o blu: ci sono troppe cose che non hanno funzionato. Il simbolo delle mancanze della politica è rappresentato dalle scuole: in 10 anni non è stata ricostruita una sola scuola pubblica, ed ovunque la ricostruzione pubblica procede in modo lentissimo.

A differenza di quanto avvenuto in occasione di altre calamità naturali, all’Aquila non ci sono stati investimenti pubblici, vero motore della ripartenza. Eppure di modi per investire  in modo intelligente e creare sviluppo ce ne sarebbero: pensiamo ad un collegamento ferroviario diretto con Roma, ad esempio, che trasformerebbe totalmente la città. Pensiamo ad opere di messa in sicurezza , sia dal rischio sismico che dal rischio idrogeologico, che renderebbero il nostro territorio più vivibile creando nel contempo posti di lavoro.

La chiusura sarà affidata a Carmine Ranieri, Segretario CGIL Abruzzo e Molise, che tirerà le somme della giornata e proverà anche a lanciare un messaggio in qualche modo propositivo.

 

Luca Copersini, Segretario Provinciale Fisac/Cgil L’Aquila

 

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