Siamo sicuri che chiudere Agenzie e Filiali sia una buona idea?

Negli ultimi giorni la cronaca ha fatto registrare due notizie di segno opposto, ma che dovrebbero intaccare le granitiche certezze di chi sostiene la digitalizzazione come unico futuro possibile nei settori assicurativo e bancario.

La prima arriva dal nostro Paese: la settimana scorsa il Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza ha individuato e chiuso 222 siti che, spacciandosi per pagine ufficiali di compagnie assicurative realmente esistenti, hanno truffato centinaia di consumatori che hanno effettuato i pagamenti senza ricevere alcuna copertura assicurativa.

Le frodi erano fatte a regola d’arte e prevedevano l’utilizzo indebito dei loghi delle più note compagnie di assicurazione, con tanto di indicazione del numero Rui (Registro Unico degli Intermediari assicurativi) contraffatto. L’indagine, oltre all’oscuramento dei portali web, ha consentito di identificare 74 persone coinvolte nel raggiro e di eseguire perquisizioni nei confronti dei soggetti ritenuti responsabili del reato di esercizio abusivo  di intermediazione assicurativa e truffa aggravata.

In questi giorni sui giornali si moltiplicano i consigli per evitare di incorrere in truffe del genere. Noi ci limitiamo ad una semplice osservazione: tutto questo non può accadere se il cliente si reca fisicamente nella antica, polverosa, superata, ma sempre affidabile agenzia assicurativa. Sarebbe il caso che le varie compagnie riflettessero sui limiti della corsa alla rottamazione dei lavoratori, che evidentemente non sono così inutili ed obsoleti.

Chi sembra averlo capito è la Banca JP Morgan che lo scorso 28 giugno a New York  ha inaugurato con grande enfasi la nuova filiale nel centro di New York, ponendo l’accento sulla riscoperta del contatto umano nei rapporti tra banca e cliente.

Le filiali sono il cuore della nostra azienda», ha spiegato Gordon Smith, Co-President and Co-Chief Operating Officer di Jp Morgan, che ha puntualizzato: «La rete fisica rimane il driver principale del nostro processo di espansione sui territori. Abbiamo sentito tante sciocchezze in giro. Le filiali esisteranno ancora in futuro? La risposta è un convinto sì. Noi oggi abbiamo più di 5.000 sportelli e oltre un milione di persone li visitano ogni giorno».

Un messaggio ribadito anche dal CEO Jamie Dimon: «Abbiamo aspettato a lungo prima di allargare la nostra rete commerciale, ma ora siamo in procinto di aprire 400 filiali nel Paese da Boston a Washington, da Philadelphia a Minneapolis».

Si tratta ovviamente di  filiali molto diverse da quelle tradizionali, con un ampio uso della tecnologia, da Atm evoluti a punti di informazione touch screen. Il ruolo dei bancari, quasi completamente liberati dalle operazioni di sportello, sarà prevalentemente quello di fornire consulenza avanzata alla clientela.

Nelle intenzioni di Dimon, la filiale dovrà trasformarsi in luogo di aggregazione nel quale i cittadini potranno avvicinarsi al mondo del risparmio e della finanza. Sono ad esempio previste sessioni di incontri sul delicato tema dell’educazione finanziaria per introdurre varie tipologie di clienti ai nuovi prodotti e servizi offerti dalla banca.

Noi vediamo le nostre filiali come il cuore e l’anima della banca», ha dichiarato Thasunda Duckett, Responsabile Consumer Banking di Jp Morgan Chase. «Quando le apriamo, stiamo ampliando l’accesso ai servizi bancari e portando nuove opportunità di lavoro». E ancora: «Il 75% della crescita dei nostri depositi deriva da clienti che usano i nostri sportelli. I clienti visitano ancora gli sportelli quattro volte al trimestre», ha concluso Duckett.

Banche ed Assicurazioni ci raccontano da anni che lo smantellamento della rete fisica e la progressiva digitalizzazione vanno incontro alle esigenze della clientela. La verità è che l’unico obiettivo è risparmiare, a scapito della qualità dei servizi che evidentemente peggiora quando si chiudono gli sportelli.

I vertici di JP Morgan hanno deciso di andare nella direzione opposta: e se alla fine avessero ragione loro?




La Flat tax è dannosa e viola la Carta senza la lotta all’evasione

Ma davvero la flat tax è una cattiva idea perché a proporla è la Lega?

Cominciamo col dire che il cosiddetto “contratto di governo” prevede una “flat tax caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali”. Il sistema dovrebbe articolarsi secondo “due aliquote fisse al 15% e al 20% per persone fisiche, partite Iva, imprese e famiglie”, facendo salva una no tax area per i bassi redditi e una deduzione fissa per le famiglie.

Due aliquote e non una sola, che davvero contrasterebbe con la Costituzione, secondo cui “il sistema tributario è informato a criteri di progressività” e “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” (art. 53). Se bastino due aliquote (e in particolare al 15% e al 20%) a soddisfare il criterio progressivo, la Costituzione non lo dice, ma specifica che la finalità della tassazione è coprire le spese pubbliche, intendendo ovviamente per tali, in primissima istanza, quelle intese a soddisfare i diritti costituzionali dei cittadini (per esempio la scuola pubblica statale, la sanità pubblica, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, la ricerca scientifica e la promozione della cultura).

Tali diritti fondamentali, incluso il diritto al lavoro (art. 4), sono essenziali per realizzare il fine supremo della Carta, la “pari dignità sociale” dei cittadini, cioè la loro uguaglianza sostanziale (art. 3). Concorrere alle spese pubbliche pagando le tasse è pertanto uno dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” prescritti dall’articolo 2.

Noi italiani paghiamo troppe tasse? Un recentissimo rapporto Ocse consente un agevole confronto con altri Paesi. Se ne può trarre una tabella di massima, eloquente anche se limitata a Francia, Germania e Usa (vedi figura).

Come si vede, c’è molta varietà: gli scaglioni di reddito tassabile sono sei negli Usa, cinque in Italia, quattro in Francia, tre in Germania. Il reddito minimo de-tassato (no tax area) è più basso in Italia, e inoltre da noi è più alta l’aliquota sui redditi più bassi: 23% contro il 12% degli Usa e il 14% di Francia e Germania. Molto diversa è la soglia di reddito considerata più alta: in Italia basta superare i 75.000 euro per raggiungere l’aliquota più alta (43%), in Francia e Germania l’aliquota massima è 45% per i redditi oltre i 156.000 euro (Francia) o i 260.000 euro (Germania). Per non dire degli Usa, dove solo i redditi superiori a 500.000 raggiungono l’aliquota massima, relativamente modesta (37 %).

Per fare un solo, sommario esempio pratico, un reddito di 60.000 euro annui è tassato assai diversamente nei vari Paesi, più o meno così: l’esborso sarebbe di 19.300 euro in Italia; 13.600 in Francia; 9.800 in Germania; e 8.000 dollari negli Usa.

Se poi si tiene conto delle detrazioni da familiari a carico (assai maggiori, per esempio, in Francia), questa differenza è ancor più marcata. Come mai, allora, il fisco francese incassa molto più di quello italiano? Semplice: perché l’evasione in Francia è sempre inferiore al 15% sul gettito fiscale complessivo, mentre in Italia veleggia intorno al 30%.

È vero, una forte diminuzione delle imposte avrebbe effetti positivi come l’accresciuta capacità di spesa e d’investimento. Ma per compensare il diminuito gettito fiscale non ci sono che due strade: o ridurre drasticamente la spesa pubblica, e dunque privare i cittadini di servizi e diritti (dalla scuola alla sanità), oppure combattere duramente e subito l’evasione fiscale, come del resto proclamava il “contratto di governo” parlando, anche se un po’ confusamente, di “recupero dell’elusione, dell’evasione e del fenomeno del mancato pagamento delle imposte”.

Secondo il recentissimo rapporto di Tax Research LPP(Gran Bretagna), l’evasione fiscale in Italia sarebbe fra 124,5 e 132,1 miliardi di euro l’anno, portando il nostro Paese al primo posto in Europa e fra i primi al mondo. Così è da decenni, e nessun governo, di nessun colore politico, ha provato a porvi rimedio. Perciò di flat tax non si dovrebbe parlare nemmeno per scherzo, se non dopo aver lanciato serie ed efficaci misure per il recupero delle tasse dovute e non pagate. Perciò la campagna che il Fatto sta conducendo per la lotta all’evasione fiscale è meritevole e necessaria. Sostenere, come alcuni fanno, che la flat tax porterebbe per propria virtù alla fine dell’evasione è stolto e irresponsabile: un tal risultato è altamente improbabile e richiederebbe comunque anni e anni di fortissima riduzione della spesa pubblica (o aumenti di altre imposte), con gravissime conseguenze politiche e sociali.

La Lega di Salvini eccelle negli slogan, ma non sa fermarsi a pensare. Anche la flat tax è uno slogan ripetuto ossessivamente, come se davvero si potesse fare senza affrontare con decisione il bivio fra il crollo della spesa pubblica, e dunque dei diritti, e la lotta all’evasione. Ma agitare slogan anziché proporre ragionamenti e progetti è un’abitudine condivisa, su altri fronti, anche dal M5S.

Giustissimo, ad esempio, sarebbe (sarà ?) fermare le “grandi opere” inutili: ma di fronte all’argomento-principe dei pro-Tav, dar lavoro alle persone e alle imprese, perché non lanciare una strategia alternativa? Perché non argomentare, in concreto, che si devono dedicare risorse, manodopera, capitali e saperi alla primissima Grande Opera di cui l’Italia ha bisogno, la messa in sicurezza del territorio, il più fragile d’Europa per sismicità, franosità, carenza di manutenzione e di cura delle coste, dei corsi d’acqua, delle valli?

In un’Italia più simile a quella che vorremmo, una sana alleanza di governo potrebbe cercare una strada analizzando i dati e progettando il futuro. Sì a una revisione delle aliquote, purché calibrata sul recupero dell’evasione fiscale. No alle grandi opere inutili, purché sostituite dalla Grande Opera di salvataggio del suolo italiano. Speranze vane? È probabile: perché forse quel che cementa il litigiosissimo matrimonio d’interesse degli alleati di governo non è il loro “contratto” ma lo scontro fra opposti slogan lanciati spesso alla cieca. Non la condivisione di ragionamenti e di progetti, ma un perpetuo sbandieramento di parole.

 

Articolo di Salvatore Settis sul Fatto Quotidiano del 4/7/2019




Come verrà calcolata la mia pensione?

Pubblichiamo un piccolo manuale redatto dalla Segreteria Nazionale del Settore Riscossione, utile per chiarire molti dubbi che accompagnano i lavoratori vicini alla pensione.

Manuale “Il calcolo della pensione”

 

Per ulteriori approfondimenti si rimanda alla Guida Fisac “La previdenza generale”




Com’è stata creata la balla delle ONG criminali

I 2 vicepremier non sono i soli a diffamare le Ong. Gli slogan che accostano chi salva vite in mare agli scafisti sono rilanciati anche da giornalisti un tempo garantisti.

Ma da dove viene la campagna contro le Ong?
È soprattutto, è fondata? Vediamo.
(spoiler: NO)

Fino al 2017 la campagna anti-immigrati di Salvini e dei 5 stelle si basava su alcuni argomenti chiave:

  1. I presunti crimini degli immigrati.
  2. I presunti privilegi degli immigrati, specie rispetto ad alcune categorie svantaggiate, come i “terremotati”.
  3. Il dileggio di esponenti del centrosinistra accusati di essere particolarmente inclini al multiculturalismo (per es. Laura Boldrini e Cécile Kyenge)

La parola Ong invece era pressoché sconosciuta nel lessico della propaganda.

Fino all’aprile del 2017.

Scorrendo le pagine Fb di Di Maio e Salvini, si nota che è ad aprile del 2017 che inizia la campagna. Da quel momento i gialloverdi non molleranno più le Ong, fino a radicare nell’immaginario collettivo (e perfino di alcuni giornalisti) l’equazione Ong = trafficanti e, più in generale, ad accusare di ogni sorta di crimine (dal traffico di esseri umani al finanziamento del terrorismo) le associazioni umanitarie.
Nel mondo deformato della propaganda, Medici Senza Frontiere è diventata una costola dell’Isis. Un esito paradossale, specie per un partito, il M5S, che aveva pensato di candidare Gino Strada a Presidente della Repubblica.

Ma cosa è successo nell’aprile del 2017?

  1. La divulgazione e la deformazione di un rapporto di Frontex, sintetizzata nello slogan dei “taxi del mare” di Di Maio.
  2. L’avvio delle inchieste, e soprattutto delle esternazioni, del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.

Cominciamo dai “taxi del mare”. L’espressione appare per la prima volta sulla bacheca di Di Maio il 21 aprile 2017

Il 23 aprile 2017, rispondendo a un commento critico di Roberto Saviano, Di Maio afferma di aver tratto la definizione di “taxi del mare” da un rapporto di Frontex.

Cosa dice quel rapporto di Frontex? Spiega Il Post che: “Frontex sostiene che l’attività delle ong a ridosso della costa libica produce “conseguenze non volute”.
Secondo Frontex tutte le parti coinvolte nelle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale contribuiscono *senza volerlo* ad aiutare i criminali a raggiungere loro obiettivi”. Tutte le parti significa le Ong ma anche la Guardia costiera, Frontex e le altre navi militari impegnate in operazioni di pattuglia”.

Quelle di Frontex sono solo ipotesi generiche, non dimostrate e per nulla circostanziate, e comunque non riferite ad alcun episodio specifico. Frontex non ha mai usato il termine “taxi del mare“, che proviene invece da un video anti-Ong girato da uno studente universitario, Luca Donadel, che su YouTube ha raccolto milioni di visualizzazioni. Donadel a sua volta aveva usato informazioni diffuse da un think tank di ispirazione identitaria e sovranista, vicino all’estrema destra, che da anni diffonde tesi complottiste. Il video di Donadel è analizzato (e smontato) con cura da VICE Italia.

Al di là degli slogan, non è mai stato dimostrato che le Ong siano un “fattore di attrazione”. L’evidenza empirica non dà alcun sostegno a questa tesi, come periodicamente ricorda Matteo Villa dell’Istituto di Studi per la Politica Internazionale.

Il secondo evento chiave dell’aprile 2017 sono le inchieste del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, che sdoganano lo slogan dei taxi del mare. Nelle sue interviste a raffica il procuratore di Catania sostiene, tra le altre cose, che le Ong siano finanziate dai trafficanti, che i ricavi del traffico siano usati per finanziare terrorismo, e che la crisi dei rifugiati sia opera dei poteri forti della finanza internazionale che vogliono destabilizzare l’economia italiana e far aumentare lo spread.

Zuccaro ha sempre ammesso di non avere prove, e neppure indizi, a sostegno delle sue affermazioni. Solo intuizioni. Non posso provarlo, ma non posso neanche escluderlo, diceva in buona sostanza (si veda per es. l’articolo di Luciano Capone su Il Foglio).
Le accuse di Zuccaro hanno ricevuto sonore bocciature dal gip di Catania, dal tribunale del riesame di Ragusa (che, in sintesi, ha ricordato che salvare vite in mare non è reato e ha derubricato a fantasie tutto il resto), e infine dallo stesso Zuccaro, che non trovando alcuna prova delle sue illazioni ha infine richiesto l’archiviazione delle proprie inchieste ancora rimaste in piedi.

Anche l’altra inchiesta, quella della procura di Palermo, si è chiusa con l’archiviazione chiesta dagli stessi magistrati inquirenti, perché “le indagini smentivano del tutto l’assunto investigativo” e non è stata ravvisata alcuna condotta criminale da parte delle Ong.

Nella disperata ricerca di una qualche condotta illecita da parte delle Ong, Zuccaro ha perfino accusato di traffico di rifiuti tossici una nave di Medici Senza Frontiere, rea di aver smaltito illecitamente gli indumenti dei migranti. Anche queste ipotesi del procuratore sono state infine bocciate dal Tribunale del riesame. Come tutte le altre.

Infine, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio ha detto, in una audizione alla Camera, che le attività delle Ong sono “del tutto lecite e in perfetta linea con il diritto del mare e con le convenzioni internazionali sottoscritte dall‘Italia”

Non solo nessuno ha chiesto scusa, ma la campagna contro le chi salva vite in mare, come Sea Watch, Medici Senza Frontiere e Open Arms è continuata più violenta di prima. Quando gli è stato chiesto: si è pentito della definizione “Ong taxi del mare?”, Di Maio ha risposto: “Diverse procure hanno appurato il comportamento illecito di alcune ong. Non ho mai generalizzato”.

È falso. Di nuovo: tutte le inchieste sono state archiviate.

Abbiamo assistito a una gigantesca montatura basata su chiacchiere e notizie false, alimentata quotidianamente dalla propaganda per creare un clima di paura e dei nemici immaginari da dare in pasto al popolo, sulla pelle degli ultimi.

 

Fabio Sabatini
Professore Associato di Economia e Dottore di Ricerca in Studi Statistici e Socio-Economici presso l’Università “La Sapienza” di Roma




MPS: procedura chiusura filiali

In data 24 e 28 giugno u.s. si sono svolti i primi incontri relativi alla procedura di chiusura di 100 filiali avviata dalla Banca con lettera del 18 giugno.
Le filiali oggetto di procedura, cui si aggiungono 9 centri specialistici che verranno spostati in consedenza ad altre unità operative della Banca, saranno chiuse in coerenza con le previsioni del Piano di Ristrutturazione 2017 2021.

Le OO.SS. hanno rappresentato come, sebbene il numero di filiali non possa essere oggetto di trattativa, anche in questo lotto vi sia l’abbandono da parte della Banca di alcune piazze che aggravano la progressiva desertificazione bancaria in atto in alcuni territori.

I principali criteri utilizzati per l’individuazione delle filiali da chiudere sono gli stessi utilizzati nelle precedenti cessazioni e nello specifico:

  • Sovrapposizione;
  • Dimensioni commerciali;
  • Precedenza a filiali in locazione;

A tali criteri sono seguite verifiche di fattibilità con le funzioni Organizzazione ed Immobiliare e con il coinvolgimento delle Aree Territoriali, avendo cura di escludere dalla procedura filiali con servizi di Tesoreria che avrebbero potuto creare delle criticità .
In due casi avverrà l’inversione dei locali con la filiale incorporante (Arezzo Ag.2 e Monopoli Ag. 2).

La distanza media delle filiali in chiusura è di circa 6,5 km ed in particolare:
31 filiali entro 2 km;
22 filiali tra 2 e 5 km;
26 filiali tra 5 e 10 km;
21 filiali oltre 10 km (delle quali 3 oltre i 20 km).

In tema di presidio del territorio la Banca ha intenzione di mantenere effettivi gli ATM sulle piazze più distanti sicuramente fino a rilascio dei locali e per circa un terzo delle filiali anche a lungo termine attraverso i necessari interventi immobiliari.
Sono previsti nei casi in cui non sia possibile mantenere il Bancomat nei locali interventi commerciali sui costi di prelievo su bancomat di altri istituti. Le OO.SS. hanno richiesto che tali iniziative vengano effettuate in maniera accentrata liberando i Colleghi interessati dalle chiusure dalle relative incombenze.

La data di inizio lavori nelle filiali incorporanti viene stimata ad inizio settembre, mentre lo spin off sarà effettuato presumibilmente nella seconda metà di ottobre preceduto dalle consuete iniziative commerciali nei confronti della clientela. Particolare attenzione è posta dalle OO.SS. sulle attività di migrazione degli archivi.

Per la chiusura delle filiali di Firenze ag. 44 e Milano ag. 20 la clientela sarà migrata contemporaneamente su due filiali, sia in base al modello di servizio, che all’attività commerciale che sarà preventivamente effettuata sulla clientela dalla filiale stessa.
Delle filiali incorporanti 12 sono a modello Cash Light. Dopo l’intervento delle OO.SS. la Banca ha condiviso che 9 di dette filiali al momento della incorporazione diventeranno Cash Full. Nei restanti 3 casi, anche la filiale incorporata è Cash Light e non sussiste operatività sufficiente alla modifica.

Le OO.SS. nei due incontri avevano anche avanzato alcune perplessità su alcune accoppiate di filiali. La Banca, dopo ulteriori valutazioni con le proprie funzioni di Direzione Generale e con le A.T., ed illustrazione in trattativa delle motivazioni che hanno generato le tali scelte, ha deciso, al momento, di cambiare la filiale incorporante di Maglie che sarà Cutrofiano.

Un nuovo incontro per parlare dei dati degli organici è previsto per giovedì 11 luglio.

Siena, 4 luglio 2019

 

Le Segreterie
FABI          FIRST/CISL          FISAC/CGIL          UILCA          UNISIN

 

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AdER: al via lo smart working

In data odierna le Segreterie Nazionali si sono incontrate con la Delegazione Aziendale per affrontare gli aspetti tecnici, regolamentari ed abilitativi relativi all’accordo sullo Smart working sottoscritto in data 15 maggio u.s..

L’Azienda ha informato che sta predisponendo la piattaforma operativa, che sarà pubblicata entro la prossima settimana in open-space, al fine di gestire le richieste dei lavoratori che dovranno essere inviate entro il 30 agosto.

Qualora si verifichi la condizione prevista dall’art. 1 dell’accordo, ovvero il numero delle istanze presentate sia superiore alle 150 unità, o qualora nell’ambito della stessa Unità Organizzativa più lavoratori facciano richiesta di svolgere la prestazione lavorativa in smart working, si farà ricorso ai criteri di priorità contenuti nell’art.5 per i quali è stato definito un punteggio, riconosciuto prioritariamente ai requisiti contenuti nella legge 81/2017:

  • Punti 3 per lavoratori/lavoratrici con figli in condizioni di disabilità ai sensi dell’art.3 comma 3 della legge 5.2.1992 n. 104;

  • Punti 2,5 per lavoratrici nei tre anni successivi alla conclusione del periodo di congedo di maternità.

  • Punti 2 per le colleghe lavoratrici in stato di gravidanza;

  • Punti 2 per lavoratrici e lavoratori disabili ai sensi dell’art. 3 comma 3 della legge n.104/1992;

Con riferimento al requisito della maggiore distanza residenza/domicilio – sede di lavoro è stato definito:

  • Punti 1 per lavoratrici e lavoratori la cui distanza residenza/luogo di lavoro è compresa tra i 30 ed i 50 km;

  • Punti 1,5 per lavoratrici e lavoratori la cui distanza residenza/luogo di lavoro è superiore ai 50 km.

Tuttavia, qualora si verifichi l’ipotesi di lavoratori con egual punteggio prevarrà nella scelta dell’aggiudicazione la maggiore anzianità di servizio ed a pari anzianità la cronologia dell’inserimento della richiesta.

Roma, 4 luglio 2019

Le Segreterie Nazionali
FABI          FIRST/CISL          FISAC/CGIL          UILCA

 

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Sullo stesso argomento

ADER: accordo su Smart Working




Ho ricevuto una denuncia penale. Devo dirlo all’Azienda?

Può succedere anche alla persona più onesta di trovarsi coinvolta in un procedimento penale: può bastare una disputa per problemi di vicinato, una parola di troppo in un momento di rabbia, un problema di confini. Oltre, naturalmente, all’eventualità di subire una denuncia o essere semplicemente indagati per attività legate al nostro lavoro.

Come bisogna comportarsi in quei casi? I Contratti Nazionali ABI e Federcasse sono estremamente chiari. Per entrambi l’ Art. 41 recita infatti:

“Il lavoratore/lavoratrice il quale venga a conoscenza, per atto dell’autorità giudiziaria (Pubblico ministero o altro magistrato competente), che nei suoi confronti sono svolte indagini preliminari ovvero è stata esercitata l’azione penale per reato che comporti l’applicazione di pena detentiva anche in alternativa a pena pecuniaria, deve darne immediata notizia all’impresa. Analogo obbligo incombe sul lavoratore/lavoratrice che abbia soltanto ricevuto informazione di garanzia.”

Il CCNL AdER prevede esattamente il medesimo obbligo all’ Art.35. Per il CCNL ANIA l’articolo di riferimento è il 29 (che NON prevede tutele per i fatti commessi nell’esercizio delle funzioni lavorative).

L’Azienda deciderà i comportamenti da adottare in base alla gravità dei fatti contestati. Può decidere di rinviare alla conclusione del procedimento penale ogni valutazione in merito all’adozione di provvedimenti disciplinari: in questo caso deve informare per iscritto il lavoratore interessato.

Durante il procedimento l’Azienda può disporre, in ogni momento, l’allontanamento dal servizio per motivi cautelari. La decisione dev’essere comunicata per iscritto al lavoratore, e può durare al massimo fino al momento della decisione definitiva del Giudice. Durante il periodo di sospensione il lavoratore riceve l’intero trattamento economico; il periodo di assenza dal lavoro viene considerato servizio attivo, quindi non pregiudica in alcun modo il lavoratore.

Il dipendente può beneficiare di una serie di tutele qualora i fatti contestati siano stati commessi nell’esercizio delle funzioni lavorative.

In questo caso tutte le spese legali sono a carico dell’azienda, ferma restando la libertà dell’interessato di rivolgersi ad un legale di sua fiducia.

I contratti dicono che anche tutte le eventuali sanzioni e richieste di risarcimento danni sono a carico dell’azienda: peccato però che ci sia una precisazione che rende difficilmente applicabile questa tutela. Questa norma infatti non si applica in caso il comportamento del lavoratore sia stato in contrasto con gli interessi aziendali (e fin qui nulla da obiettare) o qualora il lavoratore abbia violato istruzioni o disposizioni impartite dall’azienda. Potrebbe sembrare una giusta precisazione, ma se pensiamo alla massa di circolari, messaggi, email ed ordini di servizio che quotidianamente ci bombardano ci rendiamo conto che se l’Azienda vuole riuscirà quasi sicuramente a trovare una piccola mancanza alla quale appigliarsi per evitare di pagare al posto del dipendente.

In ogni caso, ogni qualvolta ci si trovi alle prese con problemi di natura legale, anche se estranei all’attività lavorativa, il primo consiglio rimane quello di contattare immediatamente il proprio rappresentante sindacale in modo da valutare la situazione e stabilire insieme quale sia il comportamento corretto da seguire.




Dati sul lavoro: migliorano, ma non basta. Ecco perché

Più occupati, ma ancora poche le ore d’impiego.

A maggio 2019 il tasso di occupazione in Italia è arrivato al 59%, mai così alto da quando – 42 anni fa – l’Istat ha avviato le serie storiche. La disoccupazione, invece, si è fermata al 9,9%, tornando a una sola cifra come non accadeva dal febbraio del 2012. Sarebbero due ottime notizie se, come al solito, nei dettagli non si nascondesse il diavolo.

Il nostro mercato del lavoro, infatti, non ha ancora raggiunto lo stato di salute vissuto prima della crisi del 2008. Molti dei posti che abbiamo in questi anni recuperato sono solo part time, spesso involontari, e quindi non permettono di avere uno stipendio dignitoso. Insomma, rispetto a prima abbiamo oggi più persone occupate ma meno ore lavorate: ecco perché i record mostrati dall’istituto di statistica rischiano di innescare un entusiasmo esagerato.

La disoccupazione è in calo, il dato più basso dal 2012, mentre aumentano gli occupati, il dato massimo dal 1977”  ha scritto su Facebook il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio. Dello stesso tenore il post dell’altro vicepremier, Matteo Salvini:  “Lavoratori italiani in crescita e ai massimi storici dal 1977”.
Ma davvero questo si può definire il più bel momento della nostra storia? Non proprio. In effetti, a maggio si contano 23 milioni e 384 mila occupati, il numero più alto di sempre su base mensile. Ma a fare la differenza sono le ore lavorate: su queste, il dato più aggiornato dell’Istat è del primo trimestre del 2019, ma è difficile che nel trimestre successivo si possano compiere passi da gigante.

Nel periodo gennaio-marzo 2019 il contatore segna 10 miliardi e 994 milioni di ore. Andando molti passi indietro, fino al primo trimestre del 2008, si scopre che in quel periodo le ore di attività sono state ben 11,5 miliardi. In pratica, allora c’erano grossomodo 300 mila occupati in meno ma oltre mezzo miliardo di ore lavorate in più. Il motivo è che, prima della recessione, i posti di lavoro si concentravano nell’industria, quindi erano più solidi. Ora invece sono stati travasati nei servizi, dove il ricorso ai contratti brevi è più frequente ed è facile restare povero pur avendo un’occupazione perché spesso questa tiene impegnati per poco.

Di positivo, comunque, c’è che dopo il calo della seconda metà del 2018, dovuto alla recessione “tecnica”, in questa prima parte del 2019 gli occupati sono tornati ad andare su. A maggio, rispetto ad aprile, l’aumento è stato di 67 mila unità. Sono cresciuti tutti i tipi di lavoratori: quelli autonomi sono 28 mila in più, i dipendenti a tempo indeterminato sono 27 mila in più e anche i precari sono saliti di 13 mila. Considerando invece il trimestre, è più facile notare l’effetto del decreto Dignità: tra marzo e maggio, rispetto ai novanta giorni precedenti, c’è stato un incremento di 96 mila posti permanenti e di soli 2 mila a termine.

A beneficiare dei buoni numeri, tuttavia, sono soprattutto i lavoratori più anziani, mentre per i giovani i miglioramenti sono molto più lenti. A maggio gli occupati over 50 sono aumentati di 88 mila in confronto ad aprile, mentre gli under 25 sono rimasti stabili e quelli compresi nella fascia tra 25 e 34 anni sono cresciuti di appena 12 mila. È una dinamica alla quale si assiste da molto tempo, soprattutto da quando nel 2012 è stata approvata la legge Fornero che ha posticipato l’età pensionabile. Con l’arrivo di Quota 100 – la prima finestra di uscita è stata quella di aprile – i più ottimisti pensavano si potesse da subito invertire la tendenza, con più giovani al lavoro e più anziani a riposo, ma i dati dicono che questo non sta ancora succedendo. Quanto invece agli inattivi, le persone che non hanno un lavoro e non lo cercano nemmeno sono rimaste stabili su base mensile e diminuite di 37 mila su base trimestrale. Nonostante a maggio quasi 500 mila famiglie abbiano ricevuto il reddito di cittadinanza, e non siano ancora stati convocati dai centri per l’impiego, almeno a giudicare dai macro-numeri questo non sembra aver ingrassato la compagine di chi preferisce restare sul divano.

 

Articolo di Roberto Rotunno sul Fatto Quotidiano del 2/7/2019




Primo incontro con ABI per il rinnovo del CCNL del credito

Nella mattina di oggi si è svolto il primo dei tre incontri previsti nel mese di luglio per il confronto tra ABI e OOSS per il rinnovo della CCNL di settore.

Come già dichiarato il 12 giugno, per il  sindacato unitario il contenuto della piattaforma è stato elaborato e definito su dati aggregati macro, come ad esempio gli utili che le banche distribuiranno tra il 2019 e il 2021,   tali da rendere più che giustificate le nostre rivendicazioni economiche, rispetto ai dati stessi nonchè a salario diritti e tutele.

Ai dati da noi offerti  riteniamo però che ABI risponda dando solo numeri!

I “numeri” macro e congiunturali che Abi ci ha offerto possono certamente guardarsi in ottica positiva o negativa.

Per ABI la produttività è semplicemente aumentata, ma davanti alle slide che oggi ABI ci ha presentato penso e pensiamo ai nostri colleghi, sopratutto i più giovani e i colleghi che vivono nelle grandi città che fanno grande fatica ad arrivare a fine mese.

Per noi i “numeri” rappresentati nelle slide possono leggersi solo così come espressi nei contenuti della nostra piattaforma:  a parità di lavoro, stesso salario e stessi diritti.

Per noi lo ricordiamo, la questione è relativa alla redistribuzione della ricchezza rispetto alla remunerazione dei capitali finanziari che le banche impavidamente e spavaldamente assicurano ai propri azionisti.

Ecco, questo tema così come anche quello delle cessione di Npl potranno determinare situazioni di grande criticità sociali nel sistema Paese.

Mi auguro che ABI riesca a comprendere le nostre richieste  elaborando un messaggio positivo per il Paese tutto, che complessivamente lo ricordiamo, conta decine di  milioni di risparmiatori.
Viceversa tutto il sindacato  unirà le proprie forze affianco a clienti e i consumatori per farlo capire  ad ABI.

Nel prossimo incontro, previsto per il 18 Luglio alle ore 11:00   si inizieranno ad affrontare i singoli temi della piattaforma rivendicativa che il sindacato unitario ha presentato.

 

Giuliano Calcagni, Segretario Nazionale Fisac/CGIL

 




BCC – Comparto Garantito: le istituzioni competenti risolvano la vicenda

Nulla si è mosso, tutto prosegue nelle more di una decisione presa … non condivisa con i lavoratori e con le fonti istitutive nella loro interezza che coinvolge però tutti gli iscritti.

E la valutazione della propensione al rischio di ciascuno? E la volontà dei lavoratori? E il passaggio di una quantità importante di fondi da una gestione indiretta a una diretta?

Sono solo alcune delle domande, forse contraddizioni, che questa decisione porta con sé.

La mancanza di trasparenza e comunicazione di dettaglio, si palesa anche in questi ultimi giorni di sopravvivenza del “Comparto” in cui, a fronte di importanti e rilevanti “novità”, il Fondo Pensione Nazionale si limita a pubblicare sul sito una scarna circolare, una appariscente brochure, il nuovo regolamento “multicomparto” e un documento tecnico di quattro paginette.

La nuova impostazione – apparentemente in contrasto con il “Regolamento sul Muticomparto” pubblicato nel 2008 che, all’art. 1, definiva la possibilità di diversificare la propria posizione fra i diversi comparti, compreso quello assicurativo e, in particolare al punto 1.3 recitava: ” …In ogni caso non potranno essere chiusi i comparti già operativi Orizzonte 10 e Garantito …” – sembra effettivamente non tenere in considerazione la libertà di scelta, espressa al momento dell’adesione ai vari comparti, dei lavoratori iscritti.

Un cambiamento repentino, senza possibilità alcuna di poter liberamente decidere come posizionare il proprio “risparmio” e il proprio “futuro”, potrebbe configurarsi come un’azione non propriamente in linea con la filosofia e la storia del Fondo e del mondo cooperativistico.

In questo contesto, diventa necessario oltre che corretto, ribadire lavolontà di interpellare fonti istituzionalmente competenti alla risoluzione di questa vicenda che, se non fosse seria, è quantomeno paradossale.

… e non finisce qui …

 

Coordinamento Nazionale FISAC CGIL Credito Cooperativo

 

Precedenti articoli sullo stesso argomento:

Fondo Pensione Nazionale BCC: chiude il comparto garantito – La storia

Fondo Pensione Credito Cooperativo: chiusura del comparto garantito